02/03/09 Robert Vachon - Per un ri-orientamento radicale delle ONG Robert Vachon dallo sviluppo endogeno alla solidarietà interculturale (prima parte)
Introduzione
Con questo articolo non ho nessuna intenzione di dichiarare guerra alle ONG. Vorrei invece procedere con loro, se lo vorranno, a una relativizzazione e a un riorientarnento radicale delle loro attività di solidarietà, soprattutto quando il loro intervento riguarda contesti culturali radicalmente diversi (popoli autoctoni dell'Africa, dell'Asia, del Pacifico, delle Antille e delle Americhe).
Prima di far questo, mi sembra opportuno riconoscere il loro contributo unico e grandissimo alla costruzione di un clima sociale meno alienante:
a) il loro lavoro di coscientizzazione e di denuncia di certe situazioni di miseria, di oppressione e di ingiustizia (fame, bidonville violazione dei diritti umani più elementari ecc.);
b) il loro sostegno alle lotte di liberazione degli oppressi, tramite aiuti finanziari e microprogetti socioeconomici (alfabetizzazione coscientizzatrice, cooperative, sindacati ecc.);
c) il loro impegno per uno sviluppo endogeno, autocentrato. ispirato alla cultura locale, o basato su di essa, o al suo servizio;
d)il loro eccellente lavoro per il disarmo militare e la pace;
e) le loro iniziative per smascherare le strategie insidiose del potere, come la trasformazione dell'etnia e della cultura di appartenenza in ideologia di dominio e in strumento di potere ecc.
Non intendo negare a priori 1'utilità, la convenienza e anche la necessità di alcune delle attività realizzate nelle diverse parti del mondo dalle ONG, ma vorrei invitare queste ultime a uno sguardo radicalmente critico (non solo pluriforme, ma soprattutto interculturale) su se stesse (esistenza, obiettivi, motivazioni, strumenti, strategie) e sul loro modo di concepire la questione sociale in una prospettiva generalmente monoculturale.
Vorrei invitarle a considerare la possibilità:
a) che le ONG e le loro attività siano a volte, e anche generalmente, un cavallo di Troia del monoculturalismo occidentale e della sua ideologia tecnologica;
b) che ignorino il problema di fondo della questione;
c) che contribuiscano inconsapevolmente alla banalizzazione e alla subordinazione delle culture, alla loro disintegrazione e alla miseria umana;
d) che a volte debbano cessare le loro attività e a volte riprenderle, ma con un orientamento radicalmente diverso.
La questione può sembrare accademica, ma non lo è affatto. Scaturisce da un'esperienza interculturale vissuta. In effetti le attuali attività di solidarietà delle ONG, anche di quelle che ritengono di essere le più autocritiche, le più progressiste e le più rispettose delle altre culture:
a) procedono generalmente dalla volontà (consapevole o inconscia) di integrare le altre culture in una cultura occidentale moderna considerata come la norma universale e di inserirle nel sistema della megamacchina paneconomica e tecnologica che si crede di poter migliorare;
b) sono generalmente orientate verso i valori della cultura occidentale-moderna-tecnologica (che si presumono universali, ma sono particolari) più che verso l’identità e i valori tradizionali di popoli appartenenti a culture radicalmente diverse;
c) risentono generalmente di una visione troppo negativa delle altre culture e troppo positiva della propria, il che genera un senso di superiorità;
d) rivelano generalmente una palese ignoranza della visione e dei valori culturali dei popoli che vogliono «aiutare ad aiutarsi»;
e) più ancora, generalmente non si preoccupano di conoscerli, a causa della mentalità evoluzionistica secondo cui ogni cultura tradizionale deve «evolversi» verso la civiltà, la modernità e la tecnologia (sia pure adeguata);
f) offrono risposte a una questione sociale posta in maniera scorretta o imperfetta, perchè generalmente analizzata soltanto a partire dai presupposti antropologici, cosmologici, teologici e ontologici della cultura occidentale, che in genere non sono condivisi dalle culture radicalmente diverse a cui ci
si rivolge.
Propongo dunque che i movimenti di solidarietà prendano in considerazione la possibilità non solo di una riforma, ma di un orientamento radicalmente diverso, di una vera trasformazione, se vogliono arrivare al nocciolo della crisi contemporanea. Ma bisogna che sia una trasformazione collocata all’'interno del mondo esistente. E’ necessario decostruire senza distruggere, altrimenti si tratterebbe di rivoluzione.
Senza dichiarare guerra a tutte le nozioni e a tutte le attività di sviluppo (che possono indubbiamente avere un posto importante sotto il cielo), nella prima parte farò un'analisi critica del presupposto generalmente incontestato secondo cui lo sviluppo (il progresso, l’evoluzione, il cambiamento, 1'azione transitiva di dialogo e di solidarietà) è un requisito universale. Proporrò quindi una relativizzazione e una demitizzazione radicale di questa nozione e del principio evoluzionistico su cui si fonda.
Nella seconda parte proporrò alcune alternative interculturali in vista di una solidarietà radicalmente interculturale, senza tuttavia farne una nuova ideologia, un supersistema, un modello o un simbolo universale per tutta l’umanità. In ultima analisi, infatti, il problema esistenziale del pluralismo e della pace non può avere una soluzione teorica o sistematica.
Tutto ciò potrà apparire in un primo momento sconcertante e fonte di disimpegno per operatori alle prese con problemi che considerano urgenti e assolutamente prioritari. Ma spero che porterà a un nuovo impegno rivolto all'essenziale.
Prima di procedere, vorrei ancora fare alcune osservazioni.
Innanzitutto vorrei affermare che, per me, la relativizzazione radicale della nozione di sviluppo non implica necessariamente un rifiuto assoluto, né l'assolutizzazione delle culture tradizionali. Ma non esige neppure una relativizzazione radicale di queste culture. Infine non intendo proporre come requisito universale l'approccio interculturale, e ancor meno una sua forma particolare che affermi in maniera astratta che la via del futuro non è nè quella della tradizione nè quella della modernità, ma quella di un'interculturalità da creare. Ciò non sarebbe che un'altra forma, forse più elegante, di monoculturalismo e in definitiva di colonialismo culturale nei confronti sia dei due terzi del mondo, sia di quel terzo del mondo che è l’Occidente.
1. Lo sviluppo è un requisito universale?
Dietro a tutte le forme di sviluppo, di progresso, di evoluzione e di solidarietà proposte dall'Occidente agli altri due terzi del mondo c'è un presupposto che non viene mai messo in discussione:la legge dell'evoluzione e del cambiamento. Questa legge ha due dimensioni fondamentali:
a) Una dimensione mitica. L'Essere (e dunque l’Uomo) cerca sempre di superare se stesso, di essere altro rispetto a quello che é. Si tratta del principio della trascendenza. La traduzione a livello etico é: bisogna sempre perfezionarsi ed «evolvere». A livello sociale: nessun popolo è soddisfatto di quello che é. A livello antropologico: 1'uomo è un essere di desiderio; ha bisogno di cambiare, di diventare altro. A livello culturale: ogni cultura ha bisogno di un'altra cultura, ha bisogno di dialogo, di scambio, di condivisione, di partenariato.
b) Una dimensione storica. La storia è un costante cammino di evoluzione verso un «più essere» (a parte la legge dell'entropia): dal primitivo al civilizzato, dalla tradizione alla modernità, dalla bioevoluzione alla storia e alla logo-evoluzione; dalla storia alla tecno-evoluzione; dal monoculturalismo all'interculturalità.
Si tratterebbe di una legge (ontologica, etica, antropologica, storica, tecnica) universale e inesorabile!
