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02/02/07 Giannina Longobardi - La Politica del Quotidiano -

Giannina Longobardi -presidente Ishtar -
Intervento al Convegno: "L'incontro con l'altra nella vita quotidiana". Verona 2 febbraio 2007

Casa Di Ramia: la politica del quotidiano

Abbiamo intitolato questo Convegno L'incontro con l'altra nella vita quotidiana ed l' ho ripreso intitolando il mio intervento Casa di ramia la politica del quotidiano.
Perché una politica del quotidiano? partire dalla vita quotidiana è un'indicazione che accolgo da amiche filosofe e teologhe ( Annarosa Buttarelli, Chiara Zamboni Wanda Tommasi, la teologa svizzera Ina Pretorius, la suora domenicana Antonietta Potente nel suo bellissimo commento al Qoelet) Queste filosofe e teologhe si muovono in continuità con il movimento delle donne, con il suo gesto inaugurale di partire da sé in relazione con altre - ricordiamo che la pratica dell'autocoscienza si svolgeva in gruppi -per dare parola alla propria esperienza di donne. Fu la scoperta che la politica non era un mondo separato dalla vita delle donne, dalla vita intima e dalle relazioni affettive. La divisione tra pubblico e privato era finzione. La libera presa di parola da parte delle donne poteva modificare il mondo.
Le donne da sempre sono vicine alla materialità della vita, ai suoi cicli, alla quotidianità anche ripetitiva dei gesti, nella cura dei corpi e delle relazioni. Ma, a partire dalla casa e dalla cura per le persone che la abitano, nasce un sapere delle donne che riguarda la città, la sua vivibilità e le sue necessità. Le donne abitano la casa, ma sono anche quelle che maggiormente sono in contatto con le istituzioni di cura, gli asili, le scuole, gli ospedali…
Partire dalla vita quotidiana, metterla al centro significa accogliere il nostro tempo, stare al presente, al giorno per giorno della nostra vita . Significa esserci, rimanendo aperte alla città che cambia, che si popola di persone nuove, differenti, di nuovi suoni, colori, odori. Accogliere il nuovo, senza chiudersi, senza impaurirsi è un modo di renderlo domestico, di addomesticarlo. Farlo cioè entrare nella propria casa.
Negli ultimi vent'anni Verona come le altre città d'Italia ha cambiato volto. La presenza di persone che vengono da lontano a molti fa paura, i massmedia amplificano la paura, c'è chi la strumentalizza non perché si possa pensare di tornare indietro e rinunciare alla presenza di tanti lavoratori che vengono da lontano e che sono ormai necessari, ma per sfruttarli meglio mantenendoli nell'isolamento, in situazione di inferiorità giuridica.. Renderci l'altra, l'altro, domestico significa riappropriarsi di una città trasformata, più ricca nelle sue differenze superando la paura della perdita.
Fare politica nel quotidiano significa stare nel contesto, agire nel contesto, in uno spazio limitato, nel piccolo, ma vedere come questo quotidiano che viviamo nelle relazioni è attraversato da altre dimensioni, più lontane, più ampie. Il presente acquista profondità, lo spazio limitato si spalanca ad altri mondi se sappiamo creare le condizioni dell'ascolto. In effetti, la globalizzazione non è questione che interessa solo il sud del mondo, la globalizzazione è qui.
Sfiorarsi nelle strade, nei negozi, sugli autobus, sui treni, sedere agli stessi banchi a scuola, stare fianco a fianco in pronto soccorso, questo non basta a determinare un incontro. Sarebbe l'occasione preziosa di un incontro che spesso però non si verifica. Non siamo più abituate a parlare con gli sconosciuti e la diversità spesso spaventa. Il mondo di oggi, quello che conosciamo attraverso i massmedia, fa paura e la gente si chiude. I giovani hanno le orecchie tappate dalle cuffie e ascoltano la musica per non accogliere nulla dell'esterno. La gente appena sola accende il cellulare e telefona e si aggrappa a voci conosciute.
