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21/11/08 Amadou Hampatè Ba - APPUNTI SULLA NOZIONE DI PERSONA NELLE TRADIZIONI PEUL E BAMBARA



Nelle tradizioni peul e bambara (le sole alle quali farò riferimento, perché credo di conoscerle abbastanza) esistono due termini per designare la persona. Per i Peul abbiamo Neddo e Neddaaku, per i Bambara troviamo Maa e Maaya. II primo termine significa « la persona » ed il secondo: « le persone della persona ».
La tradizione insegna infatti che esiste prima di tutto Maa, la Persona-ricettacolo, e poi Maaya, cioè i diversi aspetti di Maa contenuti nel Maa-ricettacolo. Come dice 1'espressione bambara: « Maa ka Maaya ka ca a yere kono »: « Le persone della persona sono molteplici nella persona ». Ritroviamo esattamente la medesima nozione presso i Peul.
La nozione di persona é dunque inizialmente molto complessa. Essa implica una molteplicità interiore, dei piani di esistenza concentrici o sovvrapposti (fisici, psichici e spirituali a diversi livelli) ed una dinamica costante.
L'esistenza, che ha inizio col concepimento, é preceduta da una preesistenza cosmica nella quale 1'uomo risiederebbe nel regno dell'amore e del1'armonia, chiamato Benkeso.
La nascita di un bambino é considerata come la prova palpabile che una particella dell'esistenza anonima si é distaccata ed incarnata per compiere una missione sulla nostra terra. Un'importanza tutta particolare viene data alla cerimonia dell'imposizione del nome nel corso della quale si attribuisce un « togo », o nome proprio, al neonato.
II togo definisce il piccolo individuo, lo colloca nella grande comunità.
Si possono avere tre tipi di nascite: 1'aborto o « jibon », letteralmente « acqua versata », considerato come malefico; la nascita nel tempo giusto, chiamata
« banngi », avvenimento felice non solo per i genitori, ma anche per il villaggio, per la tribù e, su un piano più vasto, per tutta 1'umanità; ed infine la nascita dopo il termine normale, chiamata « menkono » o « nyanguan », letteralmente « ventre di lunga durata », preludio alla nascita di un essere straordinario, il nyanguan, cioè il super-stregone, che viene al mondo dotato di un grande potere.
Lo sviluppo della persona si compirà al ritmo dei grandi periodi della crescita del corpo, ciascuno dei quali corrisponde ad un grado di iniziazione. L'iniziazione ha lo scopo di dare alla persona psichica una potenza morale e mentale che condizioni ed aiuti la realizzazione perfetta e totale dell'individuo.
Secondo la tradizione, la vita di un uomo normale comporterebbe due grandi fasi: una ascendente fino ai sessantatre anni, 1'altra discendente fino ai centoventisei anni. Ognuna di queste fasi comprende tre grandi sezioni di ventun anni ciascuna, divise a loro volta in periodi di sette anni. Ogni sezione di sette anni segna un passaggio nell'evoluzione della persona umana.
Così per esempio, durante i primi sette anni della sua esistenza, in cui la persona in formazione ha maggiormente bisogno di cure, il bambino resterà intimamente legato a sua madre dalla quale dipende per tutti gli aspetti della sua vita. Dai sette ai quattordici anni, egli affronta l'ambiente esterno del quale riceve le influenze, ma sente ancora il bisogno di riferirsi a sua madre, che resta il suo criterio di paragone. Dai quattordici ai ventun anni egli segue la scuola della vita e dei suoi maestri, e si allontana progressivamente dall'influenza della madre.
