18/06/07 Aminata Traoré e - L’immaginario violato -
Aminata Traoré , nata a Bamako (Mali), nel 1947 è una delle ideatrici del Forum sociale africano. Già ministro della cultura (1997-2000) del Mali, è diventata famosa per le sue denunce radicali del neoliberismo e l'oppressione dell'Africa. Attualmente è impegnata in diverse organizzazioni internazionali come esperta economica di questioni africane ed è una delle voci critiche più originali ed ascoltate del continente. Da diversi anni segue attivamente le attività del Forum sociale mondiale proponendo, con le iniziative dedicate all'Africa, il punto di vista di una realtà troppo spesso dimenticata o, al più, considerata marginale anche nel dibattito "altermondialista".
Aminata Traoré, nei suoi libri, nelle interviste rilasciate, negli interventi, soprattutto in occasione di incontri internazionali, tra cui il Forum mondiale di Porto Alegre del 2002, denuncia come la globalizzazione e la politica internazionale stiano non solo schiacciando economicamente il continente africano, ma lo stiano anche privando della possibilità di costruire un futuro sociale, politico ed economico diverso, realizzato sfruttando le ricchezze della cultura e della natura locale: "Pensare ad un'altra Africa è possibile, svincolandosi dalle catene dei potenti, lottando per un mercato dal volto umano capace di imporre democrazia e diritti umani come presupposti fondamentali".
Traoré è autrice di libri tradotti in molte lingue. In Italia sono stati pubblicati:
- L'immaginario violato (Ponte alle Grazie, Milano 2003) in cui scrive che l'identità dell'Africa è stata completamente stravolta nel corso dei secoli, violata anche nella sua capacità di immaginare un futuro diverso, e che questo impedisce oggi agli africani di trovare una propria alternativa alla globalizzazione neoliberista, alternativa che invece costituirebbe un valido modello per tutta l'umanità;
- La morsa. L'Africa in un mondo senza frontiere (Ibis, Como 2003) in cui denuncia, attraverso un'analisi rigorosa dei dati reali dell'economia, come le politiche neo-liberiste imposte dai paesi ricchi stiano strangolando un intero continente.
(ho tratto questa scheda da un articolo pubblicato sul sito www.didaweb.net/mediatori, ricco di materiale molto importante Giannina Longobardi)
Aminata Traoré: - L’immaginario violato -
Che cosa è radicalmente cambiato a partire dal diciannovesimo secolo nell'atteggiamento dei bianchi verso i neri e generalmente verso chi non è bianco? Nulla, tranne la denominazione e la natura della posta in gioco in Occidente: il dio denaro ha preso il posto della religione, e la comunità a cui far riferimento non è più quella dei cristiani ma quella del liberismo trionfante. I vincitori e i difensori di questo sistema sono convinti che la salvezza dei popoli dell'Africa passi attraverso la globalizzazione neoliberista. Questa è la missione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale: da un ventennio nella maggior parte dei paesi africani essi infliggono indicibili sofferenze a persone che non hanno chiesto di essere convertite e che, anche se lo volessero, non hanno né i mezzi né la libertà per abbracciare la religione dominante, il denaro. Come i padroni di ieri, negrieri, sfruttatori di schiavi e coloni, quelli di oggi si prendono la libertà di punire e privare interi popoli del diritto all'educazione, alla salute, all'acqua potabile, al lavoro. Dopo la caduta del muro di Berlino la rapina e la disumanità hanno raggiunto livelli altamente sofisticati.
A questo proposito, gli avvenimenti che in quest'ultimo periodo si sono succeduti, e gli attentati di New York e di Washington sono esemplari quanto incredibili. C'è stato il triste e tumultuoso summit del G8 a Genova nel luglio 2001. Un fallimento. E poi la conferenza di Durban contro il razzismo. Altro fallimento. Ci eravamo appena ripresi dalla delusione di fronte alla cattiva volontà e all'assenza di lungimiranza dei padroni del mondo, che si è verificato l'inimmaginabile. La potentissima, influente e intoccabile America colpita al cuore improvvisamente e in pieno giorno da una forma di violenza e sofferenza che abitualmente colpisce gli altri. Scioccati, stupefatti questi altri hanno volto lo sguardo all'America in fiamme e in lacrime, condividendone il dolore.
L'immediatezza con cui ci siamo sentiti colpiti, in Africa come nel resto del mondo, dall'ampiezza e dalla gravita di questa tragedia è da attribuire al potere dell'informazione. Ci ha messo tutti brutalmente di fronte alla nostra umanità, vulnerabilità e responsabilità. Mentre la notizia della morte dei figli di Altina, sopravvenuta all'alba in un quartiere della mia città, mi è giunta solo nel pomeriggio, quella del crollo delle torri gemelle di Manhattan mi è stata immediatamente comunicata: «Guarda subito la CNN, sembra che sia successo qualcosa di molto grave negli Stati Uniti » mi ha detto al telefono mio fratello Djiby. E altrettanto ho fatto io con parenti e amici. L'11 settembre tutti abbiamo assistito in diretta a scene che non avremmo mai voluto vedere. Migliaia di innocenti morti lontano dai nostri occhi, seppelliti da migliaia di tonnellate di acciaio e cemento.
