12/06/07 Antonietta Potente: - Frammenti tratti da La sapienza quotidiana ( scelta di Giannina Longobardi)
Antonietta Potente, nata in Liguria nel 1958, è teologa domenicana. Dopo aver conseguito il dottorato, ha insegnato teologia morale a Roma e a Firenze; dal 1994 vive in Bolivia in comunione con famiglie indigene e insegna teologia nelle università Cattolica di Cochabamba e nell’Istituto Superiore Teologia Andina di La Paz.
A volte, dato che, come lei dice, obbedisce al carisma della predicazione, la si può ascoltare nella Pieve di Romena (Pratovecchio Ar).
Con le edizioni del Cipax ha pubblicato Osare un tempo nuovo e La resistenza dei deboli, una lettura del cantico dei cantici nel 1995, Raccogliere i frammenti, dalla teologia missionaria alla, teologia contestuale nel 1996 ,Un tessuto di mille colori, differenze di genere di cultura, di religione nel 1999 (ristampato nel 2001), Gli amici e le amiche di Dio. Benedetto, Francesco Domenico e le donne che hanno condiviso la loro ispirazione (2001); La religiosità della vita. Una proposta alternativa per abitare la storia(2004); Molta gioia La spiritualità domenicana come stile di vita quotidiana (2005); La fede semplicemente appoggiarsi alla profondità della vita (2006)
Con Giselle Gomez Non è tempo di trattare con Dio affari di poco conto (2006 Fraternità di Romena ) e Caterina e Teresa Passione e sapienza nella mistica delle donne (Icone 2006).
Semplicemente vivere (Romena2007)
Riconciliarsi con la nostra vita e con questo tempo della storia
E se noi, nel momento storico presente, perdiamo l'irruzione della diversità, della differenze, l'irruzione di ciò che non comprendiamo, perché parliamo un linguaggio totalmente differente da quelli conosciuti, perdiamo un'altra occasione: non l'occasione della salvezza in generale, perché non dobbiamo redimere il mondo, ma l'occasione di poter ancora pensare il nostro mondo, non solo criticarlo, non solo accusarlo (o anche accusarci, dentro il mondo stesso), ma realmente respirare di nuovo e riprendere il nostro cammino storico. (pp16-17)
A me sembra urgente, ma anche bello, arrivare a riconciliarci con la nostra epoca, a essere meno moralisti: questo è buono, l'altro è cattivo,questo è bianco, l’altro è nero, qui siamo tutti cattivi, nel Sud del mondo sono tutti buoni. Queste sono posizioni che in certi momenti possono essere importanti, però non portano grandi novità. Credo invece che dobbiamo scoprire persone e storie e popoli nelle quali convivono differenti realtà, a volte buone, altre volte meno buone, dobbiamo andare oltre. Il Qoèlet in questo è molto bello, non è moralista. Supera questa categoria così occidentale della dicotomia, del dualismo: buono-cattivo, sacro-profano, città-tempio. Per alcuni autori antichi questo è un testo blasfemo, perché si spinge nella critica anche nell'incontro col mistero. Questa porcheria, questa vanità, è detta anche per questioni che per il popolo o per i benpensanti sono sacre. Questa è la provocazione del Qoèlet. (p20)
Io credo che dovremmo renderci conto che normalmente noi pensiamo al nostro cammino, agli incontri, alla relazione con la vita, come a un tenere/eliminare: tenere una cosa, eliminarne un'altra. Come quando uno gioca coi birilli: questo mi serve, l'altro no, quello da venti punti lo elimino, quello da trenta lo tengo.
Io non sono psicologa, però credo che succeda invece un'altra cosa: i cammini non si fanno eliminando. Io credo che la nostra mentalità, occidentale per tradizione, commetta l'errore di giocare sempre tra il bene e il male: il cammino di perfezione si può fare solo attraverso il bene, il male non serve e va eliminato; anche a livello di tradizione sociologica, filosofica, noi giochiamo sempre su queste due cose. A me sembra, per quel poco che riesco a leggere della mia esperienza personale, che invece il cammino si faccia aggiungendo. (p22)
La dimensione quotidiana come chiave di lettura per capire la dimensione politica, sociale ed economica
Invece il Qoèlet ci richiama a una sapienza diversa, a una sapienza antica che appartiene anche alla tradizione occidentale, e che oggi altre culture ci aiutano a riscoprire, perché non l'hanno persa: la sapienza di tenere insieme la prospettiva più ampia e quella quotidiana.