La si trova dietro a tutti i progetti e a tutte le proposte di cambiamento che vengono «rispettosamente» fatte ai popoli del mondo. Dietro agli inviti al ricupero del ritardo tecnologico c'è sempre la mentalità evoluzionistica secondo cui una vita tecnologica è superiore a una vita non tecnologica ed è la via normale dell’evoluzione umana. Dietro agli sforzi per la creazione di infrastrutture c'è sempre la convinzione che la vita «civilizzata» sia superiore alla vita «primitiva» e che non sia possibile tornare indietro. Dietro all'impegno per rispondere ai bisogni primordiali dei popoli c'è sempre il presupposto che il modo di vivere tradizionale di quei popoli non sia mai stato e non sia capace di provvedere in maniera adeguata alle loro esigenze; per questo hanno bisogno, se non della nostra tecnologia, per lo meno della nostra competenza di civilizzati che li «aiuti ad aiutarsi da sè». Dietro ai movimenti di solidarietà c'è sempre il presupposto che lo sti¬le di vita tradizionale soddisfacente per loro e abbia bisogno, se non di essere completato da uno stile di vita più moderno, per lo meno di essere riattivato, rinnovato, rivitalizzato, ricostruito, rianimato, e che noi abbiamo il sacrosanto dovere di provvedere e di dare un contributo con la no¬stra azione transitiva.
Rischiando di passare per retrogrado, antiquato, statico, vorrei contestare 1'idea che la legge dell'evoluzione e del cambiamento sia la legge universale dell'essere e del dinamismo umano. E’ una finestra, indubbiamente valida e preziosa, sulla «buona vita» e sul suo dinamismo, ma non è 1'unica e non è (nè deve necessariamente essere) condivisa da tutti i popoli. Esistono popoli che hanno una visione del tutto diversa, altrettanto valida e preziosa.
Contesto dunque la necessità di proporre rispettosamente a tutti gli altri popoli di cambiare e di evolversi. E’ un errore partire a priori dal presupposto che nessun popolo sia soddisfatto di quello che è (e se fosse soddisfatto, che dovrebbe diventare insoddisfatto e cercare un «supplemento di essere» nella propria tradizione, o in un'altra, o in entrambe).
1.1 Obiezioni
Alcuni potrebbero dire che si tratta di una questione puramente teorica.
Non esiste infatti una cultura pura: ogni cultura è ibrida Le comunità culturali omogenee praticamente non esistono più; tutte le comunità sono state toccate (alcuni dicono con¬taminate) dallo sviluppo; ognuna ha i suoi progressisti che cercano lo sviluppo, l’evoluzione e i suoi benefici.
Non si può tornare ai dinosauri! L'umanità primordiale ha ormai perduto la sua prima innocenza a contatto con la civiltà. La natura umana e cosmica ha subito e subisce costantemente profonde mutazioni. II dato storico è che i po¬poli sono passati dalla condizione primordiale (chiamata «primitiva») alla condizione di «civilizzati». Viviamo in un mondo che da millenni ha intrapreso la via dello sviluppo: la «civiltà» ha modificato per sempre la semplice vita tribale: la società di mercato ha modificato per sempre la società feudale-contadina; il sistema burocratico attuale sta trasformando per sempre la società di mercato.
Volenti o nolenti, oggi i popoli sono impegnati nello sviluppo, cioè in un processo di transizione alla monocultura occidentale-moderna e alla tecnologia, che sono diventate la norma universale. Non c'è altro da fare che mettersi su questa strada, abbracciare la modernità, integrarsi nella tecno-evoluzione e nel tecno-cosmo, cercando di salvaguardare quello che si può finché è possibile (e se è possibile, diranno quelli che preannunciano la catastrofe). Del resto, la mega-macchina ci coinvolge tutti, al punto che non possiamo contrastarla e sopravvivere. «La modernità realizza un'ecatombe culturale su tutto il pianeta, come non se ne sono mai verificate dopo il diluvio. (...) Le culture crollano come gli alberi di una foresta rigogliosa» (Kolm, 1981, p. 229). Purtroppo, ormai, il nostro problema non sembra più quello di prevenire il maremoto (dicono alcuni), ma di arginare la gigantesca inondazione che esso provoca. Alla fin fine, dicono altri, i popoli sono in una situazione di interdipendenza. Hanno bisogno gli uni degli altri. Di conseguenza, né tradizione, né modernità! Nè culture del Sud, nè culture del Nord: l’interculturalità è diventata un'esigenza imprescindibile per tutti i popoli. Tutti devono «evolvere» verso 1'interculturalismo, il dialogo e la solidarietà interculturale. Bisogna andare verso un'identità plurale. E’ una questione di sopravvivenza.
1.2 Risposte
Di fronte alle obiezioni che abbiamo elencato, vogliamo fare alcune osservazioni:
a) Non perdiamoci in un gioco di congetture e di prospettive! Fino a che punto le culture possano sopravvivere all’impatto della civiltà e della megamacchina, fino a che punto possano conservare la propria identità e viverne senza essere ridotte a semplici forme marginali di folclore, rimane un problema di enorme portata che non è possibile risolvere a priori, nè in maniera generale per tutte le culture tradizionali. Non possiamo prevedere a priori quali saranno le strade che le culture e i popoli prenderanno.
b) Mettendo in discussione la teoria e la necessità universale del cambiamento e dell’evoluzione, non intendo proporre una contro-teoria e una necessità universale opposta, quella del non-cambiamento (dei popoli e delle culture) o di una solidarietà interculturale di non-intervento reciproco.
c) Senza negare la devastazione e le profonde trasformazioni culturali e biologiche che indubbiamente esistono, non è certo che lo sviluppo sia così dominante come vorrebbero farci credere. Per poterlo stabilire, bisognerebbe innanzitutto mettersi d'accordo sull'assiologia da applicare. Spesso la civiltà e lo sviluppo sembrano dominare il mondo perchè ci si pone dal punto di vista della visione su cui si fonda la civiltà-occidentale-moderna-tecnologica. Coloro che danno poca importanza alla civiltà, alla storia (6.000 anni!). alla ragione e alla potenza dell’uomo e della tecnologia non riterrebbero che questa civiltà sia la forza dominante. La vedrebbero come un fatto trascurabile nella storia plurimillenaria dell’umanità. (E questo disinteresse da parte di certe culture tradizionali è ciò che ha permesso alla civiltà occidentale di invadere il mondo. Allo stesso modo, il disinteresse per il valore primordiale e le forze di resistenza delle culture tradi¬zionali è ciò che ha indotto i «civilizzati» e gli occidentali, a non opporsi all'invasione e quindi a favorirla).
d) Non vorrei cadere in quelle forme ingenue di integrismo e di idealismo che impediscono di prendere in considerazione la possibilità che alcune (se non tutte) le culture tra¬dizionali abbiano subito e subiscano una mutazione radicale che rende ormai impossibile il sogno di un ritorno alla gloria primordiale del passato. In un certo senso, non possono più tornare «indietro». L'umanità primitiva, ad esempio, a contatto con la civiltà ha perso per sempre la sua prima innocenza: ora possiede una coscienza di sè come realtà distinta. cosa che prima non aveva; si può deplorare questo fatto, ma è ineluttabile.
Ciò tuttavia non elimina la possibilità di una seconda innocenza primordiale, non solo in futuro, ma nel «passato» e nel presente. E in un altro senso non elimina a volte la necessita non solo di un «ricorso», ma di un vero e proprio tornare indietro» (che è tale soltanto agli occhi degli evoluzionisti). Le mutazioni storiche e il carattere «ibrido» delle società tradizionali non devono condurci a concludere troppo in fretta che sono scomparse o che hanno totalmente sostituito i loro valori con quelli della civiltà, dell'Occidente, della modernità.
Bisogna infatti distinguere gli aspetti morfologici e strutturali dai valori profondi delle culture e dei popoli, o meglio le cristallizzazioni socio-storiche della loro identità dalle loro strutture sacramentali (cioè dal nucleo del loro impegno e delle loro credenze) e infine dal mito complessivo che nutre questi due livelli. Un'acculturazione profonda a un livello può spesso nascondere un'identità intatta a un altro livello. II fatto di procurarsi una radio a transistor, ad esempio, non impedisce di vivere innanzitutto sulla base dei propri valori di fondo.
