Intestazione






Di seguito brevi racconti che narrano realtà assolutamente soggettive ma proprio per questo cariche di significato

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Cessione macchina

di Giannina Longobardi


Noureddine mi dice: quando compri una macchina nuova mi piacerebbe avere la tua vecchia. Dico: sì, ma è cara da mantenere perché è di grossa cilindrata e quindi costa di bollo e di assicurazione. Dico anche che devo aspettare la liquidazione per comprarne una nuova. Invece non aspetto la liquidazione, perché quando decido di informarmi sull’acquisto di una macchinetta con il GPL cui mi sono affezionata per motivi ecologici e di costo, me la offrono per subito.
Noureddine convince il padre, ma non la madre, e qui si vede chi comanda veramente in famiglia – anche in una famiglia marocchina- e chi fa i conti e tiene i cordoni della borsa. La Ford dovrà quindi essere rottamata, un peccato perché, nonostante i sedici anni abbondanti, ha pochi chilometri, appena novantamila, e un impianto GPL quasi nuovo che permette di circolare anche nelle ore in cui le auto vecchie non possono circolare. Io però non mi ci sento più sicura, non me la sento più di uscire dalla città. Ma Noureddine mi chiama il giorno dopo e chiede Hai già buttata la macchina? Rido e dico: non ancora. Perché c’è un mio amico che la vorrebbe ti faccio chiamare subito. L’Amico – così lo registro sulla rubrica del cellulare – che è rimasto improvvisamente senza macchina, che gli è indispensabile per raggiungere la cava di marmo dove lavora, si fa accompagnare da un altro amico, sotto la pioggia, una sera dopo il lavoro, che la povera Ford sembra proprio defunta. Gli ammortizzatori dietro andati, tutti i fari, tranne gli anabbaglianti spenti.
Penso: la macchina ha un’anima come i gatti. La nostra povera Michi malata, che non si muoveva ormai più, aveva sentito che pensavamo di portarla dal veterinario per farla finire ed era corsa, non si sa come, a nascondersi in giardino. Avevamo quindi deciso di tenere conto della sua ben manifesta volontà e l’avevamo lasciata spegnersi a poco a poco sul divano del salotto. Sembra che anche le macchine sentano, la povera carcassa percepita, con quale organo? la nostra decisione di porle fine, è entrata in depressione ed ha cominciato ad abbandonarmi un po’ alla volta, pezzo per pezzo.
Quindi Amico è perplesso sull’affare, macchina donata certo, ma che sia una mela avvelenata? Amico ha begli occhi neri e barba brizzolata incolta, molto islamica. Un po’ Osama, ma il viso più lungo, più bello . Un po’di paura me la fa. Dopo un paio di giorni mi telefona. Ha deciso: la vuole. Io però ho fretta perché martedì mi consegnano la nuova e devo avere fatto il passaggio di proprietà e di assicurazione. Sono quindi io ad andare a San Pietro Incariano dove l’Aci, a differenza che in città, è aperto anche il sabato mattina. Vado prima a Fumane a prelevarlo. Mi dice Fousia, la moglie, vuole conoscerti ed offrirti il thè e mi accompagna nella sua casa, dove subito mi lascia. Fousia porta il fazzoletto in testa, è giovane, ha due bambini con lei, la più grande invece, che fa da traduttrice e segretaria al padre, cui brillano gli occhi quando ne parla, non c’è. È a scuola. Da quando sei qua? gli ho chiesto stupita che la bambina debba aiutarlo nella traduzione. Da diciassette anni- mi ha risposto Ma non sei andato a scuola? No, quando torno dal lavoro voglio stare con i bambini.
Fousia mi mostra con orgoglio la casa, dove stanno da poco, hanno dovuto comprarla, perché non ne trovavano in affitto. Ne abitavano una molto umida e i bambini erano sempre malati, l’USL ha detto se non cambiate casa staranno sempre male. Ma un’altra casa in affitto non l’hanno potuta trovare, anche se ce n’erano di sfitte, a marocchini non ne volevano affittare. L’hanno quindi comprata da una francese, con un grosso mutuo, pesante soprattutto perché sono cinque con uno stipendio solo. Prendo il thè con Fousia e ad un certo punto oso chiedere: ma il fazzoletto lo portavi anche in Marocco? No, risponde l’ho messo qui: in Marocco non sanno il vero Islam. E’ vero: è in Italia che si impara il vero Islam, dalla televisione e dall’esclusione.
Verona 2007