Il Qoèlet, se lo percorrete capitolo per capitolo, è pieno di eventi, di cose, descrive la vita nel senso più forte e nel senso più quotidiano. E' vero, noi parliamo di politica e di economia in grande scala, ma poi viviamo la politica e l'economia nelle piccole realtà della vita quotidiana.
Queste due dimensioni non sono contrastanti: dalla dimensione più universale emerge quella più particolare; le due dimensioni comunicano tra loro.
Il proposito di Qoèlet, come quello dei popoli che non hanno una filosofia di stampo occidentale, non è quello di dividere queste due dimensioni o di valutare qual è più importante. Qoèlet usa la dimensione quotidiana, come chiave di lettura. Per capire la dimensione politica, sociale ed economica. Dice, in modo critico e duro: "Siete stupidi a stare sui grandi problemi, come se foste re o regine, se non riuscite a familiarizzare con le realtà più quotidiane". Ecco uno dei punti importanti. I popoli occidentali oggi si portano dentro il desiderio di ripensare la quotidianità. Qoèlet ci dice di fare del quotidiano una chiave di lettura per poter dialogare con il mondo e per poter pensare l'economia, la politica, le relazioni internazionali, le culture e la nuova geografìa. Allora scopriamo che Qoèlet ci dà una metodologia storica: fare storia a partire dalla realtà quotidiana. E non perché la realtà quotidiana è più bella o perché ci isola dai problemi che ci sovrastano, ma perché la realtà quotidiana è quella che si può veramente conoscere. (pp30-31)
La chiave di lettura del quotidiano è la chiave di lettura della familiarità.
Un fatto mi impressiona molto, quando vengo in Europa o quando gli europei vengono in Bolivia: sembra che noi sappiamo già tutto. E mi viene da chiedermi: "perché vado a parlare se già sanno? Cosa gli vado a dire?" Questo può nascondere un atteggiamento violento. Se già sai, perché vieni a sentire? Vieni a vedere se è vero? Vieni a controllare se è vero o falso? Qui c'è un grande invito. La conoscenza, è la conoscenza biblica, che usa il verbo conoscere in un senso tanto forte: la conoscenza è l’incontro. L’incontro può essere solo familiare, cioè frutto di una lunga e lenta familiarità. I sapienti non sono quelli che sanno o fanno tante cose, dice Qoèlet, i sapienti sono quelli che vivono le cose che fanno. Qoèlet non è pessimista: non è uno che brucia le cose per potersi liberare del mondo, è uno che ci richiama a incontrare e a vivere quello che facciamo e non solamente a compierlo, come se fosse un comandamento. La vera chiave di lettura non è il possesso della verità, ma la conoscenza come incontro.
In America Latina s'è usato molto, a partire dalla teologia della liberazione, il metodo del "vedere, giudicare, agire", che poi è stato ripreso in tutto il mondo. Però c'è qualcosa di più, non è solamente una fredda analisi della realtà, è una visitazione. Io credo che l'immagine biblica più bella per imparare a leggere la realtà sia quella della visitazione di Maria a Elisabetta: la realtà la possiamo solo visitare e dalla realtà possiamo solo lasciarci visitare. Questo tipo di incontro ci porta alla conoscenza, alla sapienza, ma si blocca quando diventa possessivo.
