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26/03/09 Giuseppina Scaramuzzetti - Parole che avvicinano, parole che allontanano Zingari e gage


Forse la chiave di lettura del problema di rapporto fra queste due categorie umane è proprio qui, nel nome che esse si danno l'un l'altra stigmatizzandosi a vicenda. È il rom che inventa il gagio, attribuendo questo nome ai non-rom insieme a un certo numero di qualità negative (sporco, rapitore di bambini...), è il non-zingaro che inventa lo zingaro nominando in questo modo il rom ed attribuendogli gli stessi difetti.
Nel momento che si danno un nome a vicenda, essi cominciano ad esistere uno per l'altro ed in questo senso gagio-zingaro sono due parole che avvicinano; ma nel fatto che ciascuna di queste due parole esista per stigmatizzare, cioè per dare all'altro un insieme di attributi negativi, sono due parole che allontanano.
Questo mi introduce ad un secondo punto. Molte considerazioni sulla lingua non hanno a che vedere con la comunicazione, ma entra¬no in questo gioco zingari-gage: l'orgoglio di essere rom e di posse¬dere una lingua propria, la contraddittorietà di volere che sia ricono¬sciuta a livello europeo, ma anche di esserne gelosi, di non darla in mano ai gage, soprattutto perché si tratta di gage che hanno la capa¬cità di studiare, di manipolare, di possedere e magari anche di nuo¬cere al di là della possibilità di controllo dei rom. I rom che invece, a causa della propria cultura, non temono di perdere questo controllo, non hanno questa gelosia, ma ne fanno un elemento di superiorità emotiva. I gage che studiano la lingua dei rom come lingua di un gruppo nazionale, come lingua fra le lingue, sentono di aver superato il pregiudizio, la barriera che separa zingari e gage e relegano in un angolo del proprio inconscio quei tratti che i
non-zingari fanno fatica ad accettare: anche in questo caso si vive una specie di superiorità emotiva.
Di quali gage e di quali rom parlerò dunque?
Vorrei dire, anche se è più un'intuizione che una certezza, che si tratta dei gage che sono qui e dei rom, sinti, manush, kalè con cui essi hanno un rapporto quotidiano, non gli intellettuali. Inoltre, dei rom si considera l'appartenenza culturale, non l'appartenenza etnica. Parleremo della lingua dei roma rispetto alla lingua di quei gage che sanno di esistere per qualcuno come gage, cioè persone che hanno un contatto professionale, pastorale, di volontariato, di amicizia di un certo tipo e sono interessati a stabilire una relazione, non i clienti delle giostre, dei venditori ambulanti, la gente che abita nello stesso paese e che magari fa parte anch'essa di una piccola comunità chiu¬sa. Esistono infatti nell'Europa stessa e ancor più altrove dei gruppi sociali che usano la lingua del paese come la usano gli zingari e met¬tono in pratica un sistema di relazioni simile. Sono forse anche più numerosi degli altri non zingari, ma ci interessano meno perché sono meno coinvolti nel rapporto zingari-gage che considereremo.

Un punto di vista
Questa riflessione nasce in particolare dall'osservazione di un gruppo di roma sloveni che conosco e di un gruppo di gage che conosco mentre cercano di relazionarsi e di capirsi con le parole.
I gage sono la piccola comunità (3 persone oltre a me) con cui vivo da quasi 30 anni e i roma sono poche famiglie con le quali ab¬biamo trascorso gran parte di questi 30 anni. Personalmente con gli uni e con gli altri ho vissuto la mia ricerca di fede e condiviso la mia umanità: le mie attitudini e i miei difetti, la preparazione professiona¬le che mi viene dalla mia storia passata e una dilettantesca passione antropologica.
Questa esperienza mi ha guidato a considerare:
- la divisione del mondo rom-gage dal punto di vista linguistico.
-I limiti della traduzione: basta tradurre perché una parola romani diventi una parola gagi?
- La qualità delle parole dei gage, parole che volano.
- Il peso delle parole dei roma: le parole come azioni e le azioni come parole.
- Le parole dotate di potere efficace.
- Le parole che non si possono dire.
- Parlare con Dio: gesti come parole.
- Relazione fra persone e parole.

Una divisione linguistica
Alcuni anni fa, la bimba più piccola dei nostri vicini è entrata un giorno nella nostra roulotte dicendo tutta affannata nella sua lingua: "E tu non dire che voi siete rom, voi siete gage" e io ho risposto, sempre nella sua lingua: "Non ho mai detto che noi siamo rom", senza però riuscire a tranquillizzarla. Per lei finora il mondo era divi¬so in dentro e fuori: fuori ci sono i gage e dentro ci sono i roma. Lei è nata che noi eravamo lì e ci aveva assimilato come "roma", come parte del suo ambiente. Quando ha capito che noi siamo stranieri si è sentita ingannata. È entrata dicendo: "E non dire..." come per fare una rivendicazione. Quando io le ho chiesto: "Ma noi siamo amiche lo stesso, vero?" prima è rimasta un po' in silenzio, poi mi ha rispo¬sto: "Sì, però io parlo pò romane" (la lingua di quel gruppo di rom) "e tu parli pò gagikane" (la lingua dei gage). Stava elaborando una comprensione della divisione del mondo che era anzitutto linguistica. Era delusa della divisione che aveva scoperto tra noi come se una comunanza si rompesse ed io ero meravigliata che lei indicasse come elemento di divisione la lingua, visto che ne stavamo usando una so¬la, la sua. Era come se avesse intuito che non sarebbe bastata una cosa semplice come la traduzione per superare il fossato che ci divi¬deva.
D'altra parte negli ultimi anni ci sono dei sinti in quello stesso accampamento di roma, alcuni sposati con dei roma, che usano la lingua dei gage, ma non la usano come i gage. Confermano così che non basta tradurre le parole per comunicare: si può usare la lingua dei roma al modo dei gage e la lingua dei gage al modo dei roma, oltre a questo certe parole nell'altra lingua non esistono e bisogna usare dei giri di parole che rendono il messaggio approssimativo, cer¬te esistono, ma perdono il loro significato profondo, certe non esisto¬no perché non si possono usare.
Le persone si mescolano e nasceranno dei figli meticci, ma le lin¬gue non si mescolano: si parlerà l'uno la lingua dell'altro, si cercherà di comprendere cosa il linguaggio diverso vuole esprimere e come esprimerlo, ma non si può arrivare a una fusione dei linguaggi. La lìngua, mezzo di comunicazione è anche fonte di differenza.

Le parole "leggere" dei gage nella comunicazione fra gage e roma
"Verba volant", dice un proverbio latino, ma questo non accade come su un computer dove sullo schermo vuoto il simbolo volteggia da una scatola verso un'altra scatola, nella vita il mittente si trova in un contesto, in uno sfondo e di qui la parola "vola" verso il ricevente che ha un altro sfondo, si trova in un altro contesto. I contesti, gli sfondi costituiscono in un certo senso i pregiudizi: le qualità e i difet¬ti che io attribuisco agli altri come gruppo, ma costituiscono anche il modo di usare le parole, di attribuire loro un significato. I rom dico¬no: "I gage sono gage, i rom sono rom" cioè i gage sono diversi dai rom, i gage forse non lo dicono però lo pensano.
Ci sono le parole delle lingue scritte, di massa, che vengono parla¬te quasi allo stesso modo da moltissime persone e sono le parole dei gage, o almeno dei gage europei. Sono le parole delle assistenti socia¬li, degli insegnanti, degli avvocati... che restano sempre uguali a se stesse indipendentemente dal prato su cui si devono posare.
Ci sono le parole delle culture orali, di piccole comunità e sono intimamente legate a chi le ha pronunciate e così sono le parole dei rom. A "volare" però sono solo le parole dei gage.
Le parole delle lingue di massa, le parole dei gage sono parole "leggere", si possono usare con abbondanza e non sempre è necessa¬rio sapere chi le dice e non sempre ricadono su un ricevente. Noi gage possiamo fare un discorso teorico che può essere giudicato vero anche se non sappiamo chi l'ha detto e anche se non ha un destina¬tario, i roma attribuiscono sempre ciò che raccontano a qualcuno: "Mio padre una volta era alla fiera dei cavalli..." Quando sentiamo lo stesso racconto attribuito a qualcun altro, a un altro padre, noi pensiamo che chi sta parlando è un bugiardo, perché noi non sentia¬mo questo bisogno impellente di attribuire ogni cosa ad un soggetto.