I ventun anni segnano un passaggio molto importante, perchè è l'età della circoncisione rituale e dell'iniziazione alle cerimonie degli dei. Durante i successivi ventun anni 1'uomo maturerà gli insegnamenti ricevuti nel periodo precedente. Egli deve ascoltare i saggi, e se qualche volta gli viene concessa la parola, è solo per puro favore e non per diritto. A quarantatre anni, invece, egli dovrebbe aver raggiunto virtualmente la maturità, e passa fra i maestri. Avendo diritto alla parola, egli è tenuto ad insegnare agli altri ciò che ha appreso e maturato durante i primi due tempi. A sessantatre anni, infine, termine della grande fase ascendente, si pensa che egli abbia ormai concluso la sua vita attiva e non e più vincolato da nessun obbligo. Ciò non gli impedirà pero' di continuare ad insegnare, se questa è la sua vocazione e la sua capacità.
In nessun momento dunque la persona umana viene considerate come un'unità monolitica, limitata al suo corpo fisico, ma è pensata sempre come un essere complesso, abitato da una molteplicità in continuo movimento. Non si tratta dunque di un essere statico o definito.
La persona umana, a! pari del seme delle piante, è evolutiva a partire da un capitale iniziale che è il suo potenziale proprio. Questo potenziale si svilupperà durante tutta la fase ascendente della sua vita, in funzione del terreno e delle circostanze incontrate. Le forze sviluppate da questo potenziale sono in perpetuo movimento, in modo non dissimile dallo stesso cosmo.
Per illustrare questo concetto, ricordiamo brevemente il mito della creazione dell'uomo nella tradizione bambara:
Maa-Ngala (o Dio-Padrone) si autocreò, poi creò 20 esseri, che costituirono 1'insieme dell'universo. Si accorse però che fra queste prime 20 creature nessuna era adatta a diventare il suo kumanyon, cioè il suo interlocutore. Allora egli prelevò una briciola da ciascuna delle 20 creature esistenti. Mescolò il tutto e se ne servì per creare un 21° essere ibrido, 1'uomo, al quale diede il nome di Maa, cioè la prima delle parole che formano il suo nome divino.
Per contenere Maa, l'essere tutto-in-uno, Maa-Ngala concepì un corpo speciale, verticale e simmetrico, capace di contenere contemporaneamente un briciolo di tutti gli esseri esistenti. Questo corpo, chiamato Fari, simboleggia un santuario nel quale tutti gli esseri si trovano in circonduzione. Per questa ragione, la tradizione considera il corpo dell'uomo come il mondo in miniatura, secondo 1'espressione « Maa ye dinye merenin de ye », cioè: « L'uomo è l'universo in miniatura ».
Tutto quanto il corpo corrisponde ad un simbolo ben preciso. La testa, per esempio, rappresenta il piano superiore dell'essere, munito di sette grandi aperture. Ciascuna di esse è la porta d'ingresso di uno stato di essere, o mondo, ed è vigilata da una divinità. Ogni porta dà accesso ad una nuova porta interna, e cosi all'infinito. Il viso è considerato come la facciata principale del1'habitat delle persone profonde di Maa, nonché dei segni esterni che permettono di decifrare le caratteristiche di queste persone. « Mostrami il viso, e ti dirò il modo di essere delle tue persone interne », dice l'adagio. Ogni essere interno corrisponde ad un mondo che gira intorno ad un asse o punto centrale.
Lo psichismo dell'uomo é dunque un insieme complesso. Al pari di un vasto oceano, la sua parte conosciuta non é niente a paragone di ci6 che resta da conoscere. La massima diffusa fra gli abitanti del Mali é significativa: « Non si finisce mai di conoscere Maa ... ».
Perché questa complessità?
Da una parte, il nome divino di cui è investito conferisce a Maa lo spirito e lo fa partecipare alla Forza Suprema. Questa lo chiama alla sua vocazione essenziale: divenire 1'interlocutore di Maa-Ngala.
D'altra parte, i diversi elementi che sono in lui ne fanno il confluente di tutte le forze cosmiche, le più elevate come le più basse. La grandezza ed il dramma di Maa derivano dal fatto che egli è il luogo di incontro di forze contraddittorie in perpetuo movimento, le quali potranno essere ordinate durante le varie fasi della vita soltanto attraverso un'evoluzione ben compiuta sul cammino dell'iniziazione.