Inoltre queste culture hanno un proprio dinamismo che non deve necessariamente prendere la strada della civiltà e della modernità, anche quando vengono a patti con tali realtà o entrano in un dialogo di solidarietà con esse. La relazione che instaurano può essere molto diversa da ciò che appare a chi guarda le cose dall'esterno.
e) Una certa visione ispirata all’evoluzionismo, allo storicismo, al civilismo e al tecno-scientismo del pensiero civilizzato-occidentale-moderno-tecnologico impedisce di considerare la possibilità che alcune culture tradizionali conducano ancora oggi un'esistenza profonda e dinamica, dietro o accanto a un'acculturazione superficiale o profon¬da (cfr. AA. Vv., 1984). La questione stessa appare quasi ridicola, e comunque irrealistica. Tuttavia questa esistenza e tanto più plausibile in quanto l’identità esistenziale profonda (sacramentale e mitica) di una cultura sfugge al1’ analisi tecnico-scientifica della ragione e della funzionalità moderna, come del resto al logos stesso. Rientra nel campo dell'apertura esistenziale, cioè della fede, della relativizzazione radicale dei nostri miti. Cerchiamo di entrare un po' nell’argomento.
f) Senza negare il carattere ibrido ed eterogeneo delle «culture» e delle comunità tradizionali, dobbiamo chiederci se l’impatto dello sviluppo sulle loro vite sia davvero sempre così ampio e profondo come vorrebbero farci credere, sia a livello di gente comune che a livello di elites (un ambito in cui spesso non si osa esprimere i propri valori tradizionali nè in pubblico nè di fronte a se stessi).
Notiamo innanzitutto che molti di coloro che imboccano la via dello sviluppo spesso lo fanno sulla scia di una propaganda mistificatrice. Uno degli aspetti piu insidiosi di tale propaganda consiste nel presentare lo sviluppo e il progresso come un fatto compiuto, dichiarandoli poi indispensabili (per risolvere i problemi che hanno creato). Molti prendono quella strada contro la propria volontà, costretti a farlo da una cultura e una civiltà dominanti. Ma venire a patti con lo sviluppo e subirne gli effetti non significa necessariamente farlo proprio. Si può accettarlo per ripiego o per concessione involontaria. Si può anche cercare di conoscerlo per meglio difendere i valori tradizionali che minaccia o per combatterlo, sia direttamente che accerchiandolo e fagocitandolo. II compromesso, l’adattamento, l’«integrazione» e anche il «dialogo» con lo sviluppo non significano necessariamente che si cerchi di farlo proprio e di lasciarsi penetrare. Si può anche entrare in rapporto, coabitare fianco a fianco (a distanza, o nella stessa casa, o nella stessa persona) con un certo dualismo, in un'apparente unità, fino al momento in cui il clima permetterà qualcosa di diverso.
Si studia con impegno l’impatto nefasto del progresso: sulle culture tradizionali, ma si studia meno la loro resistenza al progresso (a che scopo, se si è convinti che finiranno per soccombere?). Questa resistenza è molto piu diffusa di quanto non si creda, ma rimane assai poco conosciuta; le si presta scarsa attenzione, anche perchè il più delle volte viene imputata al carattere statico, feudale. retrogrado di quelle culture e non al loro talento interno, dinamico, attuale, contemporaneo.
Questa resistenza rimane spesso nascosta agli occhi del1’Occidentale progressista, perchè non sempre assume l’approccio frontale, visibile, di denuncia, di contrapposizione, di organizzazione, di rivendicazione di diritti a cui l’Occidentale è abituato. Spesso è una resistenza indicibile e segreta. che si nasconde dietro a un sorriso, a un'accettazione esteriore; a volte è radicata in una saggezza calma e paziente che crede fermamente nell'autodistruzione ineluttabile di una società basata in ultima analisi su rapporti di forza.
g) Non nego la possibilità che ci siano persone e culture che cercano liberamente il meglio della civiltà e dello «sviluppo», lasciandosi penetrare dai loro valori al punto da entrare in un vero dialogo di reciprocità che arriva fino alla mutua fecondazione, alla solidarietà, all’identità plurale, al meticciato, alla simbiosi, a un nuovo modo di essere. Sono molti o pochi? Non lo sappiamo. Ma qual è l’impatto delle culture tradizionali sugli oggetti e sui valori dello sviluppo? Se ne parla molto poco. Eppure i popoli trasformano spesso quegli oggetti e quei valori in strumenti e anche in simboli dei propri valori culturali, come avviene ad esempio nei culti sincretisti in varie parti del mondo, al punto che possiamo chiederci: chi assorbe chi?
h) Affermo tutto questo non per privilegiare le culture tradizionali, ma per contribuire alla creazione di un clima che permetta un’autentica solidarietà interculturale in cui quelle culture possano avere il posto che loro compete e che attualmente viene loro tolto dall’integrazionismo e dall’evoluzionismo generalizzato della nostra società. Non intendo tuttavia erigere a sistema, a teoria o a necessità universale un approccio di solidarietà interculturale che affermi in maniera astratta che la via del futuro non è quella della tradizione o della modernità, non è quella del Sud o del Nord, ma è quella dell’interculturalità da creare. Sarebbe una nuova forma di evoluzionismo non migliore della precedente.
2. Ri-orientamento e alternative
Come far fronte alla situazione attuale di un mondo che ha intrapreso la via dello sviluppo? Come ri-orientare i movimenti e le istituzioni in una direzione diversa da quella dello sviluppo? Quali possono essere le alternative interculturali?
La mia prima risposta, di segno più negativo, che non va confusa con uno spirito polemico di scontro diretto e dialettico e di rapporto di forze (che porterebbe ad essere risucchiati da quest' ultimo e dal suo fatalismo!) è la resistenza. Ci sono poi le alternative positive che ritengo di poter suggerire: il pluralismo culturale, la lotta per l’identità, le solidarietà interculturali, l’emancipazione dalla tecnologia, il disarmo culturale.
2.1 La resistenza allo sviluppo (o lo sviluppo come ostacolo)
Senza opporsi a priori ad ogni azione di sviluppo e senza abbandonare la lotta contro ogni forma di oppressione d-popoli, si tratta di creare un movimento di resistenza allo sviluppo (al progresso, all’evoluzione, al cambiamento) inteso come complesso tecnologico e come concezione antropologica occidentale-moderna considerata il perno, il punto di ri-ferimento e il simbolo universale della «buona vita» e della cooperazione fra i popoli.
2.1.1 Bandire dal nostro vocabolario le nozioni di sviluppo, progresso, evoluzione, cambiamento in quanto simboli e punti di riferimento universali della «buona vita» e dei bisogni fondamentali dell’essere umano.
Non si tratta di rifiutare ogni nozione di sviluppo, di congelarla nella sua tipologia occidentale o nelle forme storiche che ha assunto, di negare il suo carattere di mito dinamico positivo per alcuni popoli e per alcune persone, di non permettere che possa eventualmente diventare un simbolo pluriculturale, interculturale e transculturale per l’insieme dei popoli. Ma assumere lo sviluppo come «un nuovo nome della pace» significa rischiare fortemente di fare il gioco non solo del sistema tecnologico ma anche del monoculturalismo della cultura occidentale moderna.
Non si tratta di negare gli sforzi rivolti a «umanizzare» la nozione di sviluppo, ad esempio per non ridurla alla sola crescita economica, per liberarla dalla concezione produttivista consumistica e burocratica (con lo sviluppo «alternativO), e dall’etnocentrismo (con l'«ecosviluppo»). In questa prospettiva c'è chi parla di uno «sviluppo globale, integrato e armonizzato, centrato sull’umano, nel rispetto delle cultu¬re e delle civiltà» (Lebret). Alcuni si spingono oltre e identificano lo sviluppo con le lotte di solidarietà per garantire la libertà, la sopravvivenza, il minimo vitale, l’autonomia e lo sviluppo dei popoli a partire dalla matrice della loro tradizione. Altri pongono l’accento sull'interculturalità, parlando di teoria interculturale dei bisogni e di sviluppo interculturale (Gaining). Altri ancora vedono nello sviluppo una sorta di valore transculturale, universale: «la crescita umana», «il passaggio da una fase meno umana a una fase piu umana», «il più-essere di ogni uomo e di tutti/gli uomini» (Lebret); un processo endogeno e auto-centrato di evoluzione globale specifico di ogni società» (F. Partant); «la massimizzazione delle potenzialità umane» (F. Perroux); «essere soggetti e creatori della propria storia, personale e sociale» (D. Goulet); «superare quello che è, per creare quello che deve essere, cioè quello che vale la pena che sia» (Allo).
