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08/05/07 Itala Vivan parla di: "Cittadina di seconda classe" di Buchi Emecheta

C'era un tempo in cui dalla testa dell'impero britannico partivano scrit¬tori in cerca di emozioni ed esperienze esotiche, mentre amministratori contagiati dal segreto vizio della pagina letteraria si incamminavano lun¬go le mille strade dell'India, i deserti australiani, le foreste e le savane del¬l'Africa o le dorate isole caraibiche osservando e raccontando, sognando e intessendo fantasie. Costoro approdarono in remote province nascoste nelle lunghe ombre della corona, e ne ritornarono carichi di splendori orientali, arricchiti di prospettive imprevedibili su antiche ed enigmati-che civiltà: e da tutto questo trassero racconti avvincenti come sortilegi, profumati di intensi aromi esotici.
Il viaggio di scoperta si disegnava su territori "altri", dove un Grande Vuoto sembrava offrirsi al tracciato della mobile frontiera dell'esplora¬zione occidentale. Così avvenne che rifluirono nella vecchia Inghilterra i racconti indiani di Kipling, i complessi romanzi d'ambiente coloniale di E.M. Forster, le cifrate avventure esoteriche di Rider Haggard e la nar¬rativa africana dell'ironico Joyce Cary. E così fu che il polacco Joseph Conrad e la danese Karen Blixen trasfigurarono in pagina letteraria, me¬taforizzandola, l'avventura in terre lontane; mentre una schiera di minori — molti dei quali tuttavia assai interessanti, come Susanna Moodie, Mary Kingsley, Richard Hughes, Paul Scoti — continuavano la tradizione del¬la letteratura di viaggio o di esotica avventura.
Oggi questa mobile frontiera dell'avventura occidentale — esplorazio¬ne, ricerca, emigrazione, fuga — rivolta dal centro (capitale dell'impero) verso la periferia (colonie) ha invertito senso e significato, creando un mo¬vimento direzionalmente opposto, che ritorna dalle ex colonie verso il cuore del mondo di lingua inglese. Attualmente le città della Gran Bretagna sono colme di immigranti affluiti dalle Indie Occidentali, dall'Afri¬ca, dall'India; mentre il campo della produzione letteraria in lingua in¬glese è percorso da scrittori anglofoni che hanno ormai creato un pae¬saggio del tutto nuovo e inedito. Il viaggio di scoperta non si fa più da Londra verso i Caraibi, l'India, l'Africa Nera, bensì, in senso inverso, da Trinidad alla campagna dell'Inghilterra meridionale — con V.S. Naipaul e l'enigma del suo arrivo — dall'India a Londra — dove approda il pro¬teiforme Ganesh di Salman Rushdie — e, infine, da Lagos e dalla Ibuza degli Ibo agli slums londinesi che la nigeriana Buchi Emecheta esplora in questo libro, attraverso le faticose tappe della sua storia personale.

I capitoli qui riuniti sotto il titolo Cittadina di seconda classe risulta¬no dalla convergenza di due diverse serie di testi. La prima serie, In the Ditch, comparve originariamente a puntate nella rubrica "Life in the Ditch" della rivista londinese "New Statesman" e fu pubblicata in volume nel 1972. Per rispettare l'ordine cronologico del racconto, In the Ditch — tra¬dotta con "Toccando il fondo" — è stata qui posposta alla seconda serie, originariamente intitolata Second-Class Citizen, del 1974.
Si tratta di narrativa autobiografica, scandita in capitoli/puntate at¬traverso cui Buchi Emecheta rintraccia la storia della propria infanzia e giovinezza, dei primi anni di matrimonio vissuti a Lagos, e quindi l'espe¬rienza della vita di Londra, dove si trova "sola, donna e per di più nera" e dove decide di non lasciarsi inghiottire dal risucchio dell'emigrazione, ma di farsi strada per conto proprio e di emergere con le proprie forze.
L'Inghilterra sognata da lontano come il paese della ricchezza e del fa¬cile successo si rivela un inferno di emarginazione e solitudine: Adah/Buchi vede svanire le sue fantasie esotiche di africana innamorata del miraggio europeo, e si trova invece a dover fronteggiare una realtà dura e difficile, che richiede un impegno totale dell'intelligenza e della volontà.