Il possesso, che nel rapporto con le cose equivale all'accumulazione - e lo dirà anche il Qoèlet, parlando del lavoro - è quello che ci blocca nel cammino della conoscenza reciproca. Qui c'è un invito etico a respirare un po' più a fondo e a uscire da questa mania di possesso, da questa mania di accumulazione. Un altro aspetto importante è quello che potremmo chiamare la forza etica della disobbedienza. Questo testo è profondamente critico: è un testo che esce dai canoni della Scrittura -canoni profetici o della legge o dei salmi o del tempio - e irrompe con la critica. Questa forza etica nasce dalla sapienza della familiarità con le cose e con le persone: i sapienti sono quelli che si conoscono e conoscono tutta la realtà (…)Il quotidiano parla: non è qualcosa di secondario, non è nemmeno il luogo dove si sfogano le frustrazioni che si patiscono a livello mondiale, il luogo dove abbiamo la tentazione di rifugiarci, perché va tutto male. No, è realmente luogo critico, che ci insegna a disobbedire nel senso bello del termine. La Bibbia è piena di disobbedienze, da quella della Genesi (che abbiamo sempre criticato, mentre, ci dice Edoardo Galeano, Dio se ne era compiaciuto), a tutte quelle successive. (p33)
Il tempo dell'incontro
Occorre intendersi quando parliamo di un tempo che non ha nulla di nuovo. Basandosi su questo molti commentatori e commentatrici dicono che il Qpèlet è un libro pessimista, e poiché è stato scritto prima dell'avvento del cristianesimo, questo dovrebbe aggiungergli qualcosa. Può darsi che sia pessimista, ma io non credo. Quando dice che non c'è nessuna novità, dice che le cose, se sono solo cose, cioè se riempiono gli spazi e il tempo, se solo quantificano il tempo perché ci servono, magari per accumulare di più, per essere più sicuri affrontando il futuro, sono vanità, cioè non c'è niente di nuovo, perché queste cose sono sempre cose. Qoèlet ci mette di fronte al¬l'incontro con le cose, all'incontro vissuto mentre facciamo qualcosa. In questo senso è kairòs. Il kairòs è un punto. Quando diciamo che il tempo è lineare, dobbiamo ricordare che se¬condo la mentalità biblica non è lineare come noi oggi pensiamo la linearità: è lineare perché c'è un fatto, è successo qualcosa: e poi un altro fatto. Il kairòs è realmente il presente. E' il presente, perché il kairòs tu non lo puoi anticipare, non lo puoi neanche vivere solo ricordando il passato. Quando Qoèlet dice: "Non c'è niente di nuovo sotto il sole" si riferisce a un atteggiamento etico che noi manifestiamo nell'incontro o nel non incontro con le cose, con le persone. E' il discorso della gratuità, che noi recupereremo più avanti. Qoèlet critica l'atteggiamento che vuole dire tutto e vuole avere ragione. Quando dice: "Tutto è uguale", vuole aprire una nuova prospettiva: "Tu fallo diverso", il tuo incontro può rendere diverse le cose. Cos'è per noi la novità? Sono dei cambia¬menti che tagliano con il passato? Di altri popoli che hanno altri ritmi diciamo: "Sono arretrati, non hanno ancora tagliato col passato", per loro vale quello che dice Qoèlet: è sempre la stessa cosa, continuano a usare da secoli gli stessi metodi. Noi diciamo che non vogliono andare avanti, ma non è così. Loro insistono sulla capacità di usare le stesse cose, ma con un'altra logica. Questo è importantissimo:la novità non sono le cose nuove. Il nostro tempo è piatto, piatto di profeti, non perché non abbiamo delle novità, ma perché non sappiamo più incontrarci, gustare le persone e le cose. Qoèlet è un libro profondamente ludico, il personaggio gioca con le cose. Gioca anche con la fatica del lavoro, non è un libro eroico. Questa per me è la cosa più bella: non è un libro moralista.
Qual è il valore del tempo? E' l'incontro. Devi imparare a incontrare e non solo a ragionare sugli incontri o a calcolare gli incontri, dice Qoèlet.