E poi, man mano che le immagini arrivavano, ci è toccato sentire parole e discorsi tanto devastanti quanto l'attentato stesso. Le autorità americane si soffermavano sull'azione terroristica e sulle sue conseguenze sociali, economiche, finanziarie e così via, ma si guardavano bene dal formulare l'unica domanda che dovevano porsi immediatamente: «Perché gli Stati Uniti?» Ansiosa di nascondere una domanda che le si ritorceva contro, l'amministrazione americana si è atteggiata a vittima, ha gridato vendetta e ha subito dichiarato guerra in nome della libertà e della civiltà a un nemico ben presto identificato, condannato e perseguitato nel mondo intero. Individuando la religione e l'appartenenza razziale degli attentatori senza analizzare i fatti che hanno esposto gli Stati Uniti a quegli attacchi suicidi, la Casa Bianca ha incrementato la sofferenza nel mondo.
Le torri gemelle di Manhattan crollavano così un'altra volta mettendo a nudo ciò che veramente pensavano i molti dirigenti del Nord, facendo sfumare quel briciolo di illusione che ci restava riguardo alla capacità delle nazioni di fare autocritica e di evitare per un lungo periodo i conflitti. Per qualche istante ci siamo illusi che la tragedia dell'11 settembre sarebbe stata l'occasione per assistere finalmente a una lezione di umanità e di tolleranza. Oggi è chiaro che il mondo è letteralmente in una trappola, in cui dietro i sui diritti umani, la giustizia e la libertà si nascondono giochi di potere che divorano le classi politiche. «Vedrai» mi disse il mio amico Taoufik Ben Abdallah che mi telefonava da Dakar, « Bush e i suoi ministri arriveranno al punto di privarci del diritto di partecipare al dolore dei cittadini americani ».
Oltre a vederci negato il diritto alla compassione e all'umanità, constatiamo con orrore che a causa di questo scossone dalle molteplici ripercussioni, le peggiori tragedie permettono sia alla classe politica sia a istituzioni poco visibili come la Banca mondiale di autogiustificarsi e consolidare le proprie posizioni. La manovra è decisamente sottile e di un cinismo senza pari. Migliala di innocenti sono morti per cause che avrebbero potuto essere chiarite e ponderate per una migliore gestione su scala mondiale.
L'amministrazione americana, principale protagonista della scena mondiale, non si è data né il tempo né i mezzi per una gestione più equilibrata. Lo stato più potente del mondo, che rivendica la leadership, risponde all'odio con altrettanto odio e, più grave ancora, incita il resto del mondo a fare altrettanto. Senza vergogna alcuna l'amministrazione Bush, ferita nell'orgoglio e desiderosa di incrementare la propria egemonia, bussa alle porte degli altri stati e chiede il loro « aiuto ». E questi eseguono con maggior o minor rapidità, a seconda delle ripercussioni e dei rischi a cui vanno incontro. Ma tutti temono di dispiacere agli Stati Uniti. Come definire questa paura che incute lo stato più potente del mondo?
Lo squilibrio così esacerbato dei rapporti di forza tra nazioni ricche e nazioni povere è particolarmente pregiudizievole per l'Africa, un continente che ha già pagato un tributo di vite umane durante l'attacco del 1998 alle ambasciate americane di Nairobi in Kenia e di Dar es Salaam in Tanzania e che rischia di vedere aggravarsi la sua situazione con l'ulteriore giustificazione della lotta al terrorismo, la diminuzione dell'afflusso di capitale straniero e l'esasperazione delle tensioni socioreligiose che sporadicamente scuotono alcuni paesi.
Ma la Banca mondiale va dritto allo scopo quando sostiene che l'Africa sarà la più colpita dalle conseguenze dell'attentato. Sostiene che « più di dieci milioni di persone vedranno scendere i propri guadagni di un dollaro al giorno a causa della caduta dei prezzi delle materie prime, che dovrebbe superare il 7,4% inizialmente previsto». E che « più della metà della mortalità infantile nel mondo riguarderà l'Africa. (pp16-19)
Per le strade delle nostre città-immondezzaio circolano migliaia di candidati all'esilio, che l'evoluzione economica del continente e del mondo ha fatto sprofondare nel nulla. Sognano un lavoro sicuro e redditizio, uno status sociale che garantisca loro rispetto e dignità e un futuro che cancelli per sempre dalla loro memoria lo spettro della disoccupazione e dell'umiliazione. E andarsene sembra la sola via d'uscita. Questi naufraghi del Sud credono che non ci sia più nulla da fare, nulla più si aspettano dal proprio paese e soprattutto dalla sua classe dirigente. Se ne trovano ovunque, in tutti gli ambienti, in città come in campagna: giovani diplomati senza occupazione, contadini, allevatori, quadri di alto livello...