Bisogna però riconoscere che tutte queste nozioni manifestano un'antropologia evoluzionistica e antropocentrica che è lungi dall'essere condivisa dal resto dell’umanità. Sono tut¬te nozioni occidentali nella loro origine, nel loro significato e nella loro formulazione; non possono quindi rappresentare la norma per tutta l’umanità.
Non nego che la nozione di sviluppo possa arrivare (e arrivi a volte) a svincolarsi in maniera quasi perfetta dal suo significato puramente occidentale, quando è definita da persone molto sensibili alla dimensione interculturale: «lotta contro l’entropia nel rispetto della matrice societaria e degli imperativi dell'ambiente» (E. Le Roy); «riproduzione armoniosa della società» (E. Le Roy); «realizzazione della propria identità culturale» (M. Jackson); «aspirazione di ogni cultura ad essere pienamente e a riprodursi socialmente, fisica-mente e spiritualmente secondo i propri paradigmi di ciò che è "buona vita"» (D. Perrot); rimozione degli ostacoli perchè ogni cultura possa vivere secondo la propria identità (culturale) nella sua integralità. Ma, oltre al fatto che «questo simbolo non può identificarsi con la perfezione umana”, perchè come ogni simbolo, non è che una finestra sulla realtà (R. Panikkar), io preferirei, sulle orme di Panikkar, non parlare dello sviluppo come di un simbolo e di un punto di riferimento universale. E’ una questione di scelta linguistica, basata sul fatto che certe parole sono troppo legate storicamente all’Occidente (alla sua antropologia, alla sua ontologia e al suo complesso tecnologico), troppo facilmente seminano la confusione nei nostri orientamenti sociali e soprattutto tendono a fare il gioco di una cultura occidentale-moderna e di una civiltà tecnologica che cercano di porre ogni cosa al proprio servizio.
Proporrei dunque un'altra nozione, che a sua volta non è perfetta, ma che forse può meglio soddisfare tutti, compresa la sensibilità occidentale-moderna: la nozione di solidarietà interculturale(i).
2.1.2 Resistenza allo sviluppo come tecnologia
Senza cadere in un'interpretazione demoniaca della tec¬nica o in una tecnofobia reazionaria, e continuando la lotta per perfezionare, cioè umanizzare e anche relativizzare la tecnica e metterla al servizio delle culture, dell’umanità e del cosmo, dobbiamo prendere coscienza di un fatto che sfugge ampiamente alla consapevolezza moderna, ma che è il carattere specifico della tecnologia e della tecno-scienza attuale: non si tratta di un semplice strumento neutro di cui si può fare una scelta ponderata, ma di un qualcosa che per la sua stessa natura non è umanizzabile. Non può essere messo al servizio dell’umanità. La coesistenza delle culture con questa megamacchina è impossibile. Le culture non possono dialogare con essa. E dunque necessario uno sforzo di resistenza e di emancipazione, come diremo più avanti.
Non si tratta di opporsi:
a) alla tecnica (techne) e alla scienza;
b) alla macchina di primo grado;
c) alla tecnologia intesa come scienza delle tecniche, scienza applicata, filosofia della tecnica;
d) all'homo faber e alla dimensione tecnica della realtà;
e) alla tecnicultura occidentale e moderna (umanesimo tecnocentrico), con il suo accento su una razionalità, una quantificazione, un'oggettività e un'efficacia sottomesse al1'uomo.
Si tratta di opporsi al tecnocentrismo, alla macchina di secondo grado, a un sistema impersonale e meccanico con le sue leggi inesorabili di cui nessuno ha il controllo, un sistema che non può essere migliorato, umanizzato, «salvato», e che si fonda su un'antropologia, una cosmologia, un'ontologia e un mito che costituiscono una vera e propria mutazione nella storia umana e cosmica. E’ basato infatti su una concezione dell'uomo-ibrido: uomo-macchina (in-macchinato} uomo-robot, species technica:, su una concezione del cosmo come semplice macchina, puro oggetto, materia morta, risorsa sfruttabile; su una concezione del tempo come omogeneo; sul mito della tecnica, cioè sul primato assoluto dell'operatività. dell'efficacia, della funzionalità, del futuro staccato da ogni radice ontica, del «tutto è possibile», dell'azione «oggettiva». cieca e muta.
Non si dialoga con la tecnica:
«La tecnica segue i suoi imperativi di crescita, e se la cultura stessa in seno alla quale è nata non riesce a inscriverla simbolicamente al proprio interno, è ben difficile che cultu¬re estranee all'0ccidente realizzino un'integrazione simbolica che non sia un'illusione fatale per loro. L'importante nozione di «trasferimento di tecnologia» viene dunque a collocarsi in una luce nuova. Idealmente, il successo di un trasfe-rimento esige che il sotto-sistema tecnologico trasferito risulti integrato nell’ambiente naturale-culturale che lo riceve, tenuto conto dei bisogni, dei valori, delle abitudini e delle tradizioni dell'ospite simbolico che lo accoglie. Sulla base di ciò che sappiamo del regno tecnologico, c'è da temere che questo ideale non sia in realtà una chimera. Il modo in cui di fatto si realizza la tecnicizzazione del mondo, purtroppo, non fa che confermarlo. La natura a-simbolica, anti-storica, a-culturale e a-etica del regno tecnologico fa sì che in linea di principio esso possa adattarsi a qualsiasi cultura (il che non significa che 1'una o 1'altra cultura non offra un terreno più propizio all’installazione della tecnologia e che alcune culture non siano invece profondamente ostili al suo insediamento). Per il sistema tecnologico, importante non è inserirsi, integrarsi, ma crescere e svilupparsi in tutte le direzioni. 0 costringe la diversità culturale al proprio servizio (in maniera diretta o indiretta) o tende a eliminarla, a distruggerla per sostituirsi puramente e semplicemente ad essa (non senza introdurre innumerevoli briciole e frammenti di cultura occidentale). La dimensione sistemica della tec¬nologia svolge un ruolo determinante in questa espansione mortifera. Il trasferimento nel terzo mondo di un qualsiasi «strumento» tecnologico più o meno sofisticato (telefono, televisione,automobile, centrale nucleare ecc.) implica necessariamente lo sviluppo di tutto il sistema che supporta quello «strumento> e che lo trasformerà a poco a poco in un nuovo ambiente, rivelando in tal modo la sua natura non strumentale: non era un semplice «strumento» di cui un'altra civiltà poteva innocentemente servirsi, ma una sorta di virus cancerogeno che provoca una proliferazione e una mutazione che sconvolgono totalmente l’ambiente naturale-culturale di accoglienza. La crescita cieca della tecnologia, indifferente all'ordine culturale e la sua natura sistemica fanno sì che il trasferimento di un qualsiasi sotto-sistema tenda a determinare a medio termine (poichè tutto e interconnesso) la riproduzione dell’ intero sistema, fatalmente a danno delle particolarità dell’ambiente di accoglienza. Il processo che si è soliti chiamare l'«occidentalizzazione del pianeta», e che in realtà è la «tecnicizzazione» del mondo, l’estensione del «tecnocosrno», non è dunque un incidente di percorso, un errore «politico» a cui si può porre rimedio, ma e l’espressione di una necessità che scaturisce dall'essenza stessa della tecnologia e dai principi della tecno-evoluzione, che richiamano quelli dell'evoluzione biologica: il regno superiore cresce su quello inferiore e se ne nutre, la specie più intraprendente esclude le altre nella lotta per la vita...» (Hottois, 1984, pp. 199-200).