Le forze molteplici e varie che si muovono nel1'universo nascosto di Maa costituiscono degli stati, o persone psichiche. che emanano dallo spirito di Maa stesso. Lo Spirito, principio immateriale ed immortale, non è un essere immaginario. Esso esiste. E’ lui che genera I'immaginazione, facoltà ben reale (da non confondere con 1'immaginario), facoltà grazie alla quale Maa diventa capace di visione ed entra in rapporto con degli spiriti o degli esseri che abitano fuori di lui o fuori del mondo visibile. Per riprendere un'espressione del mio amico Boubou Hama, esso
« concretizza 1'astratto », che attraverso lui prende immagine e forma. Lo spirito di Maa gli permette di conoscere, di comprendere e di rinforzare la sua attenzione. Sviluppando queste attitudini, Maa diventa atto a giudicare.
Come si è potuto notare, la persona non è chiusa in se stessa, come una scatola ben sigillata. Essa è aperta in parecchie direzioni, su varie dimensioni, contemporaneamente interne ed esterne.
I vari esseri o stati che sono in essa corrispondono ai mondi che si trovano a livelli successivi fra 1'uomo ed il suo creatore. Essi sono in relazione tra di loro e, attraverso 1'uomo, in relazione con i mondi esterni.
La persona è collegata prima di tutto con i suoi simili. Essa non sarebbe concepibile isolata o indipendente. Allo stesso modo che la vita è unita, la comunità è una ed interdipendente.
Per questo sentimento profondo dell'unità della vita, la persona umana non è staccata dal mondo naturale che la circonda, ma ha con esso delle relazioni di dipendenza e di equilibrio, codificate da regole di comportamento insegnate dalla dottrina tradizionale Bembaw-sira. Leggi precise determinano il comportamento dell'uomo di fronte a tutti gli esseri che popolano la parte vitale della terra: minerali, vegetali ed animali. Queste leggi non possono essere violate, sotto pena di provocare, in seno all'equilibrio della natura e delle forze che la sottendono, una perturbazione che si rivolgerebbe contro l'uomo stesso.
La nozione di unità della vita si accompagna alla nozione fondamentale di equilibrio, di scambio e di interdipendenza. Maa, che contiene in sè un elemento di tutte le cose esistenti, è chiamato a divenire il garante dell'equilibrio del mondo esterno, se non addirittura di tutto il cosmo. Nella misura in cui riesce a reintegrare la sua vera natura (quella del Maa primordiale), 1'uomo appare nel mondo come I'asse chiamato ad impedire alla molteplicità esterna di cadere nel caos.
Così dalla buona o cattiva condotta dei re o dei capi religiosi tradizionali dipenderà la prosperità del suolo, il regime delle piogge, I'equilibrio delle forze della natura, ecc.
Finchè l'uomo non ha ordinato i mondi, le forze e le persone che sono in lui, egli è il Maa-Nin, cioè una specie di omuncolo, l'uomo ordinario, l'uomo non realizzato. La tradizione dice: « Maa kakan ka sè i yere la noote a bè to Maa ni yala », cioè: Non si può uscire dallo stato di Maa-Nin, per reintegrare lo stato di Maa, se non si è padroni di se stessi.
Per concludere, vorrei fare notare il fatto che la tradizione si preoccupa della persona umana come molteplicità interiore, inizialmente incompiuta, chiamata ad ordinarsi e ad unificarsi, come a trovare il suo giusto posto in seno a quelle unità più vaste che sono la comunità umana e 1'insieme del cosmo.
Sintesi dell'universo e crocevia delle forze della vita, l'uomo è cosi chiamato a diventare il punto di equilibrio nel quale potranno congiungersi le diverse dimensioni di cui è portatore. Allora egli meriterà veramente il nome di Maa, interlocutore di Maa-Ngala, e garante dell'equilibrio della creazione.

Tratto da:
Aspetti della civiltà Africana
EMI Biblioteca Nigrizia 1975