Oggi, a quarantatré anni, Buchi Emecheta è una scrittrice affermata, che può contare su un sicuro pubblico di lettori — nel mondo occidenta¬le e in Africa — e sull'attenzione dei critici che seguono con interesse la posizione di questa narratrice prolifica e popolare. Una delle ragioni fon¬damentali della sua notorietà è data dal fatto che i suoi numerosi roman¬zi, successivi a quello qui presentato, trattano sempre della condizione femminile vista nella concretezza delle situazioni familiari, sociali, cultu¬rali e, soprattutto, economiche. Questi romanzi si nutrono da un lato del¬l'esperienza personale della stessa Emecheta — esperienza che, nonostante l'età relativamente giovane della scrittrice, ha coperto una gamma di si¬tuazioni significative per durezza e tipicità — e dall'altro lato della sua immaginazione sociologica, fertile di osservazioni e invenzioni, abile nel collocare personaggi entro gli ambienti per poi trame un intreccio. Me¬no interessata appare Emecheta all'elaborazione della fabula, che di ro¬manzo in romanzo risulta ripetitiva e schematica, nonostante le variazio¬ni nell'intreccio e nell'enfasi.
E forse superfluo osservare come parte dell'interesse che hanno riscos¬so i suoi romanzi sia dovuto al fatto che in questi nostri anni si analizza e si dibatte il problema della condizione femminile: le storie della scrit¬trice nigeriana diventano utile contributo a un movimento che ha confini molto ampi, e rispondono a un grande bisogno di informazione e diffu¬sione. Forse Emecheta non è sufficientemente consapevole di ciò, a giu¬dicare dalla scarsa importanza che annette all'analisi di problemi dei quali peraltro tratta continuamente, e dalla sorprendente sicurezza con cui di¬chiara di respingere ogni sia pur lontano accostamento al femminismo contemporaneo; o forse, pur essendone consapevole, ritiene soprattutto importante che la si legga come scrittrice africana. Comunque anche in questo caso, come per ogni altro testo letterario, il lettore rivendica il pro¬prio inalienabile diritto a contribuire al godimento del testo facendolo rivivere entro un tessuto fantastico ed intellettuale di propria scelta, crean¬do un discorso all'interno del proprio mondo appunto di lettore.

Buchi Emecheta ha cominciato a scrivere narrativa perché spinta da sdegno nei confronti della società e animata dal desiderio di comunicare ad altri le proprie idee. Come mi ha detto lei stessa durante una recente intervista, “ nel 1968, 1969 e 1970 non passò settimana senza che impie¬gassi del tempo a cercar di persuadere gli editori anche soltanto a leggere le mie cose. Non mi interessavano i soldi: il mio unico desiderio era quel¬lo di condividere i miei sogni con qualcuno". E quando riuscì a convince¬re il direttore del "New Statesman", Richard Crossman, ad ospitarla nel¬la sua rivista, scrisse, una puntata dopo l'altra, la vicenda del personag¬gio Adah, che rimane a tutt'oggi una delle sue cose più notevoli. Conclu¬so il rapporto giornalistico, continuò lungo il filo dell'autobiografia, e scavò indietro nel tempo, risalendo all'epoca in cui stava ancora in Nige¬ria. Il personaggio dell'immigrata non si giustifica se non attraverso un riesame delle radici culturali e delle componenti esistenziali, un'analisi dell'africanità delle origini.
La fabula si articola semplicissima. Di famiglia povera, tenuta sempre in condizione di subalternità in quanto donna, Adah dimostra fin da bam¬bina di voler imporre le proprie scelte all'interno di una famiglia e di un ambiente dove ciò appare inconcepibile. Dopo aver resistito a lungo all'i¬dea del matrimonio — le si voleva imporre un marito ricco e sgradevole per poter ottenere un buon "prezzo della sposa" — finisce per accasarsi con il giovane Francis, che sin dall'inizio la sfrutta e la tratta come terri¬torio tramite il quale soddisfare i propri bisogni. Francis va a Londra a studiare a spese di Adah, la quale però riesce a raggiungerlo (con i due figli nati nel frattempo), convinta che l'Inghilterra sia una Mecca. Qui si trova di fronte a una serie di difficoltà originate dalla condizione di inferiorità in cui la pone il fatto di essere povera, donna e, cosa questa da lei non prevista, nera. La lunga battaglia per risalire la china implica da parte della protagonista una presa di coscienza delle ragioni del pro¬prio condizionamento e, insieme, un'assunzione di responsabilità che sia
attiva e la porti ad operare concretamente, migliorando la sua situazione attraverso un impegno squisitamente individuale.
