25/07/07 Hoda Barakat da: Lettere da una straniera da Beirut a Parigi:diario di una vita altrove
Nota biografica :Hoda Barakat è nata nel 1952 in un villaggio di montagna nel nord del Libano. Ha vissuto a Beirut, dove, nel 1975, poco prima dello scoppio della guerra civile, si è laureata in Letteratura araba. Ha vissuto a Beirut Ovest fino al 1989, quando si è trasferita a Parigi, dove vive tuttora e dove lavora come giornalista. Ha pubblicato nel 1985 la sua prima raccolta di racconti brevi Za’irat (Visitatrici) e, poco dopo aver lasciato il Libano, il suo primo romanzo Hagiar al-dahak (La pietra del riso), che le è valso il Premio al-Naqid ed è stato tradotto in inglese, olandese e francese. Il suo secondo romanzo Ahl al-hawa (Malati d’amore, Jouvence 1997), 1993, è stato tradotto in italiano, francese e spagnolo. Il terzo romanzo Harit al-miyah (L’uomo che arava le acque, Ponte alle Grazie2003), 1999, ha ottenuto il premio Naghib Mahfuz 2000 ed è stato tradotto in inglese e francese.
________________________________________
Traiamo da Mirella Cassarono che insegna lingua e letteratura araba all'università di Catania questa breve presentazione dell’autrice e di Lettere di una straniera
“Hoda Barakat nasce tra le montagne del Libano settentrionale nel 1952. Da Beirut, dove ha studiato, nel 1989 fugge a Parigi: la inseguono le bombe della guerra civile . Aveva già pubblicato i suoi primi libri, ne pubblicherà altri fino a ottenere il prestigioso premio Naghib Mahfuz (2000) con il romanzo L'uomo che arava le acque (Ponte alle Grazie, 2003) dove l'incanto nostalgico nasconde le rovine. Queste Lettere da una straniera (Ponte alle Grazie, 2006), in origine articoli pubblicati sul quotidiano libanese al-Hayat , sono un libro sulla perdita di comunità indotta dall'esilio. Che differenza sia tra la tabbouleh libanese e l'insalata di cuscus non lo sanno i parigini e non lo sanno più nemmeno i figli dei libanesi a Parigi. La comune origine è quasi un peccato, è rimossa, oppure è un legame insostenibile. Però l'esule è colui che è condannato ai ricordi e al senso di colpa; chi resta, e chi torna, può invece abbandonarsi alla dimenticanza. Il tema dell'esilio comprende quelli della memoria, che è sempre privata, anche quando incrocia la storia, ed è una macchina dissipatrice perché instabile era quella vita e precaria sempre la dimora dell'esule; della nostalgia del paese che è in verità nostalgia della giovinezza; della pesantezza del luogo originario contro la leggerezza e l'irresponsabilità di un nonluogo, di un paese dell'evasione quale può essere anche una chat; dell'abitare difficile nella città di adozione, nei suoi ritmi e nelle sue brume. E nell'esilio prende forma il valore insidiato della discendenza femminile, dalla madre all'autrice alla figlia. La patria anzi sembra essere un'eredità consegnata a una figlia: se nella giovinezza libanese l'istanza di liberazione dai precetti e dall'educazione materna equivaleva alla ribellione contro la patria oppressiva-inibente; adesso affiora il timore che per la figlia, nell'epoca del multiculturalismo, la cultura materna sia solo una tra le tante, non più veicolo identitario e serbatoio di memorie accomunanti, ma caleidoscopio, o supermercato. “
da:Lettere da una straniera da Beirut a Parigi:diario di una vita altrove di Hoda Barakat
Da Il ritorno delle pecorelle non smarrite
Noi che siamo rimasti fuori dal paese, non costituiamo una comunità. Non ci somigliamo, e non c'è niente che ci tenga uniti. Ci incontriamo di rado, e quando, per un qualche caso, questo avviene, non vediamo l'ora di lasciarci, e ognuno se ne va per la sua strada, promettendo a gesti di chiamare presto, dopo un convenzionale scambio di rimproveri e scuse reciproche. Ci separiamo disperdendoci in fretta, con l'allegria di chi si è liberato di un'oppressione passeggera, di un piccolo intoppo che ha intralciato per un istante il tranquillo fluire della vita.
Quel senso di oppressione è più pesante quando a riunirci è qualcosa che riguarda il Libano: la proiezione di un film, per esempio, o una conferenza su Beirut, o le varie iniziative a cui ci si sente in obbligo di partecipare per solidarietà nei momenti tristi o difficili. Eppure, in passato eravamo come tutti gli altri emigrati: incontrandoci, ci fermavamo all'ingresso del metrò o sul marciapiede, e poi entravamo nel primo caffé per raccontarci le novità e parlare della situazione del paese, a volte con discussioni accese.