Ci sono molte donne venute da lontano che lavorano quotidianamente nelle nostre case. Spesso la relazione con loro diviene una relazione affettiva e profonda e ci lasciamo coinvolgere nelle loro vite così come loro sono coinvolte nelle nostre. Quanti vecchi, anche un po' tremolanti ci sono in questi giorni all'Ufficio Provinciale del lavoro ansiosi, come le loro badanti, di potere ottenere la loro regolarizzazione. Hanno potuto, quasi sulla loro pelle capire la mostruosità della Bossi Fini. L'hanno capita da dentro stando vicini al dolore delle donne che li curano e che da anni non possono più vedere i loro bambini, i loro genitori. Si sono aperti alle loro lacrime e hanno capito la crudeltà di questa legge, non dal giornale, ma da dentro, aprendosi a partecipare ad altre storie, storie che non sono le loro, ma che li hanno toccati. Che cosa è stata la fine del comunismo, il crollo del muro si capisce non dai saggi sociopolitici, ma così, stando in contatto con tutte le donne che dai paesi ex-sovietici hanno dovuto venire via per scampare i figli alla fame.
C'è chi si apre all'ascolto, ma anche chi al dolore altrui si chiude. Conosco gente per bene che ha usufruito del loro lavoro per anni senza voler ascoltare che cosa vuol dire non poter tornare a casa non vedere i figli da anni in attesa di regolarizzazione…
La associazione Ishtar cui ho dato vita sei anni fa con altre amiche italiane e straniere si è proposta di essere un luogo di relazioni e di scambio tra donne. Pensando che qualche ricchezza di sapere potesse nascere per tutte dall'incontro e dall'amicizia tra donne che avevano storie e provenienze così diverse. Qualche cosa che ci facesse vivere meglio, capire di più e modificarci in questa maggiore comprensione del nostro tempo.
Il cambiamento dell'amministrazione quattro anni fa e l'incontro con Stefania Sartori nella sua nuova veste di Assessora alle Differenze hanno permesso la nascita di Casa di Ramia, che penso sia un'invenzione politica nuova e interessante. Differente da altri progetti cui altri comuni e altre associazioni hanno dato vita di fronte al fenomeno della migrazione, perché Casa di Ramia non rivolge le sue attività solo a donne straniere, ma è frequentata da donne italiane e da donne straniere. Si propone anche simbolicamente come un luogo di incontro tra le nuove e le vecchie abitanti della città e si situa in un quartiere particolare, quello più evidentemente multietnico che è però anche quello degli studenti e dell'Università. Differente anche perché casa di Ramia funziona in un regime di coprogettazione e di cogestione tra l'Assessorato e l'associazione.
Questo è potuto accadere e continua ad accadere perché tra l'Assessora e l'associazione si è verificata una coincidenza di intenti e una relazione di fiducia che ci permette di collaborare e di vivere insieme questa avventura. Dico avventura proprio nel senso che delle cose avvengono. Insieme abbiamo dato inizio a qualche cosa di nuovo. E' stato messo al mondo qualche cosa che, come luogo di relazioni, è un ambiente vivente , aperto alla crescita e al cambiamento. Quando si mette al mondo qualche cosa di vivo, esso in qualche modo ci stupisce e si sviluppa anche a modo suo, seguendo una sua logica, che spesso non è quella che avevamo prefigurato. Scombina i nostri progetti e le nostre logiche . Noi ne seguiamo la crescita attraverso aggiustamenti progressivi della nostra propria posizione, pronte a modificarci come nella relazione con una figlia, senza avere la presunzione di sapere che cosa sarà, non cessiamo di seguirla con cura amorosa. Una Casa è vivente perché è fatta dalle persone che la frequentano e gli incontri sono incontri reali se da essi nasce qualche cosa di imprevisto, qualche cosa che ci cambia, qualche cosa che è un nuovo sogno da custodire.
