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02/03/09 Robert Vachon - Per un ri-orientamento radicale delle ONG dallo sviluppo endogeno alla solidarietà interculturale (seconda parte)

2.4.2 Responsabilità storica ed esigenza naturale
La solidarietà interculturale di cui parlo qui non deriva dal presupposto che il mondo sarebbe in un tale stato di in-terdipendenza e di unificazione da rendere indispensabile uno sforzo di solidarietà. Lo stato di interdipendenza è
troppo forzato e asimmetrico per servire da fondamento alla so¬lidarietà. Quanto al presupposto dell'unificazione del mon¬do, può essere vero sul piano geografico, ma non è affatto certo che lo sia anche a livello storico, culturale e antropologico.
L'esigenza della solidarietà interculturale deriva in primo luogo dal fatto che la realtà in ultima analisi è una, che tutto è collegato, interconnesso, e che 1'universo è una grande famiglia. Non si può conoscere a fondo una cultura particolare senza conoscere l’Uomo nella sua interezza e la visione che I'Uomo ha di se stesso, perchè si tratta di un essere intel-ligente, e la sua intelligenza (understanding] è una dimensione costitutiva del suo essere. Ma le visioni che 1'uomo ha di se stesso sono molteplici, e nessuna ha accesso all’insieme dell'esperienza umana. Soltanto un incontro (un dialogo dialogale) fra queste visioni pub condurci a una comprensione (sempre provvisoria e reciproca) dell'Uomo e di ciascuna cultura.
E più ancora, l’esigenza della solidarietà interculturale deriva da una solidarietà cosmoteandrica che oggi sta emergendo e che non si può non riconoscere.
L'unificazione geografica del mondo, causata dalla tecnologia, determina una presa di coscienza più acuta di questa solidarietà e della necessità di un dialogo di convivenza fra culture che vada al di là di semplici aggiustamenti, compro-messi e adattamenti reciproci. «Uno dei miti che stanno nascendo nella nostra epoca è il mito dell’unita della famiglia umana, vista nell'ottica globale di una cultura dell'uomo che abbracci tutte le civiltà e le religioni come tanti aspetti, che si arricchiscono e si stimolano a vicenda, di un'esperienza umana unica e totale» (Panikkar, 1975, p. 9).