Non costituiamo una comunità. Le nostre somiglianze ci infastidiscono, come tutto ciò che ce le ricorda. Nei luoghi pubblici, preferiamo l'anonimato. Quelle rare volte che ci troviamo insieme, tendiamo sempre più spesso a invitare amici stranieri (francesi, per esempio), perché si parli solo di cose indifferenti; facciamo così anche con i nostri figli, lasciandoli liberi di scegliersi le loro appartenenze senza insistere per legarli a un paese cui noi stessi non sappiamo più cosa ci unisca. Abbiamo lasciato perdere, per noia, persino quel piccolo sforzo che facevamo - rinunciando a spiegazioni più complicate sul nostro paese - per illustrar loro la differenza fra la tabbouleh libanese e l'insalata di cuscus, che qui chiamano alla stessa maniera.
Appena finisce il film o la conferenza, ci separiamo disperdendoci con sollievo e riprendiamo la strada di casa conservando nella memoria solo quello che vogliamo. Non appendiamo ai muri delle nostre case le foto o gli adesivi con le celebri vedute di Beirut, come la piazza dell'Orologio o il mare dal quartiere di Raouché, che laggiù si vendono un po' dappertutto. Eppure, anche noi ce le siamo portate dietro dall'ultimo viaggio, o le abbiamo avute da qualcuno che è appena tornato. Le chiudiamo con cura negli armadi e nei cassetti, come cose che forse un giorno torneranno utili ma di cui adesso non si sa che fare. Non c'è niente, nelle nostre case di quassù, che indichi la nostra appartenenza a un qualche paese, o l'amore per tale appartenenza come se, aiutati da questo ciclo sempre grigio, non desiderassimo altro che la neutralità e il pacifico scorrere del tempo.
Non siamo una comunità, né da vicino né da lontano. Quelli che al paese sono stati nostri amici e compagni sono gli stessi che adesso, quando ci si incontra, siamo più impazienti di lasciare: come il vecchio complice di un delitto mai scoperto che si vorrebbe solo dimenticare, o come un amante che in passato ci è stato caro e con il quale, o senza il quale, nel presente non è più possibile vivere.
Quanto agli altri, quelli che vengono dal presente, sono a una tale distanza da noi che l'idea di colmarla sembra del tutto vana. Dentro e fuori casa, tendiamo sempre più a usare la lingua straniera, cercando di evitare quella cadenza che ci riporterebbe l'eco familiare del posto che abbiamo lasciato. Non siamo più ansiosi di incontrare chiunque arrivi da lì. Non gli chiediamo più niente, e dentro di noi troviamo un po' ridicola e imbarazzante la fierezza con cui qualcuno reca in dono la baqlawa* o il kishk** che ha trascinato da un aeroporto all'altro, mentre qui se ne trovano freschi dappertutto... e nondimeno ci guardiamo bene dal comprarli.
Non siamo una comunità, non abbiamo vecchi amici a cui fare festa, e non ne abbiamo di nuovi con cui svagarci. Quei pochi che vorremmo proteggere persino dalle correnti d'aria, che fanno esultare i nostri cuori quando li riconosciamo da lontano, e ci mortifica vedere invecchiare... sono quelli con i quali cadiamo in una completa afasia, come un innamorato costretto a dichiarare la sua passione colpevole e illegittima sotto i riflettori di un palcoscenico. Ci sembra, così, di esonerarli da un peso che non hanno la forza di portare, da una preoccupazione che si sommerebbe a molte altre, presumendo che siano deboli e fragili quanto noi e condividano il nostro desiderio di evasione e disimpegno. In loro rivediamo i familiari che sono rimasti laggiù, con i quali, al telefono, prendiamo un tono forzatamente acuto, gridando tutto il tempo, per svuotare il discorso dei suoi significati brucianti, per non aggiungere un'altra crudeltà alle migliaia di chilometri che ci separano, e perché i nostri schiamazzi innaturali scaccino il pensiero che prima o poi, tra una telefonata e l'altra, i nostri cari moriranno lontano da noi.
Non siamo una comunità, ma un esile filo si insinua fra noi, e ci stringe un po' gli uni agli altri, quando veniamo a sapere che qualcuno ha deciso, di tornare in patria. Non abbiamo il coraggio di dare un nome ai nostri sentimenti. Evitiamo di guardarci negli occhi. Non diciamo che ci sentiamo un po' traditi, che siamo in lutto per questa prima morte, in attesa di quella che ci coglierà in questo paese, i cui abitanti non sono mai riusciti a pronunciare correttamente i nostri nomi. Ci sembra già di sentirci quando, al telefono con l'amico che è tornato a casa, calcheremo le parole e alzeremo il tono in modo innaturale per non dirgli assolutamente niente.