Molti rom conoscono le parole dei gage ma non in che modo i gage le usano perché molti rom usano le parole dei gage allo stesso modo in cui usano le proprie parole.
I gage sono abituati a fare delle ipotesi, non dicono solo cose vere, riferiscono anche discorsi su cui non sono d'accordo, le loro parole non agiscono sui fatti, esprimono un pensiero che non modifica la realtà. Per i rom non è cosi.
II gagio che parla può separare se stesso dalle proprie parole, ma se non indica il soggetto, cioè chi ha detto che cosa, si dirà sempre di lui: "II tale ha detto...". La domanda: "Chi ha detto?" è inevitabile alla fine di un discorso senza soggetto. La frase "i roma dicono" è la più temibile perché non hai nessuno con cui verificare ciò che ti viene attribuito. Se poi di qualcuno si dice: "se senti cosa dicono i roma!", costui farà bene a trovare degli spiragli individuali di comu¬nicazione per crearsi a poco a poco una contro-opinione favorevole.
Mi è capitato tante volte di riferire per telefono dei messaggi, a favore di carcerati per esempio: "Di' che gli danno il permesso per uscire che la mamma è malata, che la sua bambina piange..." dove non mi riusciva di far capire che se non era oggettivamente possibile che questa persona ottenesse il permesso, non sarebbero state le mie parole a cambiare la situazione, né rafforzare l'immagine di pena e di bisogno sarebbe servito a cambiare il risultato. La conseguenza era che chi mi dettava il messaggio attribuiva alla mia poca convinzione la causa dell'insuccesso: se non credevo io alle mie parole, come mi avrebbero creduto gli altri?
Un rom diceva: "La mia bambina vuoi fare la pediatra, da grande farà la pediatra". La maestra aveva commentato: "Prima deve finire le elementari, fare le medie, le superiori..studiare tanto" II papà, in seguito, rivolgendosi ad un altro gagio ha detto: "La maestra dice che la mia bambina non può fare la pediatra." Il messaggio era stato percepito in modo verosimile nella sostanza, ma la comunicazione verbale non era questa.
Le notizie dei telegiornali vengono ascoltate e ripensate rispetto alla vita dei roma: amnistie, benefici, incidenti stradali, abbandono di neonati... e vengono integrate, quando vengono riferite, con delle pa¬role per renderle più comprensibili oppure parole o luoghi scono¬sciuti sono sostituiti inconsapevolmente da altri più familiari. Alla fi¬ne abbiamo sentito lo stesso telegiornale e riferiamo due fatti diversi.
A volte noi gage vorremmo usare le nostre parole "che volano" per spiegare, per chiarire qualcosa che è rimasto in sospeso con i roma, ma il nostro linguaggio è troppo teorico e risulta inattendibile. Altre volte affidiamo alle nostre parole la nostra verità: tu non mi conosci, ma ascolti quello che ho da dire e verificherai se è vero. In realtà con i rom è esattamente il contrario: tu mi conosci, ti fidi di me e quindi dai credito alle mie parole.
Chi accetta di parlare, accetta di creare un legame. Un esempio. Si crea un malinteso fra noi e un rom. Noi vorremmo spiegare l'accadu¬to, ma il rom non ce lo consente perché accettare di parlare sarebbe già riallacciare un rapporto. D'altra parte è facile sentir dire: "Con questo parlo, con quell'altro non parlo..." ma quando un conflitto viene superato attraverso le parole ciò non avviene come noi gage sapremmo fare, cioè analizzando l'episodio che ci ha separato e valu¬tando i torti e le ragioni, ma inserendo un elemento nuovo: "E’ venu¬to a chiedermi scusa, ha giurato che non voleva farmi torto, che non sapeva..." I gage non possono usare questi mezzi per riallacciare un rapporto, sempre per via di quel famoso fossato che divide, perciò devono essere molto prudenti ad usare le proprie parole "leggere".