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La musicista di Kaliningrad

di Giannina Longobardi


Affollato il treno intercity per Milano.Entra nello scompartimento una signora piccolina coi capelli corti, gli occhi chiari, elegante, una valigia nuova, pesante, un borsone di tela stile militare, dolce, serena. Al telefonino parlava una lingua musicale. Che lingua è? Russo. Diceva qualche cosa alla figlia. Sì, adesso andava a Malpensa, poi Mosca, poi San Pietroburgo, poi a casa, a Kaliningrad. Mi smarrivo, sono ignorante, non so la geografia, e anche la storia la dimentico. Allora tirava fuori una carta d'Europa, in un depliant di un'agenzia di viaggi e mi mostrava. Qui, a Nord, si chiamava Konigsberg. Ah, dicevo, Kant! Ma era una città tedesca?! Alcuni dicevano.. C'è la tomba di Kant, vengono molti tedeschi a visitarla come fosse un santo.
E' una città bella, tutta nuova, perché nella guerra tutto è stato distrutto; quando ero piccola andavo nelle rovine del castello. Tornava a casa dopo un anno in Italia. "Prima in Calabria - non pareva un ricordo felice, poi sono riuscita a venire a Nord. Sono stata a Udine: assistevo una signora completamente paralizzata.- Era vecchia?- 71anni. - Giovane. - Aveva una malattia, non ricordo il nome. Giovane per noi no, noi moriamo prima di voi. La testa funzionava, ma non poteva parlare, ascoltare sì. Mi parlava con gli occhi. Ogni ora la giravo e cercavo che stesse nella posizione più comoda, chiedevo così? E lei faceva segno con gli occhi, se sì o se no. Perché tu le aggiustavi la testa e come la mettevi stava, ma non sempre era quello che voleva, dovevi provare e riprovare. Una volta al giorno la mettevo in carrozzella e la portavo davanti alle finestre e lei guardava quello che succedeva fuori, la gente che passava. La figlia veniva tre volte al giorno, e si sedeva lì, la sera le raccontava tutto quello che era successo nella giornata. Anche i nipoti venivano a salutare la nonna e a parlarle. C'era un ragazzo di 21 anni, voleva andare a vivere da solo, la mamma era perplessa, lui insisteva: sono diverso, non voglio vivere come voi. La sera era venuto dalla nonna e le aveva parlato per un'ora, e le chiedeva: Tu cosa dici nonna?
Ci interrompeva una telefonata. Era Massimiliana, mi ha detto: Torna! Proprio non volevano che me ne andassi via, ma adesso ho i soldi per pagare l’università a mia figlia che quest’anno finisce la scuola superiore e torno a casa. Peccato: perderò l’italiano, questa lingua mi piace così tanto. Con chi potrei parlarla lì?
Non voglio rimanere, non ci serve di più. La facoltà che mia figlia vuol fare costa tanto, è così in Russia, adesso, se non venivo in Italia, doveva rinunciare. Mio marito è orchestrale, ma prende così poco che deve essere in tre orchestre contemporaneamente. Tra prove e concerti è sempre via.
Io a Kaliningrad insegnavo pianoforte ai bambini. Adesso le mie mani sono rovinate, non so se potrò più. L’istruzione è importante per noi, per loro, quelli di Udine, no: sono strani, i ragazzi non andavano avanti con la scuola. Glielo dicevo, non mi ascoltavano, neanche la madre.
Cercavo di figurarmi questi udinesi che rincorrevano ancora con il telefono la loro russa, in treno, prima che volasse via. Abitavano con voi, con la nonna? No, era una grande casa: al piano superiore c’era l’appartamento della nonna, al piano inferiore quello della figlia con la sua famiglia. Si abbozzava l’immagine di un palazzo ad Udine, una famiglia ricca, La figlia lavorava? Indagavo, cercavo degli indizi. Prima di sposarsi non aveva mai munto le vacche, ma da allora l’ha fatto sempre, ogni mattina.
Verona 2001



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La Donzelletta e la spoglia immemore piacciono ancora?