Sociologicamente il racconto di Adah/Buchi è di grande interesse, perché descrive le reazioni d'una persona che si dibatte nelle maglie del condi¬zionamento più pesante che si possa immaginare, in quanto assomma in sé l'oppressione della tradizione africana e gli svantaggi della civiltà industriale urbana dell'Occidente. Un altro motivo per cui il racconto riesce attraente è l'emozione che desta lo spettacolo dell'intelligenza all'opera: un'intelligenza che si accompagna a una sostenuta tenacia. Adah, come Buchi, crede nell'iniziativa personale, nelle capacità interiori dell'indivi¬duo di ricostruire quel tanto di sé che è stato soffocato dalla povertà, dal¬la dipendenza, dall'ineguaglianza. Naturalmente questa fede è parados¬sale, o, meglio, è autobiografica; infatti, se i condizionamenti sofferti da Adah/Buchi sono quelli tipici del "doppio giogo" (come dirà il titolo d'un suo romanzo del 1982), la via d'uscita da essi, anziché tipica, è eccezio¬nale, cioè individualistica: combattere, riuscire, vincere, fare carriera, avere successo. Dal fondo della media tipicità, attraverso una scalata eroica, alle vette d'una vittoria personale. Emecheta esclude soluzioni politiche collettive, che comportino l'instaurazione d'una armonia sociale e ad es¬sa fondamentalmente mirino; nella sua bruciante rapidità, vuole "arrivare".

In questi primi libri il destino della donna appare tracciato sin dall'in¬fanzia sotto il segno dell'inferiorità, della subordinazione, della passivi¬tà. Da bambina impara ad avere minore importanza del fratello Boy, che è maschio, e a prepararsi al matrimonio, visto come un passaggio di pro¬prietà siglato dal contratto che comporta il pagamento del prezzo al pa¬dre (o ad altri parenti) da parte dello sposo. Se poi il marito muore, la vedova (o le vedove) passa in proprietà al fratello di lui. Il peso della tra¬dizione fa della donna un essere socialmente inferiore al maschio all'interno dell'organizzazione sociale ibo; l'unico compito che la innalza è quel¬lo della maternità. Emecheta però offre un quadro disperante anche di questa funzione, che diviene coatta e deve portare alla produzione del maggior numero possibile di figli, soprattutto maschi.
La condizione femminile nella società tradizionale ibo (in cui Emecheta è cresciuta) è dipinta a pennellate rapide, in quadri realistici non privi di humour, che si collegano alla letteratura popolare ibo dei pamphlets del mercato di Onitsha e, allo stesso tempo, alla narrativa di Cyprian Ekwensi. Tuttavia, mentre sia nei pamphlets sia in Ekwensi v'è ampio uso di elementi romanzeschi nell'intreccio, e di tonalità sentimentali nell'ambientazione psicologica, in Emecheta i fatti vengono esposti con secchez¬za e spesso anche con una certa qual brutalità, forse schematicamente, senza tuttavia mai indulgere né all'avventura né al sentimentalismo. I suoi personaggi agiscono spinti da bisogni elementari, all'interno di situazio¬ni economiche ben precise, entro il quadro d'una cultura tradizionale che in parte permane anche in coloro che si sono trasferiti dal villaggio alla città.