Le parole-azioni dei roma
La parola dei roma, la parola solo parlata, appartiene al mondo dei suoni come la musica e quindi non è un oggetto, ma un'azione, capace perciò di raggiungere dei risultati. E dotata di potere, di spes¬sore, non vola, mette radici. La parola pronunciata comincia ad esi¬stere e quindi va usata con parsimonia, con attenzione. Un amico siede con te e ti racconta, ti fa un regalo, condivide con te qualche cosa che gli appartiene. Se invece interroghi qualcuno su un fatto accaduto nella comunità in tua assenza ed egli ti risponde: "Non ho sentito niente", ti nega questo regalo, ti respinge nella tua estraneità. "Vado a parlare" non vuol dire semino intorno a me delle parole leggere, delle parole che volano, vuoi dire pianto dei paletti, stabili¬sco dei contatti.
Quando dopo un periodo di disaccordo le persone fanno la pace perché qualcuno "è andato a parlare" è il gesto dell'andare che è si¬gnificante più di quanto viene detto. Le romnia che conosco quando partono per qualche luogo gagio: scuola, tribunale, ospedale escono con determinazione dal campo e dicono: vado a parlare...Quando tor¬nano, ciò che importa non è quello che hanno ottenuto, ma la forza delle parole che hanno detto e che vengono raccontate più volte.
I roma sono molto sensibili alle parole dette e difficilmente con loro si può tenere la posizione: ho detto questo, ma volevo dire que¬st'altro e a volte le parole hanno lo stesso peso di un'aggressione fisi¬ca, sia subita che data.
II racconto del fatto, bello o brutto che sia, è vero se dà la sensa¬zione vera, se serve a far vivere l'esperienza del fatto anche a chi non c'era, non se ogni singola parola corrisponde a momenti reali del rac¬conto. "La maestra piangeva quando il mio bambino non andava a scuola" esprime il dispiacere della maestra per l'assenza del bambi¬no, un bambino importante dunque.
L'ultima versione del racconto è frutto di tanti racconti ed aggrega ciò che gli altri hanno detto. Si crea un legame fra la persona che parla e la cosa che dice e la persona che ascolta, quindi devi essere d'accordo o in disaccordo. Se durante un racconto, magari per corte¬sia, acconsenti, devi aspettarti che la tua interlocutrice riferisca di te non che hai ascoltato, ma che hai detto... A volte basta anche essere presenti per essere elencati fra le persone che erano d'accordo con una certa posizione. Ascoltare vuoi dire partecipare, non è raro infat¬ti vedere le persone che non vogliono essere coinvolte, allontanarsi.

Parole dotate di potere efficace
La maggior parte dei gage europei persegue la verità attraverso un ragionamento aristotelico, un sillogismo, le parole sono emotivamen¬te scarne, devono esserlo perché la dimostrazione abbia un rigore quasi matematico e sono a disagio nei confronti di altri linguaggi, più figurativi ed emotivi che includono forme come il giuramento e la maledizione e che hanno una forza evocativa e creativa a loro del tutto sconosciuta. Così è il linguaggio dei roma che ha comunque un autorevole predecessore nel linguaggio biblico, nella forza dei suoi giuramenti: "Lo giuro per me stesso, dice il Signore", ma anche dal salmo 137: "La mia lingua si attacchi al mio palato se mi dimentico di te, Gerusalemme" oppure "s'inaridisca la mia destra".
"Giurarsi" o maledire è dare alle parole il massimo potere. Io giu¬ro su me stesso, che Dio mi castighi, che non veda mai più la luce, sulla vita di mio figlio, sulla persona più cara che ho, e con questo obbligo me stesso o gli altri a un certo comportamento e in questo senso le parole si staccano da me, modificano me stesso o la persona di cui si tratta, provocano un cambiamento. I bambini temono il giu¬ramento, sanno che non potranno insistere, l'adulto "Si è giurato". E il giuramento è lì, fuori da chi lo fa e dalla persona per cui è stato fatto, incombente col suo castigo, vincolante per tutti e due che di¬ventano quasi solidali di fronte a questa potenza avversa. Poi come in ogni situazione e in ogni gruppo umano c'è chi trasgredisce, per questo viene rimproverato e poi "si distoglie lo sguardo" e le tensioni si sgonfiano.
Le circostanze, la tonalità della voce danno un peso differente alle parole, tuttavia l'abitudine di giurare o maledire come intercalare è giudicata riprovevole.

Le parole che non si possono dire
In diverse culture è il silenzio che avvolge le parole a dare loro efficacia. "Noi non ne parliamo" è il titolo di un libro di Patrick Williams e ciò di cui i rom non parlano è tutto quello che riguarda i morti. Alcuni non pronunceranno più il nome di un loro caro defun¬to per tutta la vita e chiameranno figli e nipoti con un altro nome per non dovere più dire il nome mulano (= del morto). E un segno di rispetto, è un autocontrollo psicologico che indica una memoria molto più viva che non lasciare al caso, a quando ti viene, il pronun¬ciare il nome. Così fanno gli Ebrei con il nome di Dio e, ampliando molto l'orizzonte in modo meno significante dal punto di vista evo¬cativo, ma ugualmente significante dal punto di vista psicologico, al¬cuni autori non nominano più alcune persone significative per loro che sono uscite dalla loro vita: s. Agostino non dice mai il nome della donna con cui ha vissuto per 16 anni, né quello dell'amico morto.
Tacere il nome del defunto non è negarne la presenza e raccontare che il morto si è fatto vedere o sentire è una grossa confidenza che va fatta con prudenza e ascoltata con rispetto, magari accompagnata da una preghiera. Qualcuno dice: "Io non ho paura, i miei morti mi vogliono bene, mi aiutano", non per questo però li nomina senza rispetto. In modo meno impegnativo, c'è chi chiama i morti a testi¬moni della verità di quello che si dice, ma qualche altro commenta: "Lasciate stare i morti!"
C'è anche un potere negativo che si potrebbe evocare, nominan¬dolo. "Non dire quella parola mi fai paura". È la stessa considerazio¬ne che fa Tobie Natan, un antropologo che studia alcune comunità del Benin, quando riferisce che in esse si attribuiscono grandi potere a degli spiriti che non vengono mai nominati. Nessuno ammette ver¬balmente che esistano. Fra i rom, in certi momenti in cui episodi negativi hanno fatto sentire questa presenza si può sentir dire: "Quella brutta cosa non mi fa paura perché ho una croce al collo", ma intanto non la nomini, perché nominandola la chiami.
Se si pensa che i gage usano le loro parole "leggere" non solo per conversazioni facoltative, ma anche, per esempio, nella scuola dove si parla del culto dei morti nelle diverse civiltà o si studiano i rettili nell'ambito delle scienze naturali, si comprende come non sia il caso di abbassare la guardia anche nelle situazioni le più banali.

Parlare con Dio: gesti come parole
I gage dicono che pregare è parlare con Dio, ma, anche se si tratta di una fatto molto personale, non ho l'impressione che i roma per rivolgersi a Dio usino molte parole. Penso alla bimba che, invitata a mettersi davanti a Dio in silenzio ha detto: "Come una candela!" che mi ha fatto pensare proprio a quanti rom e soprattutto romnia parla¬no con Dio attraverso il loro silenzio, le invocazioni nella vita quoti¬diana: "Devel mro!", Dio mio, "Devleha", con Dio, e i gesti, come accendere candele, portare i fiori, camminare in un pellegrinaggio, digiunare, fare una penitenza.
Se le parole dei roma sono azioni, le azioni sono parole. Quello che si fa vuoi dire qualcosa, quello che faccio per Dio vuoi dire qual¬cosa: è una richiesta di aiuto, un ringraziamento, una richiesta di per¬dono.
Si parla con Dio anche attraverso i mediatori: i santi, ai quali ci si rivolge con gli stessi gesti che si usano per parlare con Dio; i veggen¬ti, che riferiscono i messaggi della Vergine che vengono reinterpretati "pò romane", ascoltati al modo dei rom; i guaritori, che oltre a dei gesti "efficaci", che possono ottenere delle guarigioni, uniscono delle preghiere che sono loro stessi a recitare.
La relazione con questi mediatori si articola in una serie di gesti che sono altrettante parole per Dio. I messaggi sono ascoltati per la parte che ai rom è familiare: se viene consigliato di leggere la Bibbia, andare a Messa la domenica e digiunare il venerdì e possibilmente anche il mercoledì è probabile che venga osservata solo la parte del messaggio che riguarda il digiuno.
Anche il sacerdote è un mediatore, uno che innalza per te, a tuo nome, una preghiera... Forse si potrebbe anche dire che innalza a tuo nome una sua preghiera, perché non ha la pazienza di ascoltare, comprendendo al di là delle parole, qual è la tua preghiera, quella che viene dal tuo cuore, forse è sinceramente convinto che la sua preghiera sia migliore dei tuoi gesti, che leggere la Bibbia sia meglio che stare seduto con i piedi nell'acqua benedetta, ma non sa come comunicartene le ragioni: anche in questo caso il problema è che le parole degli uni siano comprensibili agli altri.

Le persone e le parole
Al termine di questa riflessione mi rendo conto che quanto ho detto non tiene conto che le parole pronunciate siano dette pò roma¬ne, cioè in una lingua zingara o pò gagikane, cioè in una lingua gagi, quindi nel mio caso in italiano, ma piuttosto di quanto le persone sono determinate dalle parole e quanto riempiono di significato le parole, quindi le creano. Un rom può offendere i morti nella sua lingua o in quella dei gage e in ognuno dei due casi si tratta di una gravissima maledizione. Un gagio non lo può dire. Un rom di un certo gruppo crea delle parole e dei modi di dire che in un altro gruppo non esistono. Un gagio di una comunità di un certo gruppo linguistico, italiano per esempio, usa dei modi di dire, delle forme dialettali che in un'altra comunità non esistono o significano qualcos'altro. Le parole sono dei significanti che esprimono un mondo, tan¬ti mondi di significati.
Il vocabolario di un gagio è determinato anche dalla sua professio¬ne che spesso si rivolge proprio allo zingaro e che è determinante nella costruzione della sua immagine dello zingaro
Un gagio resta sempre estraneo all'emotività, alla concretezza delle relazioni fra famiglie di roma delle quali può essere al massimo spet¬tatore, alla storia delle relazioni, alla storia di esclusioni o di conflitti vissuti con i gage dei quali si è subita o ai quali si è fatta qualche volta in qualche modo violenza.
Le parole avvolte dal silenzio, le parole che non si possono dire, nel mondo del gagio apparentemente non esistono, cioè la psicoana¬lisi porta alla luce fatti e quindi parole che per qualche motivo sono in fondo alla psiche e non si vogliono far emergere, ma non sono consapevolmente avvolte nel silenzio. Allora? Prendiamo coscienza delle distanze che abbiamo gli uni dagli altri per rinunciare a com¬prenderci, per metterci l'animo in pace?
Conoscere qualcosa, pochissimo, gli uni del mondo degli altri può servire ad assumere un atteggiamento di ascolto: si ascoltano le paro¬le, ma anche quello che le parole vogliono dire. Prendere coscienza dei significati, delle differenze, conoscere la lontananza è anche un modo per cercare di avvicinarsi, di comprendersi attraverso le parole che avvicinano, di non presumere di poter personalmente superare secoli di diffidenza senza la fatica di piccoli passi quotidiani.
Prendere coscienza delle distanze per rispettarsi, darsi spazio, av¬vicinarsi nella sfera emotiva senza volersi omologare, mi sembra d'altra parte una regola di vita che non vale solo per il nostro rapporto con i roma, ma anche per tutti gli altri rapporti, per tutti gli uomini e donne che vogliono fare strada insieme.

Bibliografia di riferimento:
Dick Zatta Jane, Gli zingari, i roma: una cultura ai confini, Taccuini dos¬sier, CIDI (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti) Trive-neto, Padova 1988
Piasere Leonardo, Un mondo di mondi, Edizione l'Ancora, Napoli 1999
Scaramuzzetti Giuseppina, Lo sguardo dell'altro, intervista in "Una città Verona" Anno III, n.3, giugno '99.
Ead., La vita familiare come ambito educativo in un gruppo di Roma sloveni, in Italia romani, voi. II, a cura di L. Piasere, CISU, Roma 1999 (qui riportato, p. 64)
Williams Patrick, Noi, non ne parliamo, CISU, Roma 1997.