2.4.3 Mito, visione, sintesi
Ogni descrizione e imperfetta e provvisoria. Si tratta di un pensiero, un'azione, una vita che si svolge nell’orizzonte interculturale di una società e di una realtà interculturale. Questo è ciò che si oppone al dualismo e al monismo.
Si oppone al dualismo (alla pluralità culturale, al separatismo, all’autonomismo), cioè all'ideologia che sostiene la giustapposizione e l’amalgama di culture individualizzate. senza alcun legame fra loro, che si ignorano a vicenda in un'indifferenza da ghetto e in un'autonomia da indipendenza sovrana, totale, che esclude le altre. E si oppone al monismo (all'eteronomismo, al subordinazionismo, all’integrazionismo unilaterale) in cui la cultura di un gruppo si presenta a un'altra cultura come se fosse assolutamente necessaria alla sua esistenza e alla sua vita, al punto da non rispettare più la distinzione, la differenza e l’irriducibilità costitutiva fra le due.
L'interculturalità si colloca piuttosto nell’orizzonte di una relazione ontonomica, non dualistica, fra le culture e fra le parti del tutto. Né uno né due, ma non-due! La prospettiva è olistica. II punto di convergenza o il principio di coesione non è mai una delle culture o delle parti del cerchio, ma è l’intero cerchio, cioè il tutto. II presupposto di partenza è che la realtà si compone di parti distinte e interconnesse, che sono dimensioni costitutive le une delle altre e del tutto che le impregna, le costituisce e le trascende. La realtà è vista come relatività radicale, apertura esistenziale, dinamica, in ultima analisi non afferrabile dal pensiero.
La solidarietà interculturale comprende tre dimensioni complementari:
a) il reciproco rispetto delle distinzioni e delle irriducibilità culturali: e il principio della distanza e della distinzione;
b) la relazione intra-culturale: è il principio dell’intimità o della non-distinzione
c) armonizzazione creatrice: è il principio della dinami¬ca armonizzatrice e creatrice.
La solidarietà interculturale permette interpretazioni di¬verse e cristallizzazioni storiche. Alcune interpretazioni metteranno 1'accento sulla prima dimensione e preferiranno parlare di pluralismo culturale. Altre lo metteranno sulla seconda e parleranno di a-dualità (advaita] e di solidarietà. Altre ancora lo metteranno sulla terza e parleranno di
fecondazione reciproca, di simbiosi creatrice e di convivenza delle culture.
La solidarietà interculturale di cui parlo qui non si oppone a priori alla nozione classica di solidarietà che hanno le ONG: collaborazione, dialogo e partenariato fra persone di culture diverse in vista della trasformazione, dell'evoluzione e della liberazione del terzo mondo. A volte può anche appoggiarla. Ma non a priori né incondizionatamente. Non può infatti diventare una teoria del partenariato in vista del cambiamento.
La solidarietà interculturale ha molte facce. In alcuni casi può consistere nel promuovere una certa segregazione e un certo isolamento delle culture («lasciarle in pace!») quando queste, senza diventare dei ghetti, hanno bisogno di
mantenere una qualche distanza, sia per ritrovare la loro identità minacciata, sia semplicemente per meglio preservare e vivere le loro differenze secondo il loro specifico dinamismo. Le ONG devono prendere in considerazione 1'ipotesi che la soli¬darietà possa a volte consistere nel preservare certe culture tradizionali non solo dal progresso, dallo sviluppo, dall’evoluzione (e dunque dalla civiltà, dalla scolarizzazione e dalla modernizzazione), ma anche dal cambiamento, dalla «coscientizzazione», dal dialogo e persino da una certa solida¬rietà interculturale. E questo non solo per un determinato periodo di tempo, ma in maniera permanente.
Le ONG devono prendere in considerazione la possibilità che ci siano popoli e culture che sono soddisfatti di vivere come vivono, che per essere felici non hanno bisogno di un altro popolo o di un'altra cultura, e neppure della solidarietà occidentale. Alcuni vivono la solidarietà essendo quello che sono. L'unica cosa di cui hanno bisogno e di essere lasciati in pace da coloro che vorrebbero proporre loro l’interdipendenza, il dialogo e la solidarietà.
Tuttavia questa solidarietà interculturale non deve trasformarsi in una teoria del non-cambiamento, nel senso di una condanna di ogni sforzo di comprensione, di dialogo e di solidarietà fra culture tradizionali e culture moderne. A vol¬te ci sarà l’esigenza di aprire canali di comunicazione e di migliore comprensione fra le culture, in vista di una maggiore accettazione reciproca; a volte si potrà arrivare fino a suscitare un'interazione perchè le società del mondo imparino a conoscersi e ad arricchirsi dei valori delle altre. Questa interazione potrà a volte sfociare, in virtù della fecondazione e dell'interpenetrazione reciproca, in un meticciato intercultu¬rale, in una simbiosi, in un'identità plurale, bi-culturale o interculturale nuova. Ma non potrà mai trasformarsi in una teoria che affermi che oggi tutte le culture devono entrare in
comunicazione, in dialogo e in simbiosi le une con le altre.
A volte la solidarietà tra i popoli non esige né la collaborazione (di un'azione transitiva) né la consapevolezza
dell'identità culturale degli altri, ma consiste semplicemente nel1’ essere quello che si è e nel lasciare che gli altri siano quello che sono (vivere e lasciar vivere). L'uomo civilizzato, e soprattutto l’uomo moderno, ha difficoltà a vedere la solida¬rietà sotto questa luce. Ha perduto il senso della nuda esistenza. Crede di vivere soltanto nello stato di veglia; si sente uomo solo quando pensa e osserva gli atti della propria volontà; identifica il proprio essere con la coscienza, privandosi in tal modo di ciò che possiede di più sostanziale e universale. Ma ancora una volta la solidarietà non può trasformarsi in una teoria della nuda solidarietà esistenziale, dato che 1'essere dell'Uomo non può essere separato dalla sua co¬scienza, dal suo agire e dal suo fare.
In un certo senso, oggi tutte le culture sono storicamente chiamate sempre più a un riconoscimento del pluralismo della natura umana e della realtà, a un'accettazione e a una comprensione reciproca, e in tal modo a una certa trasformazione di sé e dell'altro nel contatto reciproco. Ma ciò non significa (e non giustifica) una politica interculturale che spinga tutte le culture a una determinata forma di solidarie¬tà interculturale, o a fare di quella visione della solidarietà una teoria, un sistema, una religione, un progetto, una strategia o anche un dato, soggetto oppure no al cambiamento.
Molti cedono alla tentazione di utilizzare questa naturale esigenza di solidarietà fra i popoli per giustificare l’una o 1’altra politica o strategia sociale. Alcuni se ne servono per legittimare una politica di «azione transitiva» nel cosiddetto «terzo mondo» (che in realtà costituisce i due terzi del mondo): trasferimenti di tecnologia, cambiamento, sviluppo,
intervento rispettoso nella vita tradizionale. Altri se ne servono per giustificare la coscientizzazione, il dialogo, l’interpenetrazione o varie teorie del meticciato e dell'identità plurale e interculturale. Altri infine la utilizzano per giustificare un atteggiamento di rinuncia, di ripiegamento e di fuga fondato sulla paura, 1'indifferenza e anche il disprezzo nei confronti delle altre culture, quando non sulla vendetta.
La solidarietà interculturale non esige in maniera esclusiva n la solidarietà in vista dello sviluppo, n l’interdipen-denza, n la coabitazione parallela e separata, né il dialogo, 1'interazione, l’interpenetrazione, il meticciato delle culture. Non esige che ogni cultura conosca tutte le culture, né che non le conosca, ma chiede a ciascuna di avere un atteggiamento di apertura esistenziale nei confronti di se stessa e del¬le altre, e di ammettere la possibilità di andare incontro a una mutazione (metanoia) nel contatto con le culture e con la realtà, senza dover necessariamente passare per una
conversione a un'altra cultura a scapito della propria, o per la trasformazione o la non trasformazione della propria cultu¬ra per opera di un'altra.

