06/05/07 da: "La terrazza proibita" di Fatima Mernissi
Hudud: confini
Il cugino Samìr, che a volte accompagnava lo zio e papà nei loro viaggi, diceva che, per creare un confine, tutto quello che serve sono soldati che costringano la gente a crederci. Nel paesaggio di per sé non cambia nulla. Il confine sta nella mente di chi ha il potere.
Io non potevo andare a verificarlo di persona, perché lo zio e papà dicevano che una donna non deve viaggiare: viaggiare è pericoloso e le donne non sono in grado di difendersi. In proposito, la teoria della zia Habìba - la quale era stata ripudiata all'improvviso e senza ragione dal marito amatissimo -era la seguente: Allàh aveva mandato in Marocco gli eserciti del nord per punire gli uomini, colpevoli di aver violato i hudùd che proteggono le donne. Chi fa torto a una donna, viola i sacri confini di Allàh. E’ illecito far torto a chi non può difendersi. La poveretta pianse per anni.
Educazione è conoscere i hudùd, i sacri confini, asseriva Làlla Tarn, direttrice della scuola coranica dove, all'età di tre anni, fui mandata a raggiungere i miei dieci Cugini. La mia maestra aveva una frusta lunga e minacciosa, ed io ero perfettamente d'accordo con lei su tutto: i confini, i cristiani, l'educazione.
Essere musulmani e rispettare i hudùd sono una cosa sola. E per un bambino, rispettare i hudùd significa obbedire. Io desideravo tremendamente di compiacere Làlla Tarn, e una volta che lei non era a portata d'orecchio chiesi a mia cugina Malika, di due anni maggiore di me, se poteva mostrarmi il punto esatto dove si trovavano i hudùd. Mi rispose che lei per certo sapeva una cosa sola: che tutto sarebbe filato liscio se avessi obbedito alla maestra. Hudùd era tutto quello che la maestra proibiva. Le parole di mia cugina mi aiutarono a rilassarmi e cominciai a godermi la scuola.
Ma da allora, cercare i confini è diventata l'occupazione della mia vita. L'ansia mi divora ogni volta che non so individuare con esattezza la linea geometrica che determina la mia impotenza.
La mia infanzia è stata felice perché i confini erano di una chiarezza cristallina. Primo fu la soglia che separava il salone di casa dal cortile principale. Uscire in quel cortile al mattino non mi era permesso, fintante che mia madre non si alzava, e ciò significava che, dalle sei alle otto, dovevo giocare senza far rumore. Potevo, se volevo, sedermi sulla fredda soglia di marmo, ma non dovevo unirmi ai giochi dei cugini più grandi. «Ancora non sei capace di difenderti», mi spiegava la mamma, «anche giocare è una specie di guerra». E io, che avevo paura della guerra, mettevo il mio cuscino sulla soglia, e me ne stavo lì seduta, giocando a al-masrìya bi'l-jàls (alla lettera, "passeggiare seduta"), un gioco che inventai a quel tempo e che ancora oggi trovo molto utile. Per giocare occorrono solo tre cose. La prima è starsene immobili da qualche parte, la seconda è avere un posto per sedersi, e la terza, trovarsi in una disposizione di umiltà tale da accettare l'idea che il proprio tempo non valga niente. Il gioco consiste nel contemplare superfici familiari come se fossero estranee.
Stavo lì a sedere sulla soglia e osservavo casa nostra come se non l'avessi mai vista. La prima cosa da guardare era il cortile rigido e squadrato, dove ogni cosa era governata dalla simmetria. Persino la bianca fontana di marmo che si trovava al centro, col suo perpetuo gorgogliare, pareva ammansita e sotto controllo. (…) (pp8-10)
L’harem nella testa: conversazione con nonna Jasmina
Il portone o il cancello non avevano quasi senso, dato che non c'erano mura. E per fare un harem, pensavo, c'è bisogno di una barriera, o di un confine. Quell'estate, andai in visita da Jasmìna e le raccontai la storiella di Shàma sulla nascita degli harem. Quando mi accorsi che mi ascoltava, decisi di fare sfoggio di tutte le mie conoscenze in materia di storia, e cominciai a parlarle dei romani e dei loro harem, e di come gli arabi erano diventati sultani del mondo grazie alle mille donne del califfo Harùn al-Rashìd, e, infine, di come i cristiani avevano ingannato gli arabi cambiando loro le regole durante il sonno. Al sentire questa storia, Jasmìna si fece un sacco di risate, e disse che era troppo illetterata per valutare i fatti storici, ma che tutto quello che avevo detto le suonava tanto buffo quanto sensato. Allora le chiesi se quello che aveva detto Shàma era vero o falso, e lei mi rispose che dovevo rilassarmi riguardo a questa faccenda di ciò che è vero o falso, giusto o sbagliato. Disse che c'erano cose che potevano essere l'uno e l'altro, e cose che non potevano essere né l'uno né l'altro. «Le parole sono come le cipolle», disse. «Più pelli togli, più significati incontri. E quando inizi a scoprire così tanti significati, allora "giusto" e "sbagliato" perdono di importanza. Queste domande sugli harem che tu e Samìr andate facendo, sono tutte belle e buone, ma ci sarà sempre qualcos'altro da scoprire». E poi aggiunse: «Adesso ti pelo un'altra pelle della questione. Ma ricordati, è solo una fra le tante».