« Non c'è niente da fare qui » borbottava tra i denti Salia. « Non vedi? Ce ne stiamo lì, seduti, per giornate intere. Per favore, aiutami a ottenere un visto». Mia sorella era a casa mia con suo figlio, uno tra le tante migliaia di candidati all'esilio. Non ho mai rifiutato nulla a Dah, la maggiore delle mie sorelle. Ha aiutato nostra madre a crescerei, mi ha dato il latte, i biscotti secchi, la paghetta quando a Bamako frequentavo il liceo femminile come in¬terna. Dah è più di una sorella, è un'amica. Ed ecco che il più giovane dei suoi figli era pronto a tutto pur di sfuggire alla disoccupazione e alla disperazione. Io mi sentivo male. Non volevo deludere mia sorella, ma non accettavo l'idea che mio nipote non avesse altra scelta che l'emigrazione.
« C'è così tanto da fare qui » tentavo di convincerlo. Ma non è semplice spiegarlo mentre quelli che hanno raggiunto «l'altra sponda» mandano soldi, medicine, materiale didattico, abiti e via dicendo. I miei discorsi mi sembravano assolutamente inutili e privi di fondamento di fronte a quei segni evidenti di successo e ricchezza che solo la partenza per la Francia o gli Stati Uniti sembrano garantire. Coloro che sono partiti alimentano negli altri l’illusione che all'estero tutto vada bene: curano la propria immagine, si vantano di poter fare più dei loro simili che, per giornate intere, bevono tè all'ombra degli alberi e vivono di espedienti, quando non cercano l'oblio nella droga o nell'alcol.
Dovevo comunque salvare Salia, il minore dei figli di Dah. « Che cosa c'è da fare qui che mi permetta di aiutare i miei genitori, di sposarmi e di sistemarmi?» mi sfidò. « Ho provato di tutto. Il trattore del vecchio è rotto, i pezzi di ricambio costano un occhio della testa. Il piccolo commercio? I clienti prendono a credito e non pagano mai». Conoscendo bene tutte queste realtà non potevo che assentire. Ma al tempo stesso mi dicevo che ogni africano, uomo o donna, che emigra è una risorsa in meno per la nazione. L'adagio dice: «Quaggiù non è un luogo dove restare, e l'aldilà non è un luogo dove andare ». Perché troppi, veramente troppi sono gli uomini e le donne che non trovano il loro posto al Nord. Vanno a ingrossare le file dei subalterni della globalizzazione che raccolgono i rifiuti, puliscono i gabinetti, assolvono tutti i compiti che la gente del posto rifiuta, e non vengono certo risparmiati loro né il disprezzo né il razzismo.
Così, pensavo, dopo il sudore e il sangue degli schiavi, il lavoro forzato delle colonie, lo sfruttamento delle materie prime, senza colpo ferire l'Occidente ci toglie i nostri figli. Il coinvolgimento di mia sorella nella trattativa mi esasperava e mi rattristava al tempo stesso, perché non rispondeva affatto all'atteggiamento consueto delle mamme africane. Possessive, in genere preferiscono tenersi i figli vicino. Ma adesso, eccole intente a cercare con solerzia un visto, un biglietto d'aereo. Preferiscono correre il rischio di vederli andare lontano, molto lontano, verso destinazioni di cui per la maggior parte non sanno nulla. Acconsentono a fare altri sacrifici, quando possono vendono i pochi beni che possiedono: terreno, gioielli, bestiame. I poliziotti che braccano gli immigrati negli aeroporti o li perseguitano per strada, come tutti quelli che li umiliano lontano da qui, non sanno che ogni emigrante porta con sé la speranza di una madre, di una sorella, talvolta di una moglie, le quali piangono aspettando che qui la vita migliori. L'emigrazione è l'indice più significativo della situazione di un paese. Il FMI e la Banca Mondiale, che generano miseria e disperazione con i loro programmi di adeguamento strutturale, dovrebbero inserire questa voce nelle loro statistiche e smettere di piagnucolare sulla sorte degli africani.