C'è una cosa molto bella in un aspetto della mentalità andina: l'incontro ti può far cambiare programma. Noi questo non lo capiamo. Io ricordo i primi tempi che vivevo in Bolivia, quando qualcuno mi diceva: "Questo pomeriggio vengo". Io dicevo: "Sì vieni, questo pomeriggio ti aspetto" e stavo lì ad aspettare e non veniva nessuno. Magari veniva il giorno dopo. "Perché non sei venuto?". "Stavo venendo, però ho incontrato mia zia, mio cugino... quindi sono venuto oggi, è lo stesso". E noi diciamo: "Ma come, avevi detto che venivi ieri, io oggi ho un altro impegno. Ti posso dare un altro appuntamento". E' impressionante come l'incontro fa cambiare strada, fa cambiare programma a quelle persone. Noi diciamo che sono instabili. Questa è la cosa più comune che si dice sui latino-americani. Non voglio entrare in questioni personali o psicologiche, può darsi ci sia anche una forma d'instabilità, ma credo che sia importante questo rapportarsi al tempo in maniera differente. E' una cosa veramente forte, che hanno dentro, che chi vive lì per lungo tempo impara per forza. E' un altro modo di sentire. Io credo che tutte le visioni abbiano dei limiti, che tutte le esperienze li abbiano. Quello che vorrei sottolineare è che la prospettiva di Qoèlet sul tempo non è la passività. Non è passività, così come non è negatività, è un altro modo di sentire le cose. Io credo che l'importante sia questa forte proposta etica dell'incontro, la stessa della cultura andina dove non si giudicano su quante cose hanno fatto. Un esempio vale per tutti. Se uno sta fuori e poi rientra alla fine della giornata, nessuno gli domanda: "Che cosa hai fatto?", ma “Chi hai incontrato?” Sempre. E' una caratteristica molto forte e molto bella della loro quotidianità. (p.40)
Qoèlet mette nel dinamismo del tempo e dello spazio anche il lavoro, ma in modo fortemente critico. Soprattutto è critico con quelli che fanno del lavoro uno sfruttamento: alcuni versetti sono molto chiari, per esempio nel capitolo 1 v. 3 (Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole?) o nel capitolo 2 v. 22 (Quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del cuore, con cui si affatica sotto il sole?). C’è continuamente un richiamo per noi a non fare del lavoro solamente qualcosa per accumulare. Quello che è importante è incontrarci; il lavoro o ti permette l'incontro o ti uccide, ti fa schiavo e tu fai schiavi gli altri,è una preoccupazione per te e per questo diventa una vanità, una porcheria, ed è una preoccupazione per gli altri, perché
diventa un'ingiustizia: tu li domini con il tuo lavoro, se li usi solo per moltiplicare cose, o peggio, per moltiplicare denaro (5 v. 11 e 12 Dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi, ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire. Un altro brutto malanno ho visto sotto il sole: ricchezze custodite dal padrone a proprio danno). Se noi trattiamo il mondo come padroni, creiamo invidia. E Qoèlet al cap.4, v. 4 dice che l'ingiustizia più grande è creare invidia (Ho osservato anche che ogni fatica e tutta l'abilità messa in un lavoro non sono che l’invidia dell’uno con l’altro). Pensiamo al comandamento: "Non desiderare le cose degli altri". Noi facciamo di tutto perché gli altri desiderino le nostre cose.
Questo è il principio della globalizzazione e del neoliberismo, perché se non le desiderano muore la nostra economia; così facciamo di tutto perché altre culture, altre generazioni, desiderino le nostre stesse cose, per creare invidia e così dare il via alla competizione. (p47)
E’ inutile convertire tutta l’umanità a servire il denaro
Poi nasce la critica al rapporto con le cose. Il gioco è duplice: le cose non sono cattive, il problema non sono le cose. Lo sappiamo anche oggi in rapporto alla tecnologia: il problema è come noi utilizziamo le cose, che cosa ne facciamo, e soprattutto il falso valore che attribuiamo loro. Oggi l'economia non è un'economia di cose, l'economia delle cose è ancora l'economia dei popoli poveri, ma l'economia dei popoli ricchi, il neoliberalismo, non è un'economia di cose, è un'economia di denaro, di soldi: nei nostri scambi è falso dire che ci scambiamo le cose, noi oggi ci scambiamo del denaro. Le cose hanno un significato, se le togliamo di mezzo, perdiamo anche quel significato. Il denaro senza le cose è solamente un pezzo di carta e niente più. Cioè tutta la storia noi l'abbiamo organizzata (e questo è tipicamente occidentale) intorno a un valore che in realtà non esiste, che solo pochi possono decidere: il valore del denaro lo decidono in pochi, noi non lo decidiamo e sono sempre meno quelli che lo decidono. Parlare oggi di economia come scambio di cose può essere qualcosa di alternativo, come il commercio equo e solidale, o quelle banche che cercano di ritrasformare il denaro in cose, ma sono tentativi limitati, normalmente l'economia non è un rapporto di cose. Mentre quella che Qoèlet chiama sapienza consiste proprio nel ridare alle cose il loro significato.
Credo che questo sia importantissimo, per voi che state qui, per noi che stiamo in altre parti del mondo. Vediamo benissimo che il grande scontro oggi sulla questione dello sviluppo non è solo il fatto che voi avete più denaro e noi ne abbiamo meno, è che noi abbiamo un'altra idea dello scambio, in cui le cose hanno ancora significato.
