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06/05/07 da:" Karawan - dal deserto al web" di Fatima Mernissi

Imparare a comunicare con gli stranieri e padroneggiare l'arte di Interpretare le differenze è sempre stata la mia fissazione. A partire dall'attacco dell’11 settembre 2001 che ha destabilizzato l'intero pianeta e in particolare il mondo arabo, le statistiche quotidiane sulle morti dei civili sono un vero incubo. Comunicare o morire sembra essere il destino di tutti i cittadini del mondo che non sono disposti a imbracciare un fucile. Ma come possiamo trarre benefici dalla globalizzazione, che ci trasforma in turisti, anche no¬stro malgrado, per buona parte dell'anno? A sentire il premio Nobel per l'economia Joseph E. Stiglitz, la globalizzazione è potenzialmente in grado di rafforzare lo schieramento dei cosmocivici, poiché: «Sostanzialmente, si tratta di una maggiore integrazione tra i paesi e i popoli del mondo, determinata dall'enorme riduzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni e dall'abbattimento delle barriere artificiali alla circolazione internazionale dei beni, servizi, capitali, conoscenze e (in minor misura) delle persone».
Una buona mossa per cominciare a sfruttare i vantaggi della globalizzazione, mi sono detta, è quella di aiutare i turisti che viaggiano in Marocco a trovare i loro alleati cosmocivici, oggi più che mai preziosi visto che dobbiamo sopravvivere in un pianeta dove le industrie della morte invadono ogni terreno per lanciare ai giovani i loro macabri messaggi. Perché l'ottimismo di Stiglitz trascura un particolare negativo del quadro: l'invasione di Internet parte dei mercanti di morte cosmocratici, siano essi reclutatori di giovani americani da mandare sotto le armi per conto del Pentagono, o emissari clandestini dei network controllati da al -Qaida dove si reclutano terroristi. In un cupo articolo dal sapore orwelliano, comparso in una pubblicazione del prestigioso Council on Foreign Relations (Consiglio per le relazioni estere), veniamo edotti sul fatto che l'uso di Internet per scopi bellici non è affatto monopolio di gruppi criminali quali le organizzazioni terroristiche. «Nel Giorno dell'lndipendenza, tradizionale appuntamento estivo di grandi incassi per l'industria del divertimento, le Forze Armate statunitensi hanno messo in circolazione il loro nuovo video game, "America's Army: Operations". Progettato dal MOVES (Modeling, Simulation and Virtua Environments Institute) della Scuola Navale di Perfezionamento Post-laurea di Monterey in California, il gioco - inteso come strumento per il reclutamento - è distribuito gratuitamente via Internet ». L'autore dell'articolo aggiunge che «il primo giorno in cui è stato distribuito, i militari hanno aggiunto nuovi server per smaltire meglio il traffico, stimato intorno alle 400.000 operazioni di scaricamento del gioco. Il sito ha continuato ad avere una media di 1,2 milioni di hit per secondo per tutto il mese dì agosto». L'articolo prosegue argomentando che - contrariamente a quanto ci si aspettava alla fine della Guerra Fredda - il complesso industrial-militare non si è affatto indebolito. «Si è semplicemente riorganizzato. In effetti, è più efficiente di prima (...). Il complesso dell'industria militare è diventato l'industria militare dell'intrattenimento». E dopo aver sottolineato che l'intreccio d'affari tra Hollywood e il Pentagono può essere assai profittevole, dato che! «i war games sono un passatempo molto apprezzato», l'autore invita il lettore a considerare le enormi implicazioni che quest'industria può avere sulla sicurezza, se non altro perché i più probabili consumatori di questi giochi sono proprio i giovani musulmani che al-Qaida sta cercando di arruolare nel terrorismo. Ovvio che I network dell'estremismo islamico hanno i loro siti, in lingua araba, grazie ai quali - proprio come fa il Pentagono dal canto suo -, diffondono i loro messaggi e cercano di attrarre nuove reclute disposte a intraprendere una carriera di morte e assassinio. Ma la disponibilità di war games messi in rete dalle Forze Armate statunitensi offre di fatto un grande sostegno alla missione dei capi del terrorismo islamico, il che ci porta a sottolineare la necessità che i pacifici cittadini del mondo rafforzino le loro reti di solidarietà e proteggano i loro giovani dalle lusinghe dei mercanti di morte. Oggi più che mai, il turismo deve assumere i connotati di un'
Impresa civica, deve sforzarsi di mettere in connessione coloro che condividono la visione di un pianeta in cui la gioventù sia libera di scegliere, un pianeta dove lo spaventoso orizzonte di violenza che Orwell ci ha proposto nel suo 1984 sia per sempre relegato a un Infausto passato.
Ed è un po' con il ricordo di Orwell, malato e solo in una camera d'albergo di Marrakech, che ho scritto questo libro. Per quanto mi è possibile, Dio mi è testimone, ho cercato di risparmiarvi l'asfissia dello stile accademico, pur nutrendovi di informazioni pertinenti, con una spolveratina di descrizioni storiche prese delle mie guide preferite: i geografi arabi al-Bakri (XI sec.) e al-ldrisi (XII sec.) i due storici affascinanti, Ibn Khaldun e Leone l'Africano. Il primo è nato a Tunisi nel 732 (1332 dell'era cristiana) e il secondo, il cui vero nome era Hasan al-Wazzàn, è vissuto nel Marocco del XVI secolo, prima di essere rapito da pirati italiani e venduto come schiavo al Papa, al quale descrisse la sua terra nativa. Nelle pagine che seguono, cerco di condividere con gli stranieri di passaggio e con i miei compatrioti che passano le vacanze in patria, quello che del Marocco mi piace e soprattutto mi diverte, quando io stessa mi trasformo in turista.
(pp 19-21)

Notizie sull’autrice
Fatima Mernissi è nata a Fez in Marocco nel 1940: docente di sociologia all'Università di Rabat Mohammed V, studiosa del Corano e scrittrice, da molti anni svolge attività di ricerca e insegnamento in ambito internazionale. I suoi libri sono letti in tutto il mondo e tradotti in più di venti lingue; in Italia è nota soprattutto per il successo di La terrazza proibita (Giunti, 1996), seguito da L'harem e l'Occidente (Giunti 2000) e Islam e democrazia (Giunti 2002); sono stati tradotti in Italia anche Le donne del Profeta (Ecig 1992), Le sultane dimenticate (Marietti 1992), Chahrazad non è marocchina (Sonda 1993). Instancabile tessitrice di relazioni politiche e culturali fra i paesi del Mediterraneo, ma anche fra paesi islamici e mondo anglo-sassone, Fatima Mernissi ha ricevuto a Oviedo nell'ottobre 2003 l'importante premio spagnolo Principe delle Asturie.