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26/05/07 Amadou Hampàtè Bà: - Amkoullel il bambino fulbe -

( tra nuora e suocera)

La ricerca di Kadidja
Sulla sorte di Tidjani permaneva il mistero. La consegna del silenzio che lo circondava era impenetrabile come le mura che, a quanto si dice, cingono il nostro mondo e lo separano dall'aldilà. Non traspariva niente.
Nonostante tutto il suo coraggio e la forza che trovava nella preghiera, Yaye Diawarra, la madre di Tidjani, era prossima alla fine. Fece venire Kadidja, che era diventata la sua nuora prediletta e le disse:
"Kadidja, figlia mia, non ce la faccio più! Mi sento in testa il 'vermocane' che fa impazzire gli animali. L'angoscia mi sconvolge la mente. Quando penso a mio figlio Tidjani, provo una sorta di vertigine, le foglie degli alberi s'ingialliscono o si arrossano davanti ai miei occhi. Se non riuscirò a sapere che cosa ne è stato di lui, sento che impazzirò. Allora preferisco morire di mia mano, piuttosto che perdere la ragione e diventare per voi tutti un peso che si aggiungerebbe a tutti i guai che dovete già sopportare dopo l'arresto di mio figlio.
"Kadidja, ecco perché ti ho fatto venire. Di te mi fido completamente. Vorrei, nel caso in cui io perdessi la ragione, che fossi tu la sola persona di tutta la famiglia a occuparsi di me. Lo comunicherò ufficialmente a Sambourou e a Yabara, le nostre serve più fedeli."
E si sciolse in lacrime.
Quand'era un'amazzone, Yaye Diawarra aveva preso parte a decine di combattimenti, scavalcando cadaveri e passando impavida sotto una pioggia di proiettili per soccorrere e cura¬re i feriti, e sempre senza paura né lacrime. E adesso, questa donna eccezionale si metteva improvvisamente a piangere e a gemere, col capo appoggiato al petto della nuora! Kadidja ne fu sconvolta. Come fanno le mamme africane quando consolano i propri piccini, asciugò con la lingua e le labbra le lacrime calde della suocera. Questo gesto, nato da una felice ispirazione, riuscì a calmare la vecchia.
"Oh, Kadidja," ella disse, "mi hai dato la prova di quello che istintivamente pensavo: la tua grandezza d'animo e la purezza del tuo amore per mio figlio Tidjani, perché solo un amore filiale può spingere a bere le lacrime di una madre."
Anche Kadidja piangeva, insieme di compassione e di gioia per essere finalmente capita.
"O madre Yaye," disse alla vecchia, "dammi la tua parola che saprai resistere al 'vermocane' che t'ispira queste idee di morte! Promettimi che vivrai per continuare a pregare per tuo figlio e a benedire noi tutti. Quanto a me, ti chiedo di concedermi trentatre giorni di tempo. Con l'aiuto di Dio, ti prometto che riuscirò ad avere notizie di mio marito. E se per questo occorresse arrampicarsi fino in cielo, andrò a cercare la scala dei profeti e lo farò!"
Yaye Diawarra, una donna che sapeva giudicare le persone, le credette sulla parola.
"Figlia mia," le disse "ti credo capace di prendere a bastonate le stelle se ti ci metti... Ma sii prudente: i Bianchi non scherzano con i loro divieti. Fanno bere ai servitori filtri magici talmente potenti, che i nostri che si mettono al loro servizio non sono più gli stessi! Dimenticano parentele, amicizie, dignità, non hanno che un'idea in testa: restare fedeli ai Bianchi e servirli a dispetto di tutto e contro tutti. Hanno adottato questo motto: 'Io faccio il mio dovere! Io faccio solo il mio dovere! Io non conosco nessuno!'"