La parola "harem", disse, era una leggera variante della parola haràm, il "proibito", il "vietato". Questa, a sua volta, era il contrario della parola halàl, il "lecito", il "consentito". L'harem era un posto dove un uomo dava rifugio alla sua famiglia, alla moglie o alle mogli, ai figli e ai congiunti. Poteva essere una casa o una tenda, e il termine poteva essere riferito sia allo spazio che alla gente che vi abitava. Si diceva «l'harem del signor Pinco Pallino» per designare sia i membri della sua famiglia che la sua dimora fisica. Riuscii a vederci più chiaro quando Jasmìna mi spiegò che la Mecca, la città sacra, veniva anche chiamata Haràm. La Mecca era uno spazio dove il comportamento era rigidamente codificato. Nel momento in cui vi si metteva piede, si era vincolati da un gran numero di leggi e di regole. Le persone che entravano alla Mecca dovevano essere pure: dovevano eseguire dei rituali di purificazione e astenersi dal mentire, imbrogliare e commettere azioni dannose. La città apparteneva ad Allàh, e si doveva obbedire alla sua sharì'a, o legge sacra, quando si faceva ingresso nel suo territorio. La stessa cosa si applicava a un harem, quando il termine stava a designare la casa di proprietà di un uomo. Nessun altro uomo poteva entrarvi senza il permesso del proprietario e, una volta entrati, si dovevano rispettare le sue regole. L'harem aveva a che fare con lo spazio privato e le norme che lo regolano. Senza contare, diceva Jasmìna, che per fare un harem, le mura non sono indispensabili. Una volta che si sa cosa è proibito, l'harem è qualcosa che ci si porta dentro. Ce l'hai nella testa, «scolpito sotto la fronte e sotto la pelle» . Quest'idea di un harem invisibile, di una legge tatuata nel cervello, mi turbava e spaventava; non mi piaceva per niente, e chiesi alla nonna di spiegarsi meglio.
Sebbene priva di mura, disse Jasmina, la fattoria era nondimeno un harem. «C'è bisogno di mura solo dove ci sono delle strade!». Ma se uno, come il nonno, decideva di vivere in campagna, allora non c'era alcun bisogno di portoni, perché si stava in mezzo ai campi e non passava nessuno. Le donne potevano andarsene libere per la campagna, perché non c'erano stranieri in giro a sbirciarle: potevano camminare, o cavalcare, per ore, senza vedere anima viva. Ma se incontravano un contadino, e quello si accorgeva che non erano velate, allora si copriva la testa col cappuccio della sua jallàbiyya, per mostrare che non le guardava. In questo caso, disse Jasmìna, l'harem era nella testa del contadino, scolpito da qualche parte sotto la sua fronte: le donne della fattoria erano proprietà di Sìdì Tàzì, e il contadino, quindi, sapeva di non avere il diritto di guardarle.
Questa faccenda di andarsene in giro con un limite dentro la testa mi disturbava, e con discrezione mi portai la mano alla fronte per assicurarmi che fosse bella liscia, tanto per vedere se casomai io potevo essere libera dall'harem. Ma proprio allora la spiegazione di Jasmìna si fece ancora più allarmante, perché la cosa che disse subito dopo fu che ogni spazio aveva delle regole invisibili sue proprie e, al momento di entrarvi, bisognava capire quali fossero. «E quando dico spazio», continuò, «può essere uno spazio qualunque –un cortile, una terrazza, una stanza, anche la strada, se è per questo. Dovunque vi siano esseri umani, là c'è una qà'ida, ovvero una"norma" invisibile. Se ti attieni alla qà'ida, non può accaderti nulla di male». In arabo, mi ricordò, qà'ida significa cose diverse, ma tutte condividevano la stessa premessa di base. Una legge matematica o un sistema legale era una qà’ida e così anche le fondamenta di un edificio. Qà'ida era anche un costume o un codice di comportamento. Qà'ida era dappertutto. Poi aggiunse qualcosa che mi spaventò davvero «Sfortunatamente, nella maggior parte dei casi, qà'ida è qualche cosa che va contro le donne».
(Pp62-64)
Notizie sull’autrice
Fatima Mernissi è nata a Fez in Marocco nel 1940: docente di sociologia all'Università di Rabat Mohammed V, studiosa del Corano e scrittrice, da molti anni svolge attività di ricerca e insegnamento in ambito internazionale. I suoi libri sono letti in tutto il mondo e tradotti in più di venti lingue; in Italia è nota soprattutto per il successo di La terrazza proibita (Giunti, 1996), seguito da L'harem e l'Occidente (Giunti 2000) e Islam e democrazia (Giunti 2002); sono stati tradotti in Italia anche Le donne del Profeta (Ecig 1992), Le sultane dimenticate (Marietti 1992), Chahrazad non è marocchina (Sonda 1993). Instancabile tessitrice di relazioni politiche e culturali fra i paesi del Mediterraneo, ma anche fra paesi islamici e mondo anglo-sassone, Fatima Mernissi ha ricevuto a Oviedo nell'ottobre 2003 l'importante premio spagnolo Principe delle Asturie.