Parliamo delle prospettive che si aprono all'amico in partenza e gli prodighiamo consigli improvvisati su tutto ciò che dovrà fare per garantirsi una vita dignitosa, saltando di palo in frasca con voluta noncuranza. Alla fine, ci convinciamo che davvero non ce ne importa, e ci aggrappiamo a questo sentimento. Solo grazie all'indifferenza - e non all'oblio - ci sentiamo meno traditi e abbandonati. In fondo, pensiamo, la persona che rimpatria andrà a infoltire la schiera di chi ha scelto di dimenticare, di chi è rimasto e ha dimenticato mentre noi, qui, perdiamo pesò e colore ostinandoci ad alimentare lo sdegno e i rancori sepolti. Non siamo una comunità, ma sappiamo che quelli che non hanno mai lasciato Beirut, come quelli che ci torneranno, godono dell'oblio e del perdono di cui noi non siamo capaci. (…)
Sentimentali
Agosto è passato. Le vacanze sono finite. Anche questa estate l'abbiamo trascorsa al paese. L'abbiamo fatto ancora, come chi ripete un errore scontato... o una delusione scontata. E sappiamo che torneremo anche l'estate prossima.
Facendo le valigie, notiamo che sono più leggere dell'ultima volta. I prodotti nazionali si trovano in abbondanza anche all'estero, e gli amici ormai sono convinti che i regali che porteremmo loro sarebbero solo un peso inutile.
Ormai è settembre, e tutti i nostri sforzi per ritrovarci insieme nella capitale sono falliti. I telefoni non tuonano più ininterrottamente, come quando cercavamo di organizzare una cena da uno di noi: N. sta a Tannurin, H. a Bcharré, l'altra H. a Jabchit, J. passa la sera al giornale, l'altro J. è a Ihdn, R. sta al Sud con.la famiglia, H. è nell'Akkar... Insomma, non saremo mai al completo. Arriviamo alla cena già un po' stanchi per tutti i preparativi che ci è costata. Protestiamo per l'ennesima volta perché c'è troppo da mangiare. Gli amici che hanno continuato ad abitare qui esagerano in tutto, mentre noi - un po' per l'emigrazione, un po' per l'età - evitiamo con cura di rimpinzarci per risparmiare i nostri stomaci delicati.
Un'estate dopo l'altra, la nostra diversità dagli amici che abitano qui si accentua, ma noi evitiamo di sottolinearlo. Non vorremmo aggiungere ulteriori voci a un bilancio che farà di noi qualcosa di più che emigranti per caso... farà di noi degli stranieri.
Quest'estate ci hanno voluto un po' meno bene della precedente. Non hanno insistito perché tornassimo, come se si fossero abituati al fatto che viviamo all'estero e lo avessero completamente accettato. Gli amici, quest'estate, si sono accontentati di invitarci a restare più a lungo, ma senza un vero entusiasmo... Senza quell'entusiasmo che ci aspettiamo pur non confessandolo, nascondendoci per orgoglio dietro l'ironia.
Quest'estate non ci sfogheremo con loro. Non gli snoccioleremo il nostro rosario di lagnanze, non staremo a dirgli che lassù le ciliegie non sanno di niente perché loro non sono a tavola con noi; che di sera le finestre chiuse delle strade ci fanno tristezza perché siamo lontani dai loro balconi; che al più banale malessere cadiamo in preda al panico perché loro dormono lontani; che ogni nuovo capello bianco ci atterrisce perché non vediamo le loro teste imbiancarsi allo stesso ritmo, in modo da abituarci e affezionarci i segni del tempo... Non ci lamenteremo nemmeno della durezza dei nostri figli, che somigliano sempre più ai giovani stranieri... e nemmeno di...
Anche quest'estate le proporzioni del loro affetto si sono ridotte di un po'. La vita è andata avanti senza di noi. Ci sembra che mentre noi emigranti siamo incapaci di stringere nuove amicizie, loro, senza muovere un passo, trovano continuamente nuovi amici... E per giunta insistono per presentarceli, enumerandone i pregi senza far caso alla nostra segreta gelosia. Un'estate dopo l'altra, sembra che non abbiamo mai avuto un posto qui, come se fossimo passati casualmente nella vita degli amici così come in quella del paese. Capita che qualcuno di loro dica «da voi » per alludere al paese straniero in cui abitiamo. E noi allora, per tutta risposta, faremo apposta a dire « da noi » ogni volta che ne parliamo.