Dicevamo che il tempo non ha un grande significato in una cultura nella quale il tempo è solo il presente, lo stesso è per la questione delle cose: è inutile convertire tutta l'umanità a servire il denaro, l'umanità deve essere amica delle cose e le cose dovrebbero entrare in dialogo con l'umanità. Noi non dialoghiamo più con le cose e questo è anche il dramma della tecnologia: la utilizziamo e lei utilizza noi, perché più si diventa padroni di un oggetto, più l'oggetto ti fa schiavo e non c'è più dialogo. C'è anche da chiedersi perché Qoèlet usi questi verbi della quotidianità, il mangiare e l bere? Forse perché sono i verbi della sensibilità, come a dire: almeno queste cose sentitele! Invece oggi i nostri rapporti sono freddi, cioè tutto mi serve, dal telefonino al computer; tutto serve; però non ci rendiamo conto che questo 'tutto serve' ci fa essere persone sempre più schiave.
Non ci scambiamo più le cose, anche quando ci facciamo dei regali. Ci scambiamo del denaro, perché si sa subito quanto costa il regalo, di che marca è. In America latina gli oggetti li fanno ancora le persone, li vendono per la strada e per questo costano meno. Non c'è la marca, non c'è la moda, il consumismo: quando la cosa è vicina alla persona, allora la puoi pagare poco.
Io so che da qui nasce una proposta di economia alternativa, che è bella perché nata nella postmodernità. Però se noi seguissimo l'economia alternativa fino in fondo, dovremmo arrivare a un momento in cui il denaro perde significato. L'economia alternativa non deve servire solo per far giustizia, deve formare delle altre mentalità, deve uccidere il denaro. Perché il concetto di giustizia che abbiamo noi è marcato dalla prospettiva della giustizia romana. Ma in un modo culturale differente non esiste il concetto di giustizia come "devi darmi quello che hai", o "se hai questo, anch'io devo averlo", per far sì che la comunità sia giusta. No, può darsi che uno nella comunità abbia meno perché in quel momento (questo è il discorso degli Atti degli Apostoli) non ha quel bisogno. Non è il denaro che ha un valore, ma le cose. Questo era vero anche nelle nostre culture, è vero per i nostri anziani, che sono legati alle cose, agli oggetti che hanno usato per tanti anni. Allora io dico: arriverà il momento in cui cambieremo, cambieremo realmente. (…) (pp71-72)
A proposito del denaro, io insisto su una cosa: è bello ciò che rende felici; dobbiamo essere contenti quando una persona ci dice: "Io con questo sono felice". Il problema del denaro è che fa felici alcuni e infelici molti. Le ideologie e la politica sono morte, perché tutto ruota intorno al denaro. I nostri governi perdono tempo su come gestire il denaro, su come accumularlo; poi si scatena la corruzione, che in America Latina è più forte che in Europa.
Allora se tutto è bello quando rende felici, certe volte a questa cosa bella tu devi parlare un po' di più, la devi rianimare, un po' come le ossa aride del profeta Ezechiele. Perché pensate che l'unica volta nel Nuovo Testamento che si nomina un Dio alternativo è per indicare il denaro: "O servite a Dio o servite il denaro".
Gesù si rendeva conto che il denaro poteva prendere il posto della vita. Il denaro non può prendere il posto di Dio, perché quello non lo può prendere niente e nessuno - questa è una preoccupazione delle religioni che pensano di dover difendere sempre qualcosa - ma può prendere il posto della vita come ha preso il posto delle ideologie e il posto dei sogni.
Se avete denaro o siete fortunati o avete lavorato bene, ma dovete restituirgli un'anima, così come alle cose. Dobbiamo entrare in dialogo con le cose, non dobbiamo essere distratti. C'è un peccato grave nell'ambito economico: siamo distratti con le cose, facciamo tutto come se fossimo eterni, come se le cose fossero eterne; invece dobbiamo dialogare e collegare le cose con il tempo presente. Questo è bello: nelle realtà in cui il denaro è poco, sul denaro non si bisticcia, si parla, si dice: "Cosa ne facciamo?". Ma Gesù dice: "State attenti, perché questo è un altro dio, diventa il dio della vita"; e invece non ha niente a che vedere con la vita, è un dio che uccide, che ha sempre ucciso e continuerà a uccidere. Quando ammazzavano gli indigeni e sterminavano le loro culture lo facevano per l'oro. (pp76-77)