Possiamo dunque dire che si tratta di un sistema costitutivamente anti-culturale. Parlare di pluralismo culturale in seno a questo sistema tecnologico ha poco senso e significa trattare le culture del mondo come semplice folclore, come materia per alimentare la fiamma tecnologica, come clientela di un integrazionismo disgregatore. In poche parole, porta a banalizzare le culture e l’identità culturale.
II problema posto da questo sistema non è tecnologico, ma umano e cosmico: è in gioco il destino dell'uomo e del co¬smo in quanto tali. La tecnologia non solo suscita problemi etici, ecologici, culturali e umani, ma chiama in causa e mette in pericolo 1'etica stessa, 1'umanità (1'uomo naturale-cul-turale) e il cosmo. Non si tratta di una semplice deviazione ideologica rimediabile (tranne che in alcuni casi), ma di un qualcosa che mette a rischio l’esistenza e l’essenza dell'uomo e del cosmo. La megamacchina è un mostro homocida, terricida, suicida.
Senza opporsi a priori ad ogni «tecno-evoluzione» (e ad ogni tecno-cosmo), si tratta dunque di rifiutare che se ne faccia una legge e una via obbligata dell'evoluzione univer-sale per tutta l’umanità. Non si possono costringere tutti i popoli a farla propria o anche solo a dialogare e a farsi solidali con essa ,5 anche se oggi molti, o anche la maggior parte dei popoli sono praticamente obbligati a venire a patti con questa realtà.
Si tratta dunque di resistere anche alle sue ideologie: il pan-economicismo, la pan-giuridicita, il pan-statalismo, il pan-burocratismo. Ma non bisogna confondere questo anti-tecnologismo con un rifiuto della cultura occidentale e moderna in ciò che la caratterizza. L'impossibilità di un dialogo delle culture con la megamacchina paneconomica, burocratica e pan-statalista e con le sue unità standard non significa che non si possa dialogare con le persone che sono i soggetti. le vittime o i complici della megamacchina, ne con le loro culture tradizionali e moderne.
Si tratta infine di opporre resistenza ai suoi sotto-sistemi in campo scolastico, governativo, economico, giuridico e so-ciale...
2.1.3 Resistenza allo sviluppo come cultura occidentale-moderna intesa come la norma universale della «buona vita» e dei bisogni fondamentali
Per sviluppo si può intendere la cultura occidentale-moderna in quello che ha di piu positivo. In questo senso biso¬gna mantenerla, migliorarla e purificarla dalle sue scorie di ingiustizia, ma bisogna rifiutarsi di fame la norma universa¬le della «buona vita» e dei bisogni fondamentali. Bisogna ri¬fiutarsi di farne un requisito universale, nel senso che i suoi benefici debbano essere proposti a tutti i popoli e che tutti i popoli debbano dialogare con essa e assumerla in tutto o in parte (anche se oggi moltissimi sono costretti a venire a patti con essa).
Facciamo alcuni esempi (cfr. Vachon, 1983, pp. 18-34).
Si tratta di opporsi non alla scolarizzazione, ma alla scolarizzazione obbligatoria per tutti, all'identificazione esclusiva dell'educazione con la scolarizzazione, a quella forma di alfabetizzazione-scolarizzazione che crede di doversi sostituire alle tradizioni orali dei popoli. Non si tratta di rifiutare tutto il sistema scolastico, ma I'assoluto della sistematizzazione scolastica universale.
Si tratta di opporsi non alla democrazia, ma alla pretesa universale e totalitaria che il totalitarismo non abbia altre al¬ternative. Non alla democrazia, ma alla democrazia di massa. alle nozioni di maggioranza-minoranza presentate come le prime ed esclusive basi della democrazia. Non ai governi rappresentativi e ai partiti politici, ma alla loro pretesa di essere la migliore e unica forma di governo umano. Non al voto, ma alla deresponsabilizzazione politica che troppo spesso il voto nasconde e giustifica. Non ad ogni forma di Stato, ma a quella fondata sul rapporto di forze, sul principio dei pieni poteri, sul rifiuto di qualsiasi tipo di società senza Sta¬to. Non ad ogni forma di sovranità (come ad esempio quella che consiste nell'essere liberi di essere, di pensare e di agire senza imposizioni dall’esterno), ma a quella che fa della volontà (dell’individuo, o dello Stato, o dell'uomo, o del divino) un assoluto a cui tutto deve piegarsi e che non conosce altri limiti al di là di quelli necessariamente imposti dalla so¬vranità dell’altro. Non ad ogni cittadinanza, ma alla sua confusione con il patriottismo. Non si tratta di opporsi ad ogni lingua nazionale, ma di rifiutare ogni lingua «ufficiale» di uno Stato-Nazione che voglia sostituirla alle lingue vive o che pretenda di relegare queste ultime nel settore «private».
Non si tratta di dire no al denaro come mezzo di scambio, ma di rifiutare la monetizzazione di tutti i valori umani, il denaro come unico strumento di remunerazione e la remunerazione come unico mezzo di commercio. Si tratta di opporsi non alla proprietà nel senso d’appropriazione, ma alla sua definizione in termini di diritto di disporre come si vuole di un determinato oggetto (ius uti et abutendi) e alla sua universalizzazione, come se non potessero esserci altre forme di relazione con la terra. Non alla trasformazione della materia e alla produzione, e neppure a un'economia di produttività, ma al primato assoluto di quest’ultima e all'identificazione dell'economia con la sola produzione. Non a ogni economia di mercato, ma al suo primato e alla sua sostituzione sempre e dovunque all'economia di reciprocità. Non ai valori matematici e quantitativi, ma al loro dominio, alla loro pretesa di poter misurare e rappresentare i valori umani, al loro ruolo di unità di misura fondamentale per l’organizzazione di una società e di tutte le società. Le relazioni fra i membri di un'impresa non devono passare sempre attraverso la relazione padrone-impiegato.
Per ovviare al più presto «agli aspetti insopportabili della miseria che l’Occidente ha contribuito a provocare nel mondo» non è necessario che tutti i popoli ricorrano alle armi occidentali moderne: accresciuta produzione di cibo con mezzi moderni, creazione di poteri che si contrappongano alla dominazione (come sindacati operai, associazioni contadine, partiti politici), monetizzazione, rapporti di forza ecc. Può essere utile, e a volte anche necessario, conoscere l’Occiden¬te moderno e ricorrere alle sue armi per difendersi meglio, ma aderire anche solo in parte ad esso non può essere una necessità universale.
Un dialogo di apertura esistenziale nei confronti dell'Occidente può essere a volte un'esigenza, ma non bisogna farne una forma di solidarietà universalmente necessaria o primaria.
Si tratta di opporsi non al dinamismo evoluzionistico occidentale-moderno (con la sua costante tendenza a raggiungere qualcosa di più e ad andare oltre), ma alla sua pretesa di essere la forma unica e universale del dinamismo umano. Non al tempo lineare, all'orologio e alla «tecnocronia», ma alla pretesa che sia l’unica visione del tempo valida per tutti. Non alla storia, ma alla riduzione della realtà al fatto storico senza nessuna considerazione per la dimensione mitica delle cose.
Si tratta di opporsi non alla libertà di scelta, ma alla pretesa che sia l’unico e il miglior modo di definire la libertà e la natura umana. Non alla secolarità della cultura moderna, ma al suo secolarismo. Non alla persona, ma alla sua identificazione esclusiva e astratta con l’individuo.
Si tratta di opporsi non alla scienza e alla coscienza riflessiva, ma alla sua identificazione pura e semplice con la coscienza. Non alla conoscenza, ma alla sua identificazione con 1'esistenza, come se il pensiero potesse captare ed esaurire tutto l’essere. Non all'antropologia homocentrica, ma alla sua pretesa di essere tutta l’antropologia e di cogliere tutto l’uomo.