di Ancilla Rizzotti



Seguo nei compiti e nelle lezioni un gruppo di ragazzine di quinta elementare. Sono tutte straniere, di origine magrebina, arrivate in Italia in momenti diversi, nessuna prima di tre anni fa. Hanno frequentato la scuola araba, scrivono nella loro lingua, sono volenterose, intelligenti, motivate. In breve hanno raggiunto il livello di conoscenza linguistica che serve per la relazione o, come dicono gli esperti, parlano una "interlingua" che spesso combacia con quella materna. Procedono bene in matematica, apprezzano la geografia e le scienze… ma Manzoni e Leopardi!
Proviamo ad argomentare. Come immagina la donzelletta che vien dalla campagna, una ragazzina nata in una città araba e capitata a Milano. Forse non sa neppure cosa sono le viole e certo non le usa per adornare il petto e il crine, visto che il crine se lo deve coprire alle prime avvisaglie della pubertà e il petto non si deve neppure immaginare. Per adornarsi usa anellini simil-argento, piccola bigiotteria metallica e di plastica colorata, foulard ricamati che comprimono il collo e nascondono capelli folti e vigorosi.
La donzelletta ha un'aria sciolta, la immaginiamo saltellante e con i capelli al vento, già la parola è onomatopeica, la giovane araba porta pantaloni di jeans che stringono o lunghe gonne che nascondono. Potrà ancora saltare, ma fino a quando.
Onde, siccome suole…ma le suole qui cosa ci fanno insieme alle onde (del mare?) e la vecchierella "solea" …che sia la pubblicità di una olio solare?
E "la spoglia immemore, orba di tanto spiro" …come può ancora piacere alla maestra? Oltretutto il Manzoni, come poeta, si sa, non è il massimo. Se non si hanno gli strumenti per apprezzare il ritmo, l'eleganza, il lirismo del melanconico Leopardi, che dire dell'ermetismo di "ei fu" che oltretutto narra la storia di un guerriero, così diverso e così lontano dalla cultura e dalla tradizione araba. E parole colte, coltissime come orba, spiro (avrà che fare con gli spinelli?) nunzio, orma… E poi il passato remoto, chi l'ha mai sentito: stette, correa …
Una volta smembrate, decifrate, tradotte in un italiano non solo corrente ma povero povero, quale quello dei bambini recentemente immigrati, ma anche di molti nati e cresciuti a Milano in un quartiere popolare, nutriti di immagini televisive e con scarse letture, cosa resta?
Allora non è meglio il ritmo chiaro e tondo di Rio Bo: tre casettine dai tetti aguzzi, un umile ruscello, oppure de Il pittore: una volta c'era un pittore che non aveva nemmeno un colore e per fare i pennelli s'era strappato i capelli. Anche molte canzoni si prestano benissimo ad affrontare problemi attuali come l'inquinamento (pesciolino rosso, scusami se, non esiste un fosso pulito per te) o la biodiversità (quando la tigre non ci sarà più… avremo solo mucche grasse e orsetti di peluche ) e molti altri.
Sento già le urla di indignazione.
Ma le cose vanno fatte per gradi. Non è come se pretendessimo di far leggere l'arabo antico del Corano a chi si accinge a imparare i rudimenti della lingua?
C'è ancora la scuola Media e poi la Media superiore per chi la frequenterà. L'italiano letterario è un piacere di chi lo può intendere. Ma se non può intenderlo, che piacere è?

ANCILLA RIZZOTTI
Comitato Inquilini di via Etruschi 1 - Milano
(Associazione di volontariato che si occupa, fra l'altro, di Doposcuola elementari, medie e superiori
in un quartiere di case popolari ALER, ad alto tasso di immigrazione, prevalentemente magrebina).