Quella che è nata è una Casa aperta, aperta non solo alle persone che la frequentano, ma anche aperta alle loro iniziative, ai loro bisogni, alle loro invenzioni ( corsi di arabo, corsi di cucina, di cucito, luogo di riunioni di badanti la domenica, di incontro per le associazioni di diverse etnie, punto di riferimento per studenti adolescenti di ambo i sessi, luogo di teatro e di organizzazione di scambi culturali).
Aperta anche in senso temporale: disponibile a crescere, a cambiare, un luogo simbolico di relazioni dove possa fiorire il dono dell'amicizia, non un servizio dove le migranti non viste solo come problema, ma un luogo aperto di sperimentazione, che richiede un aggiustamento continuo
uno stare a vedere, un accogliere.
Come ci ha insegnato Hannah Arendt l'azione politica mette al mondo il nuovo, dà un inizio che poi viene raccolto dalle altre e chi dà un inizio non può prevedere o controllare gli eventi che seguono.
Questa disponibilità a stare nell'apertura, nella modificazione, con una grande flessibilità ed un atteggiamento di fiducia, è ciò che io ho riscontrato nell'assessora e nelle sue collaboratrici Cinzia Alberini, Rosa Lovati, Elena Migliavacca . Atteggiamento non comune in un'amministrazione, anzi mi permetto di dire, spero a torto, atteggiamento abbastanza raro , che si concretizza in capacità di essere presenti e vigilanti, con fiducia ma senza delega, con flessibilità e apertura a cogliere le novità e le necessità.
Questa presenza ha permesso una reale coprogettazione che significa che non si è trattato da parte dell'Assessorato solo di un atto politico iniziale ( aprire la Casa) cui segue poi una delega, come può accadere quando l'Amministrazione affida certi compiti ad associazioni o a cooperative,ma a tutti gli effetti è stato ed è un andare avanti insieme. Per me con il senso di un appoggio e di una fiducia reciproca. Questo esperimento mi conferma in ciò che come insegnante già sapevo - nel movimento dell'autoriforma ci siamo dette il cambiamento della scuola dipende da noi dalla libertà che ci prendiamo, dalle novità che ci autorizziamo ad introdurre- e cioè che nelle istituzioni ci sono le regole e le procedure, ma che quello che conta sono le persone e le relazioni che instaurano tra di loro. Senza le persone, senza quelle persone lì, certe cose non possono realizzarsi.

D'altra parte perché ci possa essere incontro vero, non solo relazione strumentale con le migranti dobbiamo imparare a conoscere gli ostacoli, quelli soprattutto che vengono dalla nostra storia di donne occidentali e che costituiscono spesso uno schermo che ci impedisce di comprendere chi viene da altre storie e si trova come in un guado, tra ciò che ha lasciato e si porta dentro e i nostri modelli.
Mi farò aiutare dalle parole di Suor Antonietta Potente, ligure, domenicana che vive in Bolivia e insegna teologia a Cochabamba e a La Paz . " C'è un unico Dio oltre Dio è il denaro ed è un Dio che uccide" e ancora "E' inutile convertire tutta l'umanità a servire il denaro"
E allora ci chiediamo:c'entriamo qualche cosa noi donne occidentali con questo servire il denaro, propagare la servitù al denaro? Dipende da quando siamo identificate con la nostra storia di emancipazione che ha misurato l'indipendenza della donna sul suo accesso al mercato del lavoro. Ancora quando misuriamo lo sviluppo delle donne di altri paesi usiamo il parametro del mercato. La produzione di beni e servizi che non entra nel mercato rimane invisibile per la Banca Mondiale e per le ong. Le donne che non scambiano il loro lavoro con denaro ci sembrano molto povere, escluse in qualche modo dalla vita. Il banchiere Yunus ha avuto il Nobel per aver diffuso attraverso il microcredito una minuscola imprenditoria tra le donne delle Bangladesh. Per alcune è stata la salvezza, per altre la dissoluzione delle relazioni familiari e la solitudine.
