Intestazione
logo Ishtar

06/05/07 da: "L’harem e l’occidente" di Fatima Mernissi

- Donne con le ali -

Se per caso vi capitasse di incontrarmi all'aeroporto di Casablanca, o su una nave in partenza da Tangeri, vi apparirei disinvolta e sicura di me, ma la realtà è ben diversa. Ancora oggi, alla mia età, l'idea di varcare una frontiera mi rende nervosa, temo di non comprendere gli stranieri. «Viaggiare è il modo migliore per conoscere e accrescere la tua forza», diceva Jasmina, mia nonna, che era illetterata e viveva in un harem, una tradizionale abitazione familiare dalle porte sbarrate che le donne non erano autorizzate ad aprire. «Devi focalizzarti sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa, e più conoscerai te stessa, più sarai forte». Jasmina viveva la sua vita nell'harem come una vera e propria prigionia. Aveva perciò un'idea grandiosa del viag¬giare e vedeva nell'opportunità di varcare dei confini un sacro privilegio: la migliore occasione per lasciarsi dietro la propria debolezza. A Fez, la città medievale della mia infanzia, giravano voci affascinanti su abili maestri sufi che esperivano straordinari lampi di illuminazione (lawàmi') ed estendeva¬no rapidamente la loro conoscenza, tanto erano tesi ad apprendere dagli stranieri che incrociavano nella vita.
Qualche anno fa, ho dovuto recarmi in Occidente e visitare una decina di città, per la promozione del mio libro La terrazza proibita, uscito nel 1994 e tradotto in ventidue lingue. Sono stata intervistata da più di cento giorna¬listi occidentali, e in quelle occasioni ho potuto notare che la maggioranza degli uomini pronunciava la parola "harem" con un sorriso. Quei sorrisi mi sconcertavano. Come si fa a sorridere evocando un sinonimo di prigione? Per Jasmina, "harem" rimandava alla crudele restrizione dei suoi diritti, primo fra tutti «quello di viaggiare e scoprire la bellezza e la complessità del pianeta di Allah», come diceva lei. Secondo la filosofia di Jasmina - che, ho scoperto in seguito, era quella dei Sufi, i mistici dell'Islam - avrei dovuto fare del mio sconcerto uno stimolante invito ad apprendere da quegli stra¬nieri che, era evidente, davano un diverso significato alla parola "harem". Da principio, non fu facile trasformare il mio sentimento negativo in uno stato d'animo positivo, più propizio all'apprendimento. Cominciavo a domandar¬mi se, data la mia età, non stessi perdendo la capacità di adattarmi rapida¬mente a nuove situazioni, e mi terrorizzava l'idea di diventare rigida e inca¬pace di accogliere l'imprevisto. Ma nessuno fece caso alla mia ansia, durante quel viaggio di promozione, grazie al pesante bracciale berbero d'argento che sfoggiavo, e alla profusione di rossetto Chanel sulle mie labbra.
Perché il viaggio diventi un'esperienza cognitiva, occorre allenarsi a cap¬tare messaggi. «Tu devi coltivare l'isti'dad, uno stato di prontezza», mi sus¬surrava nell'orecchio Jasmina, con un tono da cospirazione che intendeva escludere quelli che giudicava immeritevoli dell'eredità sufi. «Il bagaglio più prezioso che portano gli stranieri è la loro differenza. E se ti concentri sul divergente e il dissimile, avrai anche tu delle illuminazioni», aggiungeva prima di ricordarmi di mantenere segreto il mio addestramento. «Taqiyyah, segretezza, questa è la parola d'ordine. Ricordati cosa accadde al povero Hallag!». Hallag era un famoso Sufi che fu arrestato dalla polizia degli Abbasidi nel 915 per aver pubblicamente enunciato, nelle vie di Baghdad, una frase che avrebbe dovuto tener per sé: «Io sono la Verità» (Ana. l'haqq). Dal momento che Verità è uno degli appellativi di Dio, Hallag fu dichiarato eretico. L'Islam insiste sull'incolmabile distanza che separa umano e divino, ma Hallag credeva che quando ci si immerge nell'amore di Dio, la confusio¬ne con la divinità diventasse possibile. Hallag sconvolse la routine della poli¬zia di allora, perché arrestare uno che si dichiarava fatto a immagine di Dio poteva equivalere ad aggredire Dio stesso. Fu arso vivo nel marzo del 922, e io, sempre convinta che restare in vita fosse di gran lunga l'opzione miglio¬re, seguivo le istruzioni di Jasmina e mantenevo il segreto in tema di viaggi come esperienza conoscitiva. Sono cresciuta nel proposito di realizzare il sogno di mia nonna, al punto tale che passare un confine mi mette in ansia.