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Svetlana

di Emma Mignani


Scrivere, scrivere … da quanto tempo avrei voluto farlo, eppure qualcosa mi ha sempre fermato: la sofferenza? Il vostro dolore , l’offesa che aveva fatto di voi delle moderne schiave? Ma di questo non abbiamo mai parlato. Ci sono molti modi di comunicare che sono prima e oltre la parola: quei vostri sguardi che a un tratto si smarrivano, quelle improvvise crisi di pianto immotivate , i segni che portavate sul vostro corpo su cui si cercava di non posare lo sguardo per non umiliarvi. Sì, ho sofferto della vostra sofferenza . Siete state tante: le “ragazze che vengono dalla strada”! Eravate ragazze giovani e nel corso degli anni diventaste sempre più giovani, tutte spaventate per quel gesto che vi aveva salvate dal degrado, ma che al tempo stesso, attraverso la denuncia, rendeva voi e le vostre famiglie estremamente vulnerabili.
Tante con le vostre storie da terzo mondo incredibili qui nel primo. Tante con i vostri paesi trasfigurati in favola, là in qualche parte del globo, con i vostri bambini bellissimi lasciati, i più fortunati, presso qualche parente, gli altri in orfanatrofi, pronti a spiccare il volo verso altre famiglie , chi sa dove.
Ma com’è cominciata per me questa storia? Lontano , in Perù dove un viaggio di turismo responsabile mi ha fatto capire che questa parte della mia vita ormai libera da impegni lavorativi mi poteva riservare a qualcosa di più che magnifiche letture e stimolanti incontri culturali.
Al rientro in Italia ho iniziato ad insegnare italiano a ragazze ospiti della Caritas. Non era facile il compito di parlare a donne provenienti da paesi dell’est con i loro difficili e sconosciuti idiomi d’origine , o africane di lingua inglese e francese ma di un inglese e di un francese di difficile decifrazione, e non era tutto. Dovevo accompagnarvi, cosi mi fu detto, verso una nuova vita; naturalmente il mio compito era solo culturale, altri risolvevano le esigenze pratiche.
Siete state molte e non tutte siete riuscite a tornare ad una vita normale. Vi ricordo tutte ,ma è difficile scegliere tra le vostre storie ,così parlerò di una che non era come voi , aveva un destino ancora più pesante.
Del tuo destino pesante, Svetlana sta sicura, non parlerò, del resto tra noi non c’è mai stata una parola su questo, anche se le parole non sempre sono state leggere, perché tu, ad un certo punto hai voluto raccontare della tua infanzia, un’ infanzia segnata da un’esperienza terribile.
Dirò solo come ci siamo conosciute. Era un giorno di settembre quando mi telefonarono che era arrivata una nuova ragazza, una ragazza ucraina. Ti trovai nella piccola stanzetta che era riservata agli incontri. Avevi un pallore impressionante, i tuoi occhi celesti erano velati, in te non c’era nessuna gioia, quella gioia che nei primi momenti avevo trovato nelle altre ragazze, felici almeno, passato l’incubo, di essere in un luogo sicuro. Seguivi con grande fatica il mio gesticolare per farti capire i nomi delle cose che ci circondavano e i miei tentativi di indicarti sul vocabolario di russo, unico ponte tra noi, le parole.
Uscii delusa da quel nostro primo incontro. Sulle scale trovai qualcuno che mi mise al corrente di chi eri. “Ma lo sa che è “quella” ragazza? L’hanno fatta uscire ieri, è agli arresti domiciliari”. Difficile non capire chi eri, i giornali erano pieni della tua storia. Tornai a casa un po’ arrabbiata e molto preoccupata.
Trovavo che avrebbero dovuto avvertirmi e chiedere se me la sentivo. Non me la sentivo proprio, capivo che avrei dovuto aiutarti in fretta, molto in fretta per quello che riguardava la lingua e poi chi sa che cosa mi avrebbero chiesto? Non mi sbagliavo prima ancora di rivederti il tuo avvocato mi telefonò.
Così il giorno dopo mi avviai di mala voglia al nostro secondo appuntamento. Tu mi aspettavi, lo capii da un sorriso appena accennato. Nella nostra piccola stanza prima ancora di sederci tu dicesti un nome : “Mariola”. Chi era Mariola? Che cosa volevi dirmi? Cominciai aprendo il vocabolario sulla parola sorella. No, non era tua sorella. Amica? No, non era una tua amica. Parente? No. Fosti tu a prendere in mano il vocabolario e a mettere il dito su una delle cinque parole russe che conoscevo: “compagna”. Compagna di che? Ancora una volta tu mettesti il dito sulla parola “carcere”. Era una compagna di carcere, ma che cosa volevi dirmi? La parola seguente selezionata fu “fame”. Fame, sì i carcerati facevano lo sciopero della fame, così misi il dito sulla parola “perché?” La risposta fu “figlio” e con la mano indicasti due. Era un enigma, una sola cosa era certa : volevi che aiutassi Mariola e lo volevi con tutta te stessa Questa tua preoccupazione mi commosse. Eri accusata di un reato per cui rischiavi vent’anni, e tu ti preoccupavi per un’altra, forse ancora più disgraziata di te . Dovevo fare qualcosa, si giocava il nostro rapporto. Dissi sempre con lo stesso mezzo: “Tranquilla, telefonare”. Avevo letto sul giornale che una suora del carcere si era occupata di te. Le telefonai: sì, Mariola, un’ucraina ,stava facendo lo sciopero della fame, perché mancava poco alla fine della sua pena, ma non resisteva più, voleva vedere i figli lontani. La suora venne il giorno dopo, ti rassicurò: era intervenuto per lei un provvedimento di clemenza per cui stavano mandando Mariola fuori dal carcere in una struttura dove si sarebbe ripresa e poi rimpatriata.
Fu per me un colpo di fortuna: conquistai la tua fiducia, ma soprattutto tu conquistasti me. Così cominciò la nostra lunga storia, che durò tre anni. In questi tre anni miracolosamente furono risolti i tuoi problemi giudiziari, studiasti e al tuo rientro nel mondo hai potuto ottenere un buon posto di lavoro.
Da una tua tremenda avventura è nata una creatura nuova: questa è stata per me la più grande ricompensa .



Ishtar Associazione di donne migranti e italiane
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Giannina Longobardi tel.+39 3493206766 - Morena Piccoli +39 3486957024
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