Mia sorella aveva assolto appieno al suo dovere di madre, vendendo vestiti per bambini al mercato di Bamako e impegnandosi a fondo nel commercio, come tante altre madri di famiglia, andando a Abidjan, a Dakar, a Lagos, poi a Rabat, ad Algeri, a Gedda. Spalleggiata dal marito, aveva pagato la scuola dei figli e provveduto alle loro necessità, continuando a occuparsi anche dei miei e di quelli degli altri fratelli e sorelle. Con i suoi figli la scuola non sempre aveva mantenuto le promesse. A causa dell'età Dah non era più in grado di viaggiare, e per questo Salia voleva darle il cambio, provare a sua madre che era cresciuto, che anche lui poteva contribuire alle spese di vitto, elettricità, acqua, medicinali, scolarizzazione dei tanti nipotini che attorniavano sua madre. Gli riconoscevo pienamente questo diritto-dovere di solidarietà in cui anch'io trovavo la mia stessa ragione d'essere.
Mio nipote mi fissava in silenzio come per farmi capire che lo privavo dell'opportunità di fare come me, che ero riuscita ad andare a studiare in Europa. «I tempi sono cambiati, Salia » mi affrettai a dirgli. « Io ho beneficiato di una borsa di studio dopo la maturità. E sono ritornata proprio perché sono convinta che tutti insieme potremo cambiare la situazione, quella della nostra famiglia e del Mali in generale. Se avessi la certezza che tu potessi entrare e uscire liberamente dalla Francia esercitando un lavoro ben preciso, farei il possibile, Salia, per aiutarti. Ma non posso né aiutarti né incoraggiarti a far parte del ghetto degli immigrati d'Europa, che sempre più spesso vengono cacciati via con le manette ai polsi ». Mia sorella, che si era messa a piangere, si asciugò le lacrime quando le raccontai delle mille difficoltà e dell'umiliazione che aspettavano chi partiva «alla ventura». Quando capii che ero riuscita a convincerla tirai un sospiro di sollievo.
Tra le altre, le raccontai la storia di un giovane del Mali che avevo incontrato a bordo di un aereo di linea proveniente da Parigi e che, come decine e decine di altri immigrati, tornava al suo paese d'origine ammanettato come un delinquente. Lo scortavano due uomini. Poco dopo il decollo mi rivolse la parola: «Sorella, sorella mia! Sai perché ho le mani e i piedi legati e perché questi due signori mi scortano? Mi riportano nel nostro paese! » «Com'è possibile? » chiesi io. « Stavo andando al lavoro, mi hanno fermato per strada e, dato che non avevo i documenti in regola, mi rimpatriano! »
Furiosa, balzai in piedi per attirare l'attenzione degli altri passeggeri sulle condizioni in cui viaggiava quell'immigrato espulso. A bordo tutti si mostrarono indignati, e i due poliziotti in borghese erano alquanto a disagio. Ricordo comunque che non gli tolsero le manette. Ostentando indifferenza, ascoltavano senza proferire parola ciò che io e gli altri passeggeri volevamo ricordare al mondo dei ricchi, i nostri ex padroni che ora soffrono di amnesia.
Questa è una delle tante storie che testimoniano quanto l'irresistibile bisogno di andarsene, che pervade i giovani e i meno giovani, gente di città come di campagna, continua a pesare sul paese.
Questo non dimostra forse anche la vacuità dei discorsi del FMI e della Banca mondiale sulle possibilità economiche del Mali, visto che i suoi emigrati rappresentano il più grosso contingente tra coloro che presentano richiesta d'asilo in Francia? L'esilio è ormai la sola alternativa offerta dal sistema neoliberista alla gioventù disperata del Mali, dell'Africa e dell'emisfero Sud in genere. L'altra conseguenza di questa tragedia è che il flusso ininterrotto di coloro che cercano un'occupazione al Nord non incoraggia certo i giovani africani che portano a termine i loro studi in Europa a rientrare in Africa.
Il cerchio si chiude: l'Africa si svuota contemporaneamente delle materie prime, dei capitali, delle braccia valide e dei cervelli. A questo quadro basta aggiungere il saccheggio delle opere d’ arte per valutare l'ampiezza del salasso perpetrato nel continente africano. Basta solo immaginare l'eventuale inversione di tendenza per avere anche solo l'idea di un'altra possibile Africa, che esigerebbe comunque lo smantellamento dei plurisecolari meccanismi di disumanizzazione in atto.
Questo è ciò che ho cercato di far capire in qualità di membro del comitato di consulenza del futuro museo del Quai Branly, a Parigi. Ma le condizioni poco chiare in cui è stato acquisito un pezzo proveniente dal mio paese mi hanno indotto a presentare le dimissioni. Ho avuto la sensazione che questa gigantesca e costosa iniziativa culturale, che va a onore del presidente Jacques Chirac, confermasse la volontà degli occidentali di avere un'Africa senza africani. Il nostro patrimonio culturale continua a essere saccheggiato, i nostri oggetti sacri sono ammirati e desiderati, ma la nostra presenza no. (pp82-86)