Per tutta l'infanzia, Jasmina mi ha ripetuto che è normale, per una donna, provare panico al momento di attraversare oceani e fiumi. «Quando una donna si decide a usare le proprie ali, si assume grandi rischi», mi diceva. Non solo credeva che le donne avessero le ali, ma era anche convinta che facessero male a non usarle. Quando morì, io avevo tredici anni. Avrei dovu¬to piangere, ma non lo feci. «Il miglior modo di ricordare tua nonna», mi aveva detto in punto di morte, «è tramandare la mia preferita tra le storie di Shahrazad, quella della "Donna dal vestito di piume"». Io, quella storia, l'ho imparata a memoria. Il nucleo centrale del suo messaggio è che la donna dovrebbe vivere come una nomade, sempre all'erta, pronta a migrare anche quando è amata, perché - almeno, così dice la fiaba - l'amore può fagocitar¬la e diventare la sua prigione.
All'età di diciannove anni, quando presi il treno per andare a iscrivermi all'università Mohammed V di Rabat, passai una frontiera tra le più perico¬lose di tutta la mia vita: quella, cioè, che divideva Fez, la mia città natale, un labirintico centro religioso del IX secolo, da Rabat, moderna città bianca aperta sulle spiagge dell'Atlantico ruggente. Ero così smarrita a Rabat, tra quei suoi viali così larghi, che non potevo fare un passo senza Kemal, un compagno di studi che veniva dal mio stesso quartiere di Fez. Kemal non perdeva mai occasione di esprimermi la sua perplessità riguardo ai miei sentimenti per lui: «A volte mi chiedo se mi ami, o se ti servo solo come scudo contro le migliaia di uomini che arrivano da tutto il Marocco per iscriversi a questa università». Quello che mi irritava in lui era la sua incre¬dibile capacità di leggermi nel pensiero, ma la ragione per cui gli ero affe¬zionata era che conosceva a memoria la favola di Jasmina. E tuttavia, la sua versione era quella ufficiale riportata nel libro delle Mille e una notte. Fu lui a dirmi che le donne illetterate come Jasmina erano più sovversive di quelle istruite, e a farmi notare che mia nonna aveva introdotto nella storia due distorsioni eretiche. «E siccome usava la forma del racconto orale», diceva Kemal, «è sfuggita del tutto alla censura». In tutta la storia musulmana, la tradizione orale è quella che ha ridotto i despoti all'assoluta impotenza.
La prima distorsione introdotta da Jasmina riguarda il titolo, che lei aveva, per così dire, femminilizzatq. Nelle Mille e una notte la fiaba si intitola "Storia di Hassan al-Basri", ovvero storia di Hassan, nativo della città di Bassora, nell'Iraq meridionale, al crocevia fra il Mediterraneo e le rotte com¬merciali che collegavano l'Oriente alla Cina. La fiaba che io ereditai da mia nonna aveva per titolo, invece, "La donna dal vestito di piume".
La storia ha inizio a Baghdad, allora capitale dell'Impero musulmano, da dove Hassan, un giovane attraente ma fallito, che ha sperperato la sua eredità in vino e allegre compagnie, salpa verso isole remote in cerca di for¬tuna. Una notte, mentre è intento a scrutare il mare dall'alto di una terrazza, è attratto dai movimenti aggraziati di un grande uccello che è venuto a posarsi sulla spiaggia. All'improvviso l'uccello si spoglia del suo piumaggio, che si rivela essere un vestito di piume, appunto, e ne esce una bella donna nuda che corre a tuffarsi nelle onde.
«... In beltà superava tutti gli esseri umani. Aveva una bocca magica come il sigillo di Salomone, e capelli più neri della notte... Le sue labbra erano come coralli e i denti, un filo di perle... Tutto balze era il ventre suo... E cosce grandi e piene come colonne di marmo, ella aveva».
Ma ciò che più attirò l'attenzione di Hassan al-Basri fu quello che la bella donna nuda aveva tra le gambe. «Allora gettò un'occhiata alla donzella che stava ritta e nuda come sua madre l'aveva fatta, e vide bene cosa aveva in mezzo alle cosce: una splendida cupola rotonda sorretta da pilastri, simile ad una coppa d'argento o di cristallo».
Pazzo d'amore, Hassan ruba a quella bellezza al bagno il suo vestito di piume, e lo seppellisce in un luogo segreto. Privata delle ali, la donna è ora in suo potere. Hassan la sposa, la copre di seta e pietre preziose, e quando lei gli da due figli, allenta le sue vigili premure e si convince che la donna non penserà mai più a volare via. Comincia a fare dei lunghi viaggi per accresce¬re le sue ricchezze, ed è sorpreso quando un giorno, al suo ritorno, scopre che lei non ha mai smesso di cercare il suo vestito di piume e, una volta tro¬vatelo, non ha esitato a prendere il volo.