Il denaro serve, ma storicamente si è presentato anche da noi come la dissoluzione dei legami personali. Il denaro ci rende indipendenti, sentiamo che se abbiamo denaro nostro per vivere non dipendiamo da nessuno. Il denaro ci mette al sicuro se le relazioni saltano. Se l'amore non c'è più almeno c'è il denaro…
Ma possiamo pensare quali sono le situazioni della nostra vita in cui denaro e relazioni stanno bene insieme. Che possano stare insieme anche felicemente ce lo mostra l' esperienza lavorativa di molte di noi, dove certo lavoriamo per avere uno stipendio, ma la gioia e la soddisfazione che sperimentiamo, se questa gioia c'è, dipendono dal fatto che il lavoro ci permette degli incontri, lo sviluppo di relazioni che sono una buona parte della remunerazione del nostro lavoro. Senza di queste ci sentiremmo schiave…
Un anno fa, all'uscita di una ricerca fatta negli States sulle donne immigrate che lavorano nelle case delle donne più ricche, è stata aperta sui giornali una polemica che metteva in questione la posizione delle donne emancipate che possono lavorare fuori casa perché affidano i propri vecchi e i propri figli ad altre donne, oggi soprattutto donne straniere. E' una storia che riguarda soprattutto la mia generazione di donne, quelle che avevano il posto fisso e non potevano lasciarlo a lungo per ragioni di cura familiare. Riguarda meno le giovani donne di oggi: molte figli non ne fanno, rinviando sempre questo desiderio fino al limite dell'età della fecondità, perché non saprebbero come mantenerli, altre approfittano delle condizioni di flessibilità e precarietà del mondo del lavoro per rimanere per qualche anno fuori dal mercato del lavoro e stare con i loro bambini finchè sono piccoli. Ma anche stando alla nostra storia ci potremmo chiedere perché noi privilegiamo così tanto i legami di sangue. Quando sappiamo benissimo che a volte siamo madri migliori di ragazzi che non abbiamo partorito e più disponibili all'ascolto di vecchi che non sono i nostri genitori?
Questo lo sappiamo nella pratica, ma non gli diamo peso, non gli attribuiamo un significato e quando ci rivolgiamo ad una donna africana che ha lasciato i figli al suo paese e non ha intenzione di farli venire, o che, addirittura dopo averli fatti venire, li rimanda a casa incapace di governarli nel nuovo ambiente dove sente che si stanno perdendo,allora siamo scandalizzate e diciamo ma dov'è l'amore materno? Forse l'amore materno non è avere i figli accanto, ma farli vivere nell'ambiente più favorevole.
La famiglia in Africa e probabilmente in altri paesi non si limita ad unire persone che hanno legami di consanguineità, ma abbraccia una rete di solidarietà più ampia. Come penso ci spiegherà Brigitte Atayi che è qui vicino a me.
Questa ricchezza di legami di sostegno e di affetti è qualche cosa che potremmo imparare e che spesso, in verità , non è estranea alla nostra storia. La mia migliore zia, quella su cui si contava nei momenti di difficoltà, ma che partecipava anche a tutti i momenti di festa, non era una delle sorelle di mia madre, che pur ne aveva, ma la sua amica più cara.
Così per me Ishtar in questi anni è stata l'occasione di allargare la rete di amicizie, ma anche in un certo senso di allargare la famiglia trovandomi a dire - senza consapevole premeditazione- sono una zia per nominare la relazione affettiva che mi legava e mi rendeva responsabile del legame con qualche ragazza o ragazzo migrante, disponibile a condividere con me qualche viaggio, qualche libro, qualche mostra e qualcuna delle sue speranze per il futuro. Avere questi nipoti adottivi e tramite loro sentirmi legata anche alle loro madri e a volte ai loro padri, questa possibilità di allargamento dei confini del cuore questa la ricchezza più grande e il debito più grande che ho contratto in questi anni nella mia ricerca di relazione con i nuovi abitanti della nostra città.