"Ti ringrazio del consiglio, madre mia. Sarò prudente, ma i Bianchi non mi fanno paura. Mio padre Pàté Poullo era un grande silatigui fulbe, dotato di molti poteri e di grandi conoscenze. Alla mia nascita mi ha fatto il bagno lustrale che protegge dai filtri e dal malocchio. Perciò, non temere per me."
(pp.84-86)


Amadou alla Scuola degli ostaggi


Per lei, la soluzione era semplice. Come allora facevano le famiglie agiate, avrebbe "riscattato", e a qualunque prezzo, il mio rilascio dalla scuola. Questo genere di transazioni avvenivano tra i genitori da un lato, l'interprete e il maestro di scuola dall'altro, che si spartivano il "riscatto". Esistevano più motivazioni possibili per il rilascio: la malattia fisica o mentale, l'indisciplina e qualcos'altro che non ricordo. L'interprete sottoponeva la richiesta al comandante, che generalmente la approvava senza difficoltà, perché non metteva mai in dubbio le dichiarazioni del direttore della scuola e soprattutto dell'interprete: da buoni "Bianchi-Neri" quali erano, ossia neri per metà europei, erano automaticamente al di sopra di ogni sospetto!
Mia madre scelse come motivo "l'indisciplina", perché trovava degradanti gli altri motivi. La mia reputazione quale capo di una banda di settanta ragazzini e le razzie che regolarmente facevo con i miei compagni giustificavano ampiamente questa scelta. A questo punto non le restava che vendere un numero sufficiente di capi di bestiame e andare a trovare l'interprete e il maestro di scuola per proporre il mio "riscatto". Per prima cosa si recò dal mio maestro Tierno Bokar, che fungeva un po' da direttore spirituale della famiglia.
Mia madre lo informò di quello che mi era capitato, poi lasciò libero sfogo alla propria indignazione: "Amadou non andrà a quella scuola dei Bianchi, dove faranno di lui un infedele! Mi opporrò con tutte le mie forze! Lo riscatterò, e se necessario, per fare questo venderò metà del mio bestiame."
Tierno la moderò:
"Perché il fatto di andare a scuola renderebbe Amadou un infedele? Il Profeta stesso ha detto: 'La conoscenza di una cosa, qualunque essa sia, è preferibile alla sua ignoranza' e anche: 'Cercate la conoscenza, dalla nascita fino alla morte, a costo di arrivare in Cina!'. Kadidja, sorella mia, non ti intromettere tra Amadou e il Signore. Colui che lo ha creato sa meglio di noi qual è il suo destino, rimetti quindi Amadou nelle sue mani. Lascia che Egli disponga di lui come crede. Se Egli ha deciso che Amadou non deve istruirsi alla scuola francese, in un modo o nell'altro Amadou ritornerà, e se invece ha deciso che quella è la sua strada, Amadou la seguirà. Te lo chiedo personalmente, sorella, non riscattare Amadou e non impedirgli di andare alla scuola dei Bianchi. Riserva i tuoi tori per un altro uso."
Mia madre non potè che cedere, perché tutta la famiglia si fidava del giudizio di Tierno. Fu così che per il triplice effetto del rancore di Koniba Rondala, della saggezza del mio maestro e senz'altro della volontà divina, quel giorno segnò la linea del mio destino, allontanandomi dal cammino già tracciato che mi avrebbe portato alla carriera di marabut-insegnante (affiancata senz'altro da un'attività di sarto-ricamatore come mio padre Tidjani e Tierno Bokar stesso) per farmi imboccare una via nuova che nessuno, all'epoca, sapeva dove mi avrebbe portato.
Da allora percorrevo ogni mattina di buonora il cammino per andare a scuola, che era a circa due chilometri da casa. Portavo a tracolla una borsa di tela con i miei nuovi tesori: i quaderni, i libri, la lavagnetta, una bella penna in legno bianco francese munita di un pennino chiamato "sergente-maggiore", delle matite colorate, una matita nera, due gomme - una per l'inchiostro, l'altra per la matita - carta assorbente, una trottola con cordicella, un coltellino e un sacchetto preparato da Nielè per la merenda: arachidi, patate dolci, eccetera.