L'analisi di Emecheta è soprattutto rivolta a cogliere le difficoltà che sorgono quando le persone o le famiglie vanno a vivere in nuovi contesti sociali, solitamente passando dall'ambiente rurale a quello urbano. Nel caso di Adah, il passaggio traumatico si ha con l'emigrazione da Lagos a Londra, dove presto la vita risulta essere ben più difficile del previsto e dove crolla anche il legame con il marito, l'inetto Francis. Del resto, nei romanzi di Emecheta è cosa frequente che il rapporto coniugale sia catti¬vo, che la donna subisca percosse, maltrattamenti o quanto meno op¬pressione psicologica; e il rapporto sessuale è descritto come se la donna anziché parteciparvi lo subisse, senza desiderarlo.
Gli aspetti più vivi della narrativa di Emecheta sono le osservazioni sociologiche, concise ma illuminanti, che inquadrano personaggi ed eventi in un contesto di motivazioni coerenti e plausibili.
Il periodo di vita inglese del personaggio Adah/Buchi è la storia di chi tocca il fondo della miseria urbana: le case popolari, chiamate "Alloggi Pussy Cat", sono una specie di moderna corte dei miracoli, dove predo¬minano i personaggi femminili, mentre i maschi compaiono solo in ruoli secondari, privi di funzione portante.
Emecheta rivela qui una ricca vena ironica e una capacità di osserva¬zione assai acuta: i suoi grandi occhi scuri vedono tutto, esaminano tut¬to. Il mondo degli emigranti e degli emarginati che gravita intorno alle strutture dell'assistenza sociale britannica, le stesse funzionane addette al controllo degli assistiti (come quella Carol che diviene poi amica di Adah), sono descritti con un realismo non privo di simpatia, ma che sa giungere a riflessioni dure e amare sulla debolezza umana.
Però c'è un fatto speciale che distingue Adah da tutti gli altri: il colore della pelle. Non ci mette molto a rendersi conto che cosa significhi essere neri in Inghilterra: "Uno dei metodi che aveva trovato molto utili per far¬si degli amici in Inghilterra consisteva nel far finta di essere stupida. (...) se uno era nero e stupido, si conformava allo stereotipo dominante in quella società"; e ancora: "Comunque, non avrebbe dovuto essere parti-colarmente difficile farsi assumere come donna delle pulizie, perché il co¬lore della sua pelle era sempre un punto a suo vantaggio, in situazioni simili — era quasi una qualifica. Nessuno avrebbe mai pensato che far le pulizie fosse un lavoro troppo umile per una ragazza nera".

Un altro elemento importante della narrativa di Emecheta è l'organiz¬zazione espressiva. Il linguaggio usato in questo libro è un inglese lessi¬calmente e morfologicamente semplificato, ma che non scende mai sotto lo standard; d'altra parte, esso è arricchito di particolari valenze ritmiche che si reggono su schemi di ripetizione, simmetria, parallelismo, e confe¬riscono al testo un andamento di ballata.
Tale soluzione stilistica rivela una chiara impronta di derivazione ora¬le, e si riallaccia direttamente al racconto popolare della tradizione ibo, filtrandolo però nell'esperienza della pagina scritta. L'uso frequentissimo di similitudini attinte al mondo animale e vegetale rafforza questa intima africanità, creando un legame con la terra e la materialità dell'origine; mentre il costante ricorso a esemplificazioni, citazioni, idiomi e modismi attinti alla Bibbia, di riferimenti ai Vangeli e ad altri testi della tradizione cristiana protestante (si noti il rilievo dato al Viaggio del Pellegrino di Bunyan, così importante in tutta l’ Africa evangelizzata da missionari pro¬testanti) aggiungono un carattere gnomico e insieme popolare all'anda¬mento narrativo.
Le notazioni su personaggi, luoghi e avvenimenti, e su ambienti fami¬liari e clanici, sono per lo più presentate attraverso il lessico dei cinque sensi — fra i quali predomina la vista — e facendo ampio ricorso a meto¬nimie. Attraverso similitudini e metonimie, grazie alla continua eco di linguaggi biblici, con l'appoggio delle strutture ritmiche, emerge un uni¬verso popolare, densamente fisico e colorato, tutto materiale, e allo stes¬so tempo cadenzato da un passo danzante, organicamente strutturato.
