26/03/09 Giuseppina Scaramuzzetti da: Una storia Tante Vite - Normale come me
Ero libera, un po' cattolica e un po' di sinistra, come era possibile e forse un po' di moda a Milano negli anni dopo il concilio Vaticano II. Ero professionalmente impegnata e convinta di essere tollerante, ma ridevo quando qualcuno faceva il verso ai veneti: "faso tuto mi" scherzando sulla loro laboriosità o quando si diceva che ormai a Mi¬lano c'erano più "teruni" che milanesi. Raccontavo divertendomi che un mio alunno, del gruppo proveniente dalla valla del Belice dopo il terremoto, interrogato sul motivo della sua assenza da scuola, mi aveva risposto sbalordito: "Ma nevicava!" e sorvolavo con leggerezza sul fatto che "l'effetto neve" potesse essere vissuto diversamente da un siciliano che da un milanese.
Le mie amiche erano come me, ed eravamo convinte di essere co¬me tutti.
Sono ritornata tante volte a questi ricordi, all'importanza attribuita al rendimento scolastico, all'ordine, al programma se pur svolto con i metodi moderni, alla scarsa conoscenza delle famiglie dei miei alun¬ni, dei motivi che le avevano spinte ad emigrare... e provo un senso di colpa.
Era il mio mondo o meglio ancora, anzi peggio ancora, era "il mondo" perché inconsciamente davo per scontato che i miei, quelli del mio gruppo sociale fossero i parametri con i quali tutti dovessero misurarsi. Era oggettivamente un mondo più piccolo, perché la storia di genti lontane non ti veniva catapultata in casa e il tempo trascorreva con un ritmo meno incalzante.
Questi ricordi mi dicono come sarebbe stata la mia vita se non avessi incontrato i rom.
Salto come li ho incontrati e perché sono andata a vivere con loro, vorrei solo raccontare come a poco a poco il mio concetto di "normalità" è cambiato.
L'esercizio più efficace è stato senz'altro imparare un modo di vivere dove i criteri della normalità non erano dati da me e che era vissuto da qualcuno come "il modo" l'unico vero, l'unico degno,
mentre gli altri, come quello da cui io provenivo, erano guardati con stupore e con sospetto.
Questo ha cominciato a destabilizzarmi. Non mi ero ancora abi¬tuata alla pastasciutta che la mia vicina si scaldava per colazione, ma sapevo che era possibile e che lei era ancorata alla propria normalità come io alla mia e quando qualcuno mi diceva "Nessuno fa questo, nessuno fa quello", relativizzavo: "Nessuno chi? dove? quante perso¬ne conosci? quanti abitanti ha il tuo paese?".
Considerare, di fronte ad un unico fatto, i diversi comportamenti che conoscevo è diventata un'abitudine di vita e conoscerne due è stato ammettere che ce ne fossero infiniti e che non ero costretta ad assumerne nessuno nella sua globalità.
Dopo i faticosi anni dell'adattamento ad un diverso modo di abi¬tare, di mangiare, di dormire, di relazionarsi, di far festa, di piangere, mi sono riappropriata di un "mio mondo", che non è né quello di prima, né quello dei rom, ma è solo mio ed ora ho l'assoluta certezza che tanti mondi vivono uno vicino all'altro. Questo è sicuramente il più grosso processo di maturazione della mia vita.
Sono stata interpellata tante volte perché parlassi della mia espe¬rienza e spesso, mio malgrado, sono stata interrogata sugli stili di vita dei rom. Nonostante si parlasse di culture diverse, di rispetto delle differenze prima o poi usciva la domanda cruciale: "Perché non abi¬tano in casa? Perché non scelgono una vita normale?" dove 'norma¬le' voleva dire 'come me'.
Domanda numero due: "Dopo tanti anni in mezzo a noi, non de¬siderano dare un avvenire ai loro figli, non notate nessun cambia¬mento"? Le mie risposte - "I cambiamenti non sono secondo le nostre previsioni o progettualità, ma secondo le loro"; "il nostro modo di vivere non è la meta cui tutti devono tendere come si trattasse di un bene universale" - non sono mai state convincenti. Anche chi accettava che altrove, nel Sud del mondo, i modelli di vita fossero diversi cadeva nell'assoluto che "qui da noi" il modello deve essere unico.
È venuto il momento del discorso anti-global: non prevaricare sui poveri con la nostra progettualità, ecc. Ho pensato a come volentieri organizziamo la vita dei poveri: quando regaliamo dei vestiti vecchi spiegando meticolosamente come usarli, quando regaliamo un pac¬chetto di caffé dicendo quanto farlo durare o pochi soldi svelando i segreti dell'economia. Ho pensato con spavento che noi, piccoli globalizzatori siamo forse stati lo sgabello dei piedi dei G8 quando con
l'impegno della vita quotidiana proponevamo come unico il nostro modello di vita. Ho sperato però anche che i "non globalizzati" del nostro continente avrebbero goduto di maggior considerazione. For¬se era arrivato il momento in cui altri modelli di vita avessero il dirit¬to di cittadinanza.
Poi sono venuti i fatti di Genova ed ho temuto che spostare l'at¬tenzione sulle colpe dei "piccoli globalizzatori" portasse a miscono¬scere le responsabilità dei grandi e i rischi di chi aveva voluto mani¬festare.
Infine è arrivato l'11 settembre e poi la guerra.
Ho visto di nuovo i piccoli fare da sgabello ai piedi dei grandi: vittime diventate pedine del gioco nelle mani degli strateghi, inter¬ventisti il cui assenso è stato indotto per permettere ai signori della guerra di muoversi.
La vita dei piccoli e dei grandi mi è apparsa intessuta in un grande gioco.
Solo chi è destrutturato mi sembra veramente fuori dal gioco: chi può dire che un barbone che indossa un paio di scarpe Nike è nel sistema? Per lui sono solo delle scarpe, forse belle, che gli sono state date come tutte le altre scarpe che aveva indossato. Così il rom, in questo gran parlare di guerra dice: "ma cosa fanno tutti questi mat¬ti?" e guarda preoccupato il cielo come se una bomba potesse ad un tratto apparire, come si aspetta un temporale o anche la neve. Per l'uno e per l'altro ciò che veramente conta è la vita, la propria vita, dei propri figli, dei propri parenti di qualunque marca siano i propri vestiti e le proprie scarpe, una vita che sono disposti a modificare occupando gli spazi che i cambiamenti del mondo consentono, pron¬ti ad elaborare nuovi criteri e nuovi modelli.