Si tratta di opporsi non alla possibile esistenza di una ve¬rità, ma al monismo che schiaccia il pluralismo della verità. Non al desiderio di una più ampia unità, ma a quel monismo unitarista che distrugge il pluralismo fondamentale della realtà.
2.1.4 I significati transculturali dello sviluppo
Alcuni propongono una nozione di sviluppo che a loro avviso sarebbe transculturale, globale, valida per tutte le cul¬ture, a partire dal presupposto che la natura umana è dovunque la stessa e che la verità è una sola.
In questa prospettiva si parla dei bisogni fondamentali dell’essere umano che sarebbero uguali dovunque: il minimo vitale di cibo, di alloggio, di diritti ecc., necessario per sopravvivere fisicamente. In tal senso, lo sviluppo appare lo¬ro come un requisito universale incontestabile.
L’argomento è estremamente delicato. Non intendo sostenere che la fame non esiste o smobilitare quelli che lavorano generosamente, a volte mettendo a repentaglio la propria vi¬ta, per la sopravvivenza fisica di chi soffre la fame ed e privo del minimo vitale. Ma vorrei sentire da parte delle ONG anche delle riflessioni come quelle che seguono. Non bisogna essere tanto ciechi e ingenui da non accorgersi che il minimo vitale e la fame sono spesso il cavallo di Troia attraverso cui si introduce lo sviluppo come ideologia tecnologica e come cultura occidentale moderna; sono spesso la via privilegiata attraverso cui si offre un'immagine negativa delle culture tradizionali, lasciando intendere che sono arcaiche, inefficaci, di una stupidità illimitata, e addossando loro la responsabilità della loro miseria; sono state e sono spesso il pretesto per giustificare gli interventi nella vita dei popoli: quando ci si presenta come salvatori, è piu facile far valere la propria superiorità.
Sarebbe opportuno sottoporre a una critica molto serrata e interculturale il fatto, l’esistenza, la natura e i criteri stessi di definizione della fame e della malnutrizione, le cui statistiche sono troppo spesso elaborate da burocrati che non sanno nulla del modo di vivere dei diversi popoli, non mettono piede in loco e, se anche lo fanno, analizzano le situazioni in base alla presunta universalità dei loro criteri.
Sarebbe opportuno che le ONG mettessero chiaramente in luce che la fame il più delle volte è causata dagli interventi occidentali, ma sarebbe ancora più importante prendessero coscienza del pluralismo della natura umana, che vieta di partire a priori dal presupposto che tutti gli esseri umani abbiano gli stessi bisogni fondamentali (come vedremo meglio in uno dei paragrafi successivi). Se non si accetta la possibilità che altre culture abbiano una visione diversa dei bisogni fondamentali, si assolutizza la propria concezione della natura umana e si rischia di creare problemi che a volte non sono tali per i popoli in questione.
C' poi chi riserva il termine sviluppo ai cosiddetti universali transculturali come i diritti dell’uomo, la democrazia ecc. Tutte queste parole, come la stessa parola sviluppo, possono indubbiamente avere un valore di simbolo polisemico e approdare a una certa universalità, a condizione che siano accettate come tali dalle diverse culture. Ma anche in questo caso rimangono pur sempre una finestra sul mondo, un'espressione legata a una determinata cultura. Anche se sono geograficamente universali, non lo sono necessariamente sul piano storico e culturale. Per la verità, non esistono valori semplicemente transculturali. Si è sempre collocati all'interno di una cultura; una meta-cultura non è una cultura.
Ciò non significa opporsi alle ricerche di una visione globale. di una coscienza universale, di una cultura planetaria, di universali transculturali e di un ordine globale. La ricerca dell’ unità e della verità è una dimensione costitutiva dell'essere umano. Abbiamo bisogno di un orizzonte globale, di una visione unificata, globale, definitiva della realtà, tanto piu che ci sono iniziative unificatrici molto parziali (e quindi standardizzate) che ignorano i fondamenti dell'essere umano. Soltanto l’unità ci può soddisfare. Questa sete di unità non è solo ontologica (unità dell'essere) ed epistemologia (unità della conoscenza, ma è anche sociologica e politica (unità del genere umano, unità delle culture). La realtà, in ultima analisi, è una. Tutto è collegato. L'universo è una famiglia. Non si può dunque smettere di «sognare» l’unità.
Ma la realtà rimarrà sempre irriducibile all’unità. Non c'è e non ci può essere una visione globale, a 360 gradi. La nostra visione è sempre parziale e provvisoria, anche quando si presenta come «globale». In ultima analisi, non può esserci una cultura universale, globale: un universo, una cultura, un regno, un Dio, un ordine universale. La pretesa di una comprensione globale della totalità delle culture e della realtà appartiene a un pensiero alienato da se stesso e dalla realtà.
Si possono indubbiamente riscontrare invarianti trans¬culturali e universali astratti, si può trovare una struttura condivisa da una pluralità di entità, ma non si può fare astrazione dall’insieme della realtà, dal suo carattere olistico, dal Tutto che ci costituisce e che non è riducibile all’intellegibilità, perchè è di ordine mitico. L'unità della realtà e dell’umanità si colloca a un livello che è al di la non solo dell’intelligenza, ma dell'essere stesso. L'unita è meta-ontologica. Da questo punto di vista, non si può parlare né di uno, né di due (come vedremo meglio più avanti). Siamo tentati di ipotizzare un ordine universale, un sistema che elimini tutto ciò che non si riesce a conciliare o a manipolare. Ma la realtà non si presta al gioco.
Abbiamo bisogno di un paradigma unificatore, che però non sia nello stesso tempo qualcosa di monolitico e di chiuso. Abbiamo bisogno di una visione che dia un certo senso della totalità e dell’unità senza essere totalitaria e unitarista. Nessuna visione, nessun sistema uniforme o monistico può soddisfare 1'inesauribile versatilità dell'essere umano e della realtà. La soluzione non può dunque collocarsi al livello astratto del pensiero dialettico e della razionalità, della sistematizzazione o del sistemico (un sistema interculturale e una contraddizione in termini), ma deve collocarsi al livello di una visione o di una sintesi esistenziale che trapassi il logos (che sia dialogale!), di un'apertura esistenziale alla real¬tà mitica. Una sintesi del genere non deve necessariamente essere razionale o intellettuale, ma non è anti-razionale o anti-intellettuale. In altri termini, si tratta di prendere coscienza del fatto che l’unità che dobbiamo cercare non è quella del denominatore comune, dell'essenza o dell’unità (trascendentale) delle culture e del reale; non è l’unità in quello che siamo o che abbiamo in comune (cancellando le differenze), ma è l’unita o l’armonia (l’unione a-dualista) nelle nostre differenze.
Sarebbe tuttavia opportuno prendere coscienza del fatto che la ricerca stessa dell’unità è radicalmente diversa a seconda delle culture. Mentre alcune credono di dover riunire i popoli e le culture intorno a un punto di riferimento che si possa identificare nello spazio e nel tempo e che possa essere colto dall'intelligenza (l’ unità essenziale dotata di un contenuto), altre danno più importanza all’armonia e alla convivenza( un’armonia e una convivenza che dipendono dalla comunione in un mistero invisibile, ineffabile e non identificabile più che dalla sua identificazione per mezzo del pensiero). L'unione delle une e delle altre costituisce la sintesi pluralistica a cui alludiamo con l’espressione «solidarietà in-terculturale».
2.1.5 Resistenza allo sviluppo endogeno
Non si tratta di opporsi a tutti gli sforzi in vista di un connubio fra culture tradizionali e cultura occidentale moderna, ma di rifiutare da un lato la convinzione ingenua che si possa «indigenizzare» lo sviluppo (che consiste nella mega-macchina e nel paradigma occidentale come norma), e dal1 altro l’idea che questo connubio sia la via del futuro per tutti i popoli.
La «rivitalizzazione» delle culture tradizionali, supposto che sia necessaria (e non sempre lo è; a chi spetta decider-lo?). non deve passare in ogni caso attraverso un intervento esterno, come se non fosse possibile rigenerarsi senza l’Occi-dente. In un certo senso, lo sviluppo endogeno è una contraddizione in termini, almeno quando si tratta di culture radicalmente diverse da quella occidentale.
2.2 Riconoscimento e accettazione del pluralismo
2.2.1 Riconoscere il pluralismo della natura umana, della verità, della realtà
Questo è il presupposto fondamentale. Elenchiamo qui di seguito alcune delle sue principali espressioni:
- La realtà (o la vita) è l’unica istanza suprema. E’ fondamentalmente pluralistica; nessuna conoscenza o esperienza divina, umana, cosmica) può esaurirla. La verità è quindi pluralistica.
- Anche se esiste una natura umana universale, non si può presupporre a priori che tutti gli esseri umani la concepiscano allo stesso modo. L'interpretazione di questa natura uma¬na universale, cioè la comprensione che l’essere umano particolare ha di essa, fa parte a sua volta di questa natura, che dunque non è possibile identificare con un'interpretazione (culturale) particolare. Ciò significa, ad esempio, che la concezione occidentale della natura umana universale non si applica necessariamente alla totalità della natura umana.
- Nessuna cultura, religione, tradizione, ideologia (moderna. tradizionalista, interculturale o globale che sia) può definire la «buona vita» e i bisogni fondamentali per tutta l’umanità.
- Le parole che esprimono le esperienze umane fondamen¬tali non possono essere identificate con una sola interpretazione concettuale appartenente a una cultura particolare.
- Non si può presupporre a priori che tutti gli esseri umani abbiano gli stessi bisogni fondamentali e la stessa nozione di ciò che costituisce una «buona vita». Non solo ci sono popoli che hanno nozioni radicalmente diverse di quali siano le necessità di base come il cibo, 1'alloggio, l’abbigliamento, la salute, ma molti non considerano necessariamente prioritaria la sopravvivenza fisica; molti preferiscono morire fisicamente piuttosto che dover vivere senza onore, senza dignità interiore, senza comunità parentale. Per alcuni popoli, la peggiore delle povertà non è costituita necessariamente dalla fame e dalla morte fisica, ma piuttosto dal vivere (?) alienati, senza identità, senza famiglia, schiavi del tempo e del denaro.
2.2.2/Accettare sistemi di vita, di pensiero e di azione diversi e a volte incompatibili, senza presupporre a priori che tutti debbano cambiare o che tutti debbano rimanere quello che sono
- Dobbiamo abbandonare il monoculturalismo che ci fa parlare delle culture soltanto come di epifenomeni della dimensione economico-politica dimenticando che sono modi di vivere costitutivi dell'identità profonda dei popoli.
- Dobbiamo cercare di scoprire i loro sistemi di valore nella loro integralità e profondità invece di limitarci a rilevarne alcuni aspetti folcloristici e psico-sociali. Ci sono infatti umanesimi che non sono fondati sull’autonomia individuale, sulla libertà di scelta, sulla padronanza del proprio destino; ci sono culture economiche avanzate che non parlano di proprietà, di produttività, di salari e di piena occupazione; ci so¬no culture politiche raffinate senza le nozioni di democrazia, di Stato-Nazione, di sovranità, di potere politico, di cittadinanza e di lingua ufficiale; ci sono culture educative di alto livello senza scrittura, senza scuole e senza sistema scolastico: ci sono culture altamente scientifiche che non sono basate sull’oggettività né sulla soggettività ecc.
- Dobbiamo smetterla di vederle come cose del passato, ormai profondamente modificate, a cui non è possibile tornare. Dobbiamo prendere in considerazione la possibilità che abbiano ancora un'esistenza profonda e dinamica dietro o accanto a un'acculturazione spesso superficiale.
- Dobbiamo abbandonare l’idea che l'unica alternativa per tutte sia scomparire o evolversi (cioè assumere gradualmente la civiltà, la modernità, lo sviluppo o una forma particolare di interculturalità); dobbiamo prendere in conside¬razione la possibilità che mantengano i loro dinamismi e percorrano strade che a noi sembrano incomprensibili e incompatibili con quello che a noi sta maggiormente a cuore.
- Dobbiamo accettare che possano esistere, le une accan¬to alle altre, culture tecniche e culture ctonie; umanesimi cosmocentrici, antropocentrici e tecnocentrici. Dobbiamo accettarli senza cercare di cambiarli in nome di non so quale fatalismo evoluzionistico o tecnologico, e senza cercare di mantenerli ad ogni costo invariati in nome di non so quale fatalismo tradizionalistico.
2.3 Lotta per l’identità (culturale) del popoli nella loro integrità esistenziale
Viviamo in una società e in un sistema mondiale profon¬damente integristi e integrazionisti, che si presentano come assoluti e universali per tutti i popoli e per tutte le persone. La loro prima preoccupazione è l’integrazione di tutti in un
solo sistema (considerato sempre perfettibile) e/o in una monocultura, in un modo vivere unico.
Finché non prendiamo coscienza di questo fatto e non cambiamo il nostro orientamento passando a una visione incentrata sull'identità (culturale) dei popoli e delle persone non riusciremo a cogliere il nocciolo della questione sociale e della crisi contemporanea. Ogni comunità culturale, infatti, consciamente o inconsciamente si preoccupa in primo luogo della propria e unica identità culturale, cioè della possibilità di vivere in pace il proprio mito fondamentale e i suoi valo¬ri, e di poterlo trasmettere ai figli secondo il proprio dinamismo, che non deve necessariamente prendere una strada predeterminata, che sia quella dell’evoluzione, del progresso, del cambiamento e dello sviluppo, o quella della tradizione tribale e/o contadina, o quella del connubio fra le due.
Inviterei dunque le ONG a prestare più attenzione al nucleo specifico e irriducibile di ogni cultura e di ogni comuni¬tà culturale; le inviterei a lottare perchè i popoli (e le perso¬ne) siano in grado di vivere, per quanto è possibile, secondo la propria identità culturale e siano profondamente rispettati nell’integralità delle loro culture, antropologie, cosmologie, teologie.
Parlo della loro identità e non della loro identificazione. del loro ruolo funzionale nei sistema e nella sua megamacchina o in qualsiasi teoria sociale. Parlo dell’identità dei po¬poli e non dell’identità di quella struttura astratta che è lo Stato-Nazione! Parlo dell’identità delle persone intese come reti di relazioni) e non degli individui astratti.
Rispettare i popoli e le persone nella loro integralità non significa condannarle allo statu quo, impedendo loro di seguire una dinamica tradizionale o di accogliere un certo svi¬luppo se lo ritengono utile, ma significa prendere in considerazione tutta la loro identità e non solo quelle parti che non ci disturbano troppo. Vuol dire rispettarli non solo nei loro aspetti psico-sociali esteriori, ma anche nei loro valori e significati profondi e centrali. Non solo nei loro valori religiosi e spiritual!, ma anche nei loro valori socio-educativi, economico-politici e giuridici. Non solo nelle loro culture, ma anche nelle loro antropologie, cosmologie, teologie o visioni del mondo. Non solo nelle loro visioni del mondo, ma anche nel loro mito fondamentale. Si possono infatti distinguere livelli diversi di profondità dell’identità culturale: la dimensione morfologica, strutturale, e quella dei significati di fondo; o ancora meglio: le cristallizzazioni socio-storiche, la struttura sacramentale e il mito profondo che nutre queste due dimensioni (cfr. Panikkar, 1979, p. 190).
In definitiva, non si può rispettare tutta 1'identità propria di un popolo senza rispettare la sua identità globale, cioè le sue relazioni interpersonali con le altre comunità culturali che sono dimensioni! costitutive le une delle altre e del tutto che le impregna e che costituisce la loro identità unica e peculiare (si veda quello che si dirà più avanti a proposito della solidarietà interculturale).