«Stringendosi i figli al petto, si avvolse nell'abito di piume e divenne un uccello, per volere di Allah al quale appartengono potenza e maestà. Poi avanzò con grazia ondeggiando e danzò e si pavoneggiò e agitò le ali...»."
Spiegò le ali, e prima di intraprendere il pericoloso viaggio di ritorno, assieme ai suoi due figli, sorvolando fiumi profondi e oceani in tempesta, fino alla nativa isola di Wak Wak, lasciò un messaggio per Hassan: poteva raggiungerla là, se ne avesse avuto il coraggio. Nessuno sapeva allora, e ancor meno oggi, dove collocare questa misteriosa Wak Wak, emblema di esotismo e di remota alterità. Gli storici arabi come Mas'udi, il quale scrisse Le praterie d'oro nel IX secolo, la collocarono nell'Africa orientale, oltre Zanzibar. Marco Polo descrive l'isola di Wak Wak come terra delle Amazzoni che regnavano sull'"Isola delle Femmine" di Socotra. Altri identificarono Wak Wak con le Seychelles, il Madagascar o la penisola di Malacca. Alcuni la situarono in Cina, altri infine in Indonesia (Giava). Quel che è certo è che Bassora, la città natale di Hassan, si trovava nella parte orientale dell'Iraq ed era «il più importante punto di partenza verso il Celeste Impero sotto il dominio della dinastia Tang», che governava la Cina nel VII secolo.
L'altra distorsione sovversiva introdotta da Jasmina nella sua versione orale era, secondo Kemal, il finale triste della storia. Nella fiaba di mia nonna, Hassan non riesce più ad avere con sé la moglie e i figli. Passa la vita a cercare l'isola della sua sposa alata, senza mai ritrovarla. Nel libro delle Mille e una notte, scritto da uomini, Hassan naviga gli oceani per mesi, finché trova moglie e figli e li riporta tutti a Baghdad, dove vivono per sempre felici e contenti.
Kemal diceva che gli uomini sono attratti irresistibilmente dalle donne indipendenti, e se ne innamorano profondamente, ma hanno sempre paura di essere lasciati, ed è per questo che se ne aveva a male per la svolta data da Jasmina alla storia. «Concludere come faceva quella ribelle di tua nonna, affermando, in sostanza, che le donne hanno il diritto di abbandonare mari¬ti sempre in viaggio per affari, non da un bel contributo alla stabilità delle famiglie musulmane, ti pare?». Attaccare Jasmina e addossarle la colpa dei problemi coniugali di Hassan, divenne per Kemal il mezzo preferito per esprimere la sua gelosia ogni qual volta manifestavo l'intenzione di accetta¬re un invito senza la sua scorta o di intraprendere un viaggio per conto mio. Continuava a ripetermi che avrebbe voluto vivere ancora nella Baghdad del medioevo, quando le donne erano tenute sotto chiave negli harem. «Perché credi che i nostri antenati mettessero le mogli dentro palazzi dalle alte mura e giardini tutti all'interno?», mi chiedeva. «Solo degli uomini disperatamen¬te fragili, convinti che le donne hanno le ali, potevano pensare a una solu¬zione così drastica come l'harem, un vero carcere mascherato da palazzo».
Ogni volta che saltava fuori questo discorso - come troppo spesso, per i miei gusti, accadeva tra noi -, cercavo di placare Kemal, ricordandogli che nell'Occidente cristiano gli uomini non rinchiudevano le donne negli harem, ma invece di ammansirlo questo argomento lo mandava in bestia. «Io non so cosa passa per la testa degli occidentali. Tutto quello che so è che anche loro avrebbero costruito gli harem, se avessero visto nelle donne una forza incontrollabile. Forse, nelle loro fantasie, si figurano donne senza ali. Chi lo sa?».
(pp7-11)

Notizie sull’autrice
Fatima Mernissi è nata a Fez in Marocco nel 1940: docente di sociologia all'Università di Rabat Mohammed V, studiosa del Corano e scrittrice, da molti anni svolge attività di ricerca e insegnamento in ambito internazionale. I suoi libri sono letti in tutto il mondo e tradotti in più di venti lingue; in Italia è nota soprattutto per il successo di La terrazza proibita (Giunti, 1996), seguito da L'harem e l'Occidente (Giunti 2000) e Islam e democrazia (Giunti 2002); sono stati tradotti in Italia anche Le donne del Profeta (Ecig 1992), Le sultane dimenticate (Marietti 1992), Chahrazad non è marocchina (Sonda 1993). Instancabile tessitrice di relazioni politiche e culturali fra i paesi del Mediterraneo, ma anche fra paesi islamici e mondo anglo-sassone, Fatima Mernissi ha ricevuto a Oviedo nell'ottobre 2003 l'importante premio spagnolo Principe delle Asturie.