Talora — anche se non sovente — Emecheta usa il pidgin nigeriano (ma solo in battute di dialogo messe in bocca a determinati personaggi, e spesso con valenze umoristiche); analogamente fa anche parlare in cockney alcuni personaggi degli Alloggi Pussy Cat, per lo più donne. La com¬plessiva impressione di freschezza e vivacità che da questo libro non è tuttavia un risultato casuale, soprattutto se si tiene conto della produzio¬ne successiva della scrittrice e del rapporto di diretta referenzialità che Emecheta ha costantemente rivelato nella sua scrittura. Qui il dettato nar¬rativo si fonde felicemente con l'impasto linguistico e con le scelte stilisti¬che, creando un linguaggio di familiarità quotidiana in cui la Bibbia e Bunyan perdono ogni connotazione solennemente religiosa, e i modi ger¬gali sono assunti a funzione strutturale, contribuendo a caratterizzare per¬sonaggi e culture.
Buchi Emecheta, cittadina di seconda classe, ha combattuto lungo il fronte d'una sua mobile frontiera che l'ha riportata dalla periferia al cen¬tro, dalla povertà al benessere e alla sicurezza, dall'emarginazione a una condizione di opulenza. Attraverso il guado, si volge indietro a guardare il mondo mescolato di lingue e culture diverse da cui proviene — l'uni¬verso pluridiscorsivo analizzato da Michail Bachtin — in un romanzo/au¬tobiografia che costituisce un modo personalissimo di organizzare il clas¬sico viaggio di esplorazione/scoperta, di risistemazione delle frontiere cul¬turali ed economiche.
Questo trovarsi a mezzo, questa condizione di transizione, sono del resto tipiche dell'africano inurbato del periodo delle indipendenze nazio¬nali e dell'emigrazione verso l'Inghilterra. Buchi Emecheta paga di persona i dilemmi e le contraddizioni della propria condizione psicologica e so¬cioeconomica, ed è solo attraverso la narrazione — il fare scrittura — che si può liberare dal peso del proprio essere donna, e donna africana nera, per raccontare e — come lei stessa ha detto — condividere il pro¬prio sogno con qualcuno.

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Buchi Emecheta è nata nel 1944 a Lagos (Nige¬ria); di etnia ibo, apparteneva a una famiglia po¬vera che lasciò il villaggio per la città durante la seconda guerra mondiale. A sedici anni, completata l'istruzione media, gra¬zie ad una borsa di studio, trovò un impiego e si sposò. Nel 1962 raggiunse il marito, trasferitosi a Londra, ma già nel 1966 si separò da lui. Lavo¬rando e a volte ricorrendo all'assistenza pubbli¬ca, riuscì ad allevare i cinque figli mentre studia¬va sociologia all'Università. Negli anni Settanta la rivista londinese "The New Statesman" le pubblicò una serie di articoli, in cui Emecheta descriveva la difficile vita di una donna sola con cinque figli, nella capitale britan¬nica. Nel 1972 gli articoli comparvero in forma di libro con il titolo In the Ditchi (Toccando il fondo); nel 1974 uscì il secondo libro autobio¬grafico della Emecheta, Second-Class Citizen (Cittadina di seconda classe). Fu il successo. Nel 1976 comparve il romanzo The Bride Price (II prezzo della sposa), nel 1977 The Slave Girl (La schiava), nel 1979 The Joys of Motherhood (Le gioie della maternità); dal 1980 iniziò a scrivere anche libri per ragazzi e per bambini. Nel 1982 pubblicò il romanzo Destination Biafra (Destinazione Biafra); nello stesso anno Emeche¬ta aprì una casa editrice propria, la Ogwugwu Afor, con sede a Londra e a Ibuza (Nigeria), con cui pubblicò The Doublé Yoke (II doppio giogo) nel 1982 e The Rape of Shavi (Lo stupro di Shavi) nel 1983. Attualmente Buchi Emecheta, benché residente a Londra, trascorre lunghi periodi in Nigeria, dove è uscito un film per cui ha scritto la sceneggiatura. Ha anche scritto un radiogram¬ma per la BBC, A Kind ofMarriage (Una sorta di matrimonio). Con l'ultimo libro, intitolato Head Above Water (Testa fuori dall'acqua), del 1986, è tornata all'autobiografia.