La prima domanda a livello sociale non è: sei evoluto? sviluppato? nutrito, alloggiato, scolarizzato, alfabetizzato, oppresso? sei integrato nella corrente culturale dominante? sei tradizionalista? La prima domanda è: chi sei?
A tale scopo, avrei due proposte concrete da fare alle ONG:
2.3.1 Conoscere gli equivalenti omeomorfici delle culture tradizionali che si vuole aiutare ad aiutarsi da sè, prima di pensare a qualsiasi progetto o a qualsiasi azione transitiva
Come pretendere di introdurre uno sviluppo «basato sulla tradizione», oppure un connubio fra culture, senza conoscere a fondo quella tradizione nella sua identità e in ciò che è in se stessa, indipendentemente dalla sua relazione con la nostra e con i nostri valori «universali»?
Vorrei suggerire alle ONG di preoccuparsi meno di strate¬gie e tecniche di aiuto allo sviluppo e di cercare di scoprire prima di tutto chi sono i popoli che vogliono aiutare ad aiu¬tarsi da sè. Può darsi che vogliano cambiare, ma può anche darsi che vogliano rimanere quello che sono, con o anche senza sviluppo. E ne hanno il diritto. Bisogna prendere coscienza del fatto che non è possibile conoscere bene una realtà personale senza crederci in qualche modo. Ciò significa invitare le ONG ad assumere un atteggiamento di apertura esistenziale che potrebbe condurle a credere in qualche modo alle culture tradizionali. Non bisogna partire troppo in fretta dal presupposto che le culture tradizionali abbiano bisogno di essere riattivate, rinnovate, ricostruite, risanate, ri-animate. Dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere che, con la nostra ignoranza nei confronti delle altre culture, siamo nelle condizioni peggiori per formulare un giudizio e intervenire in maniera diretta su di esse.
2.3.2 Prendere in considerazione la possibilità che una delle prime responsabilità delle ONG possa talvolta consistere nell'arrivare fino a proteggere le culture dallo sviluppo, dal cambiamento, dall'evoluzione, rimovendo gli ostacoli che impediscono alla gente di vivere secondo la propria identità tradizionale
Vorrei fare due esempi:
La fame. Senza chiudere gli occhi di fronte alle situazioni reali di carestia (il più delle volte create dallo sviluppo!) e senza chiudere la porta sempre e comunque all'aiuto alimentare, vorrei parafrasare Preiswerk, Lappe e Collins. Se¬condo questi autori, ci sono ormai indizi più che sufficienti che permettono di affermare che certi bisogni fondamentali (in particolare alimentari) potrebbero essere soddisfatti a livello locale in ogni parte del globo, a condizione che la terra e il cibo non vengano sottratti al popolo o trasformati in nome dello sviluppo e della nostra concezione del minimo vitale. I popoli affamati possono nutrire se stessi, e lo fanno se si permette loro di farlo. Questa condizione (se si permette loro di farlo) è il nocciolo del problema. Invece di chiederci: come nutrire il mondo?, potremmo formulare una domanda molto diversa: in che modo le cose che noi facciamo impediscono ad altri di nutrirsi in maniera adeguata? Che cosa possiamo fare nel nostro paese (perché gli ostacoli si producono qui! ) per partecipare a fianco degli affamati alla lotta che essi conducono minare tutti gli ostacoli? (cfr. Aa. Vv., 1980. p. 146).
La mia risposta è oltre alla lotta contro le multinazionali e contro la mentalità tecnologica secondo cui quei popoli non sarebbero in grado di nutrirsi senza il nostro aiuto tecnico, si potrebbe cominciare a prendere in considerazione la possibilità che il modo in cui si sono nutriti per secoli non sia affatto da preferire al nostro, che i loro bisogni primari di cibo, di igiene e di sopravvivenza non siano forse della stessa natura dei nostri, e che essi possano essere molto felici senza di noi. Ancora una volta, non si tratta di assolutizzare la tradizione ma di relativizzare radicalmente le nostre nozioni di sviluppo e di minimo vitale. L’operazione è delicata, ma necessaria.
Una società interculturale.
Le ONG potrebbero impegnarsi a proteggere i loro «clienti» dall’amore soffocante della burocrazia, della missione e della civiltà, lavorando per creare. anche all’interno degli ambiti pluralistici occidentali, delle zone in cui le culture che lo vogliono possano vivere secondo norme e criteri diversi da quelli dell'Occidente moderno e della sua megamacchina, e secondo tutta una gamma di possibilità. Potrebbero sostenere certe comunità culturali tradizionali nella loro resistenza al mito del progresso, dell’evoluzione e dello sviluppo. Potrebbero creare un clima che permetta alle comunità culturali tradizionali di resistere sen¬za passare per anti-occidentali, anti-moderne, rivoluzionarie e anarchiche. Un clima che permetta un vero incontro fra le comunità, nella dignità reciproca e senza il predominio di una parte sull’altra, ma senza fare di questo incontro una necessità universale attraverso cui dovrebbero passare tutti i popoli.
2.4 Solidarietà interculturale (i)
Non si può sfuggire alla necessita di un mito unificatore.
L'armonia e la pace fra i popoli e le culture sono un'esigenza di tutti i tempi, che è radicata nella natura stessa del reale ma che assume nomi e forme diverse a seconda dei popoli, delle culture, delle loro interrelazioni, delle congiunture e delle aree storiche.
Partendo da una parola cara alle ONG , propongo il |simbolo «solidarietà interculturale(i)», sottolineandone il carattere mitico, interculturale, polisemico, pratico e provvisorio.
Quello che propongo non è un ripiego, né un compromesso, n[ un'ideologia (una teoria, un modello, un sistema), né una strategia (un progetto, una tecnica), né un fatto compiuto, ma una responsabilità storica che deriva dalla natura stessa del reale, che appartiene all'ambito dell’inesprimibile e che si potrebbe tentare di descrivere come un atteggiamento di apertura esistenziale e di relatività radicale (non di relativismo) in cui si considerano le culture come possibili
dimensioni costitutive della realtà e di se stessi. E’ una sintesi. una visione, un «mito» che comporta interpretazioni diverse e cristallizzazioni storiche, ma si colloca anche sul piano della prassi. Non è dunque l’alternativa (che non esiste), perché nessuna interpretazione particolare (anche olistica) che possiamo darne può essere il requisito universale (quell'inesprimibile che gli permette di esprimersi).
Mi sembra molto importante sottolineare quanto segue. Sarebbe sbagliato servirsi dell'esigenza del pluralismo per le-gittimare il dualismo, I'indifferenza, il disprezzo e anche 1'opposizione sistematica alle culture e agli sforzi di comprensione, di armonizzazione e di costruzione dell'unità fra i popoli. Ma sarebbe altrettanto sbagliato servirsi dell'esigenza di solidarietà interculturale per elaborare teorie ideologiche mistiche di qualunque tipo (di cambiamento, di sviluppo, di interpenetrazione o di meticciato delle culture).
2.4.1 Non una solidarietà di ripiego, di compromesso e di triste necessità
E’ abbastanza diffuso 1'atteggiamento di chi si interessa alle altre culture soltanto per triste necessità per meglio di-fendere la propria dalla minaccia o dal freno che esse rappresenterebbero, ma senza accettarle veramente. E il caso di molte persone che appartengono alle culture tradizionali e vedono la cultura occidentale come nemica. Ma è anche il caso di molte persone che appartengono alla cultura occi¬dentale moderna, che vedono le culture tradizionali come ostacoli o come freni allo sviluppo. Cercano allora di conoscerle (nella solidarietà), ma per meglio liberarsene o per meglio trasformarle a propria immagine, senza cercare di apprezzarle per quello che sono.
Quando parlo di solidarietà interculturale, non la intendo in questo senso di ripiego, di triste esigenza, di necessario compromesso (che indubbiamente a volte può avere il suo posto e la sua utilità), ma nel senso di una vera apertura
esistenziale in cui da entrambe le parti si considera l’altra cul¬tura come una possibile dimensione costitutiva (anche positiva) della realtà e di se stessi.