Arrivavo a scuola verso le sei e tre quarti. Alle sette meno cinque, a un cenno del maestro, lo scolaro Mintikono Kouli-baly (il cui nome significa "colui che non si aspetta") si precipitava senza indugio verso una lunga lama metallica sospesa a una traversa e che serviva come campanella.
Dopo aver preso una barra di ferro che stava ai piedi del¬la lama, Mintikono - che i compagni avevano soprannominato "piccolo Ippo", ovvero "piccolo Ippopotamo", per la sua corpulenza - infliggeva alla lama, come per correggerla di qualche malefatta che lui solo conosceva, tre colpi vigorosi. Aveva monopolizzato d'ufficio il segnale della campanella e riprendeva aspramente chiunque si permetteva di suonare al posto suo o anche soltanto di toccare l'adorata lama, che i ragazzini maliziosamente chiamavano "l'amante di Mintikono". Neanche il maestro ci poteva far niente.
Alle prime vibrazioni della campanella, gli alunni, che in quel momento correvano gridando, ridendo e saltando nel cortile come un branco di scimmie in un campo di arachidi, si bloccavano di colpo voltandosi verso il maestro. "In fila!" gridava. I bambini allora accorrevano e si mettevano in due file impeccabili, da un lato e dall'altro della grande porta. "Braccio avanti!" ordinava il maestro. Ognuno tendeva il braccio destro all'orizzontale e lo appoggiava sulla spalla del compagno davanti a lui. Quando il maestro gridava: "Attenti!" riportavamo subito il braccio alla anca, con il palmo della mano in avanti, poi, procedendo in fila indiana, entravamo in classe, dove ognuno sedeva in silenzio al proprio posto, con le braccia incrociate sul banco.
Il signor Moulaye Haidara, dopo essere salilo sulla pedana, andava a sedersi dietro alla cattedra. Apriva il grande registro e iniziava a fare l'appello dei presenti, spuntando via via i nomi: una volta terminata questa piccola cerimonia quotidiana, cominciava la lezione. La classe era divisa in due: da una parte gli allievi più progrediti e dall'altra quelli che stavano ancora imparando a leggere e scrivere. I primi facevano i compiti loro assegnati, mentre il maestro si occupava degli altri.
Abituato da molto tempo a trascrivere le lezioni coraniche su una tavoletta di legno, in un mese avevo imparato a memoria tutto l'alfabeto e potevo scriverlo correttamente. Alla fine del secondo mese conoscevo perfettamente il sillabario. Il mio metodo di apprendimento era particolarmente efficace: assordavo tutti a casa declamando a squarciagola delle serie di parole con lo stesso suono, come: au loin, du foin, un coin, des liens, les miens, un chien, un point, des soins... o ancora: qui, quoi, e'est tot, ma foi... accentuando e lasciando indugiare la voce sull'articolo o sulla prima parola, come facevano gli scolari. Affinchè tutti, compresi i vicini, potessero approfittare appieno delle mie nuove conoscenze, mi capitava anche di arrampicarmi sul tetto da dove lanciavo ad alta voce queste litanie di nuova generazione, al punto che il paziente Beydari stesso ne era esasperato!
Non saprei descrivere in che modo i nuovi alunni riuscissero a parlare rapidamente il francese, perché il maestro non traduceva assolutamente niente in lingua locale delle lezioni che ci faceva. A meno di una necessità particolare, del resto, a scuola ci era assolutamente vietato parlare nelle nostre lingue d'origine, e chi veniva colto in flagrante delitto si vedeva affibbiato un marchio infame che noi chiamavamo "il simbolo".