2.4.4 Non è I'alternativa né un requisito universale
La solidarietà interculturale che viene proposta qui non è una necessita assoluta per tutti i popoli. E un'alternativa possibile, ma non l’alternativa. Questa non esiste, anche se non possiamo sottrarci all'esigenza di un mito unificatore.
Il dualismo di coesistenze separate e reciprocamente indifferenti non sembra sufficiente, ma non lo è neppure il
monismo di una monocultura, sia pure inter o transculturale! Non sembra sufficiente limitarsi, con una sorta di fiducia cosmica, a fare assegnamento sull'Invisibile che ci unisce tutti o al solo pensiero umano come elemento unificatore. Sembra che ci sia bisogno di un pluralismo, di un'interculturalità che si collochi sul piano sia del mythos che del logos;, che includa il divino, l’umano e il cosmico (visione cosmoteandrica); che sia consapevole del proprio carattere temporale da un lato ed eterno dall'altro (tempiterno); che riconosca la propria radicale relatività e provvisorietà, mantenendo costantemente la coscienza di questa relatività.

2.5 Emancipazione dalla tecnologia 6
Non si può vivere la solidarietà interculturale in abstracto. Se anche si volesse realizzare la coabitazione di culture ctonie e di culture tecniche (umanesimo tecnocentrico), né le une né le altre potrebbero coesistere con il complesso tecnologico che le scalza, e al quale oggi nessuno sfugge.
Ora, la resistenza deve passare non per l’opposizione diretta e dialettica e per la distruzione della megamacchina (la rivoluzione), ma per la sua demistificazione, demitizzazione, decostruzione. In sintesi, dobbiamo emanciparci dal suo potere su di noi, sul piano del pensiero come su quello dell'azione e degli oggetti che utilizziamo (mutazione, metanoia).
In poche parole, sarebbe già un gran risultato, a livello di pensiero, riuscire a:
a) riconoscere la sua natura specifica. Non bisogna confondere la megamacchina con la cultura occidentale-moderna-tecnica (rumanesimo tecnocentrico), né con le devianze ideologiche di quest'ultima. Non basta infatti correggere le devianze etiche dell'umanesimo tecnocentrico per liberarsi del tecnocentrismo, la cui natura profonda è non solo
a-umanistica, ma anti-umana, anti-cosmica, anti-tecnica (nel senso della techne}:,
b) riconoscere le sue componenti e i suoi sottosistemi in tutti i campi: l’ideologia pan-economica e pan-monetaria, 1'ideologia pan-statalista e pan-giuridica, 1'ideologia informatica, l’ideologia burocratica e sistemica;
c) liberare la nostra mente da molti miti, fra cui ad esempio:
- che per condurre una vita umana sono necessarie le comodità tecnologiche;
- che umanesimo tecnocentrico è un bisogno universale;
- che la vita deve passare per la tecno-evoluzione;
- che la tecnologia e assolutamente indispensabile per nutrire e sostenere la popolazione attuale del mondo e per far
fronte ai problemi dell’umanità moderna;
- che ne abbiamo il controllo (mentre è la tecnologia che controlla noi);
- che può essere umanizzata, risanata, salvata;
- che è uno strumento che può rendere un servizio alle culture e all'umanità;
- che è neutra;
- che è un fatto compiuto;
- che può coesistere con le culture senza cercare di distruggerle;
- che l’operativita, l’efficacia, la funzionalità sono tutto e sono la cosa piu importante della vita;
- che non c'e un ordine ontonomico, che non esistono realtà ultime né miti;
- che tutto può e deve essere criticato; che tutto è possibile e tutto è relativo (relativismo); che tutto é un processo;
- che si può ricominciare tutto da zero e creare ex novo;
- che il futuro (a-storico) ci appartiene; che l’individuo, come l’uomo, è padrone assoluto del proprio destino;
- che la storia è pura evoluzione o processo;
d) intraprendere alcuni gesti di emancipazione, come ad esempio:
- de-funzionalizzazione della nostra esistenza, a livello politico, sociale, educativo; de-professionalizzazione;
de-pianificazione; de-burocratizzazione; de-informatizzazione; de-scolarizzazione; de-statalizzazione:
- abbandono del linguaggio semplicistico del computer e dell’informatica;
- de-massimizzazione economica; de-monetizzazione delle nostre relazioni economiche;
- emancipazione dal tempo omogeneo della tecnologia, dal tempo lineare e dalla storia come pura evoluzione, come processo;
- de-oggettificazione della scienza (anche antropologica!);
- de-individualizzazione delle nostre relazioni personali;
- emancipazione dalla legge della maggioranza; ecc.