« Cos'è che ci fa tornare? » chiediamo a volte durante le serate con gli amici. Loro rispondono con imbarazzo dicendo più o meno le cose che si leggono nelle pubblicità delle agenzie turistiche. Ancora una volta, ancora un'estate, non dicono: «Perché qui ci siamo noi», o: «Perché questo paese non ha sapore senza di voi », o: « Perché quando voi non ci siete la vita non è la stessa ».
Come abbiamo fatto a credere un tempo - e forse proprio mentre lasciavamo il paese - che gli amici che restavano fossero dei sentimentali?!
Chiudendo le valigie, ci mettiamo a pensare all'autunno che laggiù copre già il ciclo con una cappa di grigio. Siamo rimasti fin troppo a lungo, ed è ora che la vita ritorni nei suoi binari consueti. Questa luminosità eccessiva e questo sole sfacciato che brucia ogni cosa cominciano quasi a darci fastidio... Mentre chiudiamo le valigie, un autunno gentile è già iniziato nei nostri pensieri e nei nostri corpi, e comincia a | piacerci che le cose stiano come stanno: gli amici « da loro » e noi « da noi ».
(pp27-30)
Da Country
Questa distanza aumenterà costantemente. Non c’è rimedio.
A ogni viaggio stagionale nel paese, la distanza aumenta. Evidentemente, stiamo andando in due direzioni opposte. A ogni nuova visita ci rendiamo che lo sforzo di tenerci in equilibrio fra i due poli del « qui » e del « lì » è sempre più disperato.
Così, a poco a poco ci trasformiamo in emigranti. A poco a poco, come per distrazione, finiamo con il somigliare alle figure un po' ridicole dei libanesi tornavano a casa dopo lunghi anni di assenza, lo strano accento, quelle frasi infarcite di parole straniere, erano la prima cosa di cui ci si ricordava parlando di loro. Involontariamente e inconsapevolmente divertenti, era facile raggirarli nelle piccole e grandi cose della vita. Erano tanto provvisori riusciva difficile immaginare che potessero vivere abitare, lavorare o svolgere una qualunque attività in mezzo a noi.
Sembravano appartenere a un altro tempo, e avevano dimenticato le regole del luogo. Calcolavano, assorti il cambio della nostra moneta nella valuta di quei paesi lontani. Perdevano facilmente e rapidamente l'orientamento come se non fossero nati qui. E quando dicevano «da noi», era chiaro che parlavano dell'estero, mentre il Libano lo chiamavano «l'amato country».
La loro ingenuità era argomento di infiniti aneddoti, fino a diventare leggendaria. (…)
Ma noi, naturalmente, siamo molto diversi da loro. Il mondo, diventando molto più piccolo, ci ha tolto l'incanto dei lunghi viaggi. Quando atterriamo, sembriamo appena scesi da un autobus, e nessuno ravvisa in noi la tenera ingenuità degli emigrati di un tempo... nonostante il fatto che anche noi abbiamo qualche perplessità nel cambio di valuta, e di fronte prezzi delle merci. Ci manca quell'immenso amore per il caro country, e quello sguardo lucido di nostalgia che colora il volto con un'espressione di tenerezza. Noi poi stiamo bene attenti al modo in cui parliamo, e teniamo a recuperare la cadenza originaria depurata da ogni inflessione o parola straniera -anche se in realtà chi vive qui queste parole le usa di continuo - credendo in questo modo di allontanare ogni sospetto di assimilazione allo straniero. E anche se, come gli emigrati di un tempo, ci smarriamo facilmente, malgrado la nostra cautela, in un paesaggio che cambia senza sosta, non siamo oggetto di aneddoti o battute, e neanche di una simpatica curiosità. I nostri parenti non ci circondano di premure come facevano con gli altri. Le nostre richieste di spiegazioni li spazientiscono e gli sembrano ingiustificabili dato che siamo andati via da poco e visitiamo il paese regolarmente. (…)
A ogni viaggio stagionale nel paese, diventiamo simili a emigrati. Solo il pudore ci impedisce di girare con le macchine fotografiche al collo. Adesso, fronte al panorama notturno del porto vecchio di Jbeil, chiudo gli occhi per fissarne meglio l'immagine in qualche angolo della mia memoria, ma tra poco lascerò stare questa laboriosa operazione nostalgica, per infilarne più comodamente una foto - o addirittura cartolina - nel mio album delle vacanze. C’è un serio rischio che, quando tra poco ripartiremo ci lasceremo sfuggire una frase che si sta formando dentro di noi come una piccola onda che cresce inarrestabile... quella frase con cui spesso i turisti prendono congedo da un paese in cui probabilmente non torneranno più: « È un bel paese, in fondo» ..dal finestrino dell'aereo.
(pp56-59)