Il metodo principale era quello del "linguaggio in azione". Ogni scolaro doveva pronunciare ad alta voce le parole (all'inizio scelte dal maestro) che descrivevano i gesti e l'azione del momento. Con il tempo le frasi diventavano sempre più ricche ed elaborate. Il maestro, per esempio, ordinava a uno scolaro di andare dietro alla lavagna. Alzandosi, il ragazzino annunciava, con voce cantilenante e strascicata: "II maestro mi ordina di andare dietro alla lavagna... Io mi alzo... Mi metto a braccia conserte... Esco dal banco... Mi dirigo verso la lavagna... Mi avvicino alla pedana su cui si trova la cattedra del maestro... Salgo sulla pedana... Prendo lo straccio umido con la sinistra e un pezzo di gesso bianco con la destra... Pulisco la lavagna... Ascolto il maestro... Egli mi detta una frase... Io cerco di scrivere senza errori... Il maestro corregge il mio dettato... Egli è soddisfatto... Mi accarezza la testa... Sono contento... Il maestro mi ordina di tornare al mio posto... Io mi risiedo fiero di me..." ecc.
Con questo metodo, in poco tempo riuscivo già ad esprimermi in francese. Questo non ha niente di stupefacente, se si pensa che la maggior parte dei bambini africani, vivendo in ambienti dove generalmente coabitano più comunità etniche (a Bandiagara c'erano Fulbe, Bambara, Dogon, Haussa...), erano già più o meno poliglotti e abituati ad assorbire una lingua con la facilità con cui una spugna si impregna di liquido. Non essendoci un metodo, bastava che loro soggiornassero per qualche tempo in un'etnia straniera per palarne la lingua, come del resto succede ancora oggi. Anche gli adulti, considerati "analfabeti" secondo il concetto occidentale, par¬lavano quattro o cinque lingue, e comunque difficilmente meno di due o tre; Tierno Bokar stesso ne parlava sette. A volte si aggiungeva l'arabo, e ora il francese - quest'ultima lingua, spesso parlata nel modo effettivamente colorito dei fucilieri, veniva chiamata forofifon naspa
Ma come sempre, c'erano delle eccezioni. Due nostri compagni, un Bambara e un Dogon, non esperti, come la maggior parte dei bambini fulbe e tuculer, nell'apprendimento mnemotecnico intensivo delle scuole coraniche e del resto dotati di uno spirito molto lento, facevano molta fatica ad assimilare gli insegnamenti del maestro. Un giorno, egli, dopo una lettura spiegata chiese a ogni scolaro di trovare un verbo e di coniugarlo al presente dell'indicativo. Tutti bene o male riuscivano. Quando arrivò il suo turno, il nostro compagno bambara, Moussa E, balzò in piedi.
"Hai trovato un verbo da coniugare?" gli chiese il maestro.
"Sì, signore."
"E che verbo è?"
"Il verbo... il verbo... cabiner (gabinettare)!"
Il signor Moulaye Haidara spalancò gli occhi e anche la bocca.
"Davvero?" disse, "Be', allora coniuga questo verbo alla prima persona singolare, al presente indicativo e futuro."
Tutto fiero, Moussa iniziò a declinare:
"Io gabinetto, tu gabinetti, egli gabinetta, noi gabinettiamo, voi gabinettate, essi gabinettano!"
Il maestro, di indole non molto paziente e i cui nervi si infiammavano in fretta, cominciò a mordersi il labbro inferiore, segno evidente di collera, e a triturare la liana che tene¬va in mano. Moussa non si era accorto di niente. Tutto con¬tento, passò al futuro: "Io gabinetterò, tu gabinetterai..." Il maestro gli si avventò addosso:
"Certo, tu gabinetterai!"
E iniziò a frustarlo così forte con la liana che il povero Moussa, preso dall'emozione, se la fece nelle mutande e cominciò a gemere:
«Ahi, aaahi, aaahi... signore! Ho gabimettato! Wallaye (Oddio!)ho
gabinettato!..."

(pp278-282)