2. 6 Disarmo culturale
Abbiamo bisogno di un disarmo militare e nucleare. Ma abbiamo bisogno anche e soprattutto di un disarmo culturale. Le ONG non potrebbero diventare le pioniere di questo disarmo?
Per disarmo culturale intendo lo sforzo per:
a) De-assolutizzare e relativizzare radicalmente le nostre rispettive culture, alia luce delle culture del mondo.
Ma questo va fatto a partire dal meglio della nostra cultura e con la massima fedeltà al suo carattere unico e
Irriducibile.
Nessuna cultura o religione (moderna, tradizionalista o interculturale che sia) ha il monopolio della verità e della
realtà. Nessuna è autosufficiente, nessuna è in grado di risolvere da sola i problemi del mondo e quelli delle persone
umane. Approfondire il più possibile le diverse culture della tradizione dell'umanità è una condizione necessaria.
Ma non sufficiente. C'e una solidarietà cosmoteandrica che oggi sta emergendo e che non si può non riconoscere.

b) Liberare la Vita (e quindi anche la propria vita) dal dominio esclusivo di una cultura o dell’insieme delle culture,
ma passandovi attraverso.
La realtà non può essere colta, pianificata, padroneggiata e dunque ridotta al pensiero e alla coscienza che noi, sia
pure tutti insieme, ne abbiamo. Non può essere esaurita da nessuna conoscenza o esperienza, sia pure inter o
trans-culturale. In realtà, strettamente parlando, non c'è nulla che sia puramente trans- culturale. Ci si trova sempre nell’ambito di determinata cultura.

Conclusione
Anche se non riusciamo a rinunciare totalmente al sogno di un'umanità che sia una e di una realtà che sia una,
potremmo per lo meno convincerci che non esiste e non può esitere un regno, una realtà, una Via, una Natura Umana,
una Verità, un Governo, un Ordine, un Universo, un Dio, una Solidarietà. La solidarietà interculturale, come ogni unità, può sussistere soltanto se riconosce un centro che trascende la comprensione che ne ha ciascuno dei suoi membri o anche la totalità dei suoi membri in un determinate momento. E’ possibile soltanto se riconosce un terreno d'intesa che in ultima analisi non è intelligibile e che nutre tutte le comprensioni che si può averne, quelle del pensiero come quelle del cuore.
In altre parole, si tratta di rinunciare a conquistare il mondo, fosse pure col pensiero!
Finche ci sono vincitori e vinti, non può esserci pace.

Riferimenti bibliografici
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• Aa. Vv., «The Persistence of Native Indian Values>, Inter-Culture (edizione canadese), n. 85, 1984.
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• Kolm S.Ch., Le bonheur-liberté, PUF, Paris 1981.
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• Panikkar R., «Response to Harold Coward», in Cross-Cur¬rents, vol. XXIX, n. 2, Summer 1979.
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• Stavenhagen R., «Indian ethnic movements and state poli¬cies in Latin America>, in IFDA, dossier 36, July/Aug. 1983.
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