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08/07/09 Laudatio - Letizia Bianchi e intervento di Hebe Bonafini

A Bologna, il 17 settembre 2007, Hebe Maria de Bonafini, figura centrale del gruppo delle Madres de Playa de Maio, è stata insignita della Laurea ad honorem in Pedagogia, Facoltà di Scienze della Educazione su proposta della prof. Letizia Bianchi.
Pubblichiamo qui la Laudatio pronunciata nell’occasione da Letizia Bianchi, l’intervento di Hebe Bonafini e il Manifesto della Rete di Resistenza Alternativa


Laudatio

Le Madri di Piazza di Maggio, ormai da trent’anni, tutti i giovedì marciano nella Piazza centrale di Buenos Aires che ha dato loro il nome.
Ho detto marciano e non, fanno il giro della piazza, perché come loro sottolineano, non girano in tondo: seppure camminiamo in circolo stiamo andando verso una meta : e’ stato camminando a braccetto attorno alla piazza che abbiamo costruito il nostro pensiero .
Ma cosa voleva dire marciare nel giugno1977 in Argentina quando hanno iniziato?E perché continuare a farlo ancora oggi?


Chiedere, incontrarsi, dire, creare legami

Il 24 marzo 1976 va al potere in Argentina una giunta militare che nei sette anni di esistenza incarcerò 10.000 prigionieri politici, costrinse all’esilio 1milione e 500.000 dissidenti, fucilò 3000 persone in strada e fece sparire 30.000 persone. I due terzi dei desaparecidos - “è un triste privilegio argentino che oggi questa parola si scriva in castigliano in tutto il mondo” - aveva tra i venti e i trenta anni. Scomparvero anche centinaia di bambini, subito dopo il parto o ancora in fasce.
C’era complicità in tutti i settori della società: nella magistratura, nella chiesa, nel sindacato, nell’università, nei giornali.
La vita diventa un incubo quando tutto quello che sei stata educata a rispettare, tutti quelli che fino ad allora erano stati amici si devono considerare nemici.
Quando non fu di connivenza, la reazione della società argentina di fronte ai sequestri e alle violenze fu di paura e sgomento, di incredulità.
Il risultato fu una società paralizzata dal terrore, attenta a non dire una parola di troppo, disposta ad occuparsi solo delle cose che riguardavano strettamente la propria famiglia e i propri affari.
Le Madri dei desaparecidos nei giorni dopo il sequestro dei figli, si dicevano che era successo qualcosa di impensabile.
Mi ripetevo, no non può essere, non può essere. Però era (.Beba)
Per una madre è impensabile, però è successo, è successo. (Juanita)
Era impensabile ed era successo.
Da subito, le madri cercarono di stare a quanto stava loro accadendo.
Prima singolarmente poi insieme, si recarono in tutti i luoghi, andarono da tutte le persone che potevano dar loro notizie dei figli che erano stati portati via all’improvviso, senza nessuna spiegazione.
E’ quanto meno si aspetta un potere dittatoriale, che fa affidamento sulla paura per ottenere acquiescenza. Ma – dicono le Madri – cosa gli poteva succedere di peggio di era già successo?

La prima marcia avvenne nel giugno 1977. Da alcuni mesi le Madri si recavano una volta alla settimana nella Plaza de Mayo dove si affaccia la Casa Rosada, sede del Governo argentino che ospita anche il Ministero degli interni. C’erano andate perché ci lavoravano persone a cui era stato loro detto potevano rivolgersi per avere notizie dei figli.
Quando il loro gruppo in Piazza divenne più numeroso, arrivò la polizia, disse che c’era lo stato di assedio, gli assembramenti erano vietati, che dovevano circolare.
E loro marciarono.
Iniziò così il rapporto delle Madri con la Piazza, luogo pubblico e di incontro per eccellenza.
Il primo anno fu di grande solitudine e di grande attività: il desiderio di far sapere al mondo cosa era successo ai figli, cosa stava avvenendo in Argentina al di là delle menzogne dei golpisti, le portò ad inventare i più svariati modi per comunicare. Scrissero ho un figlio scomparso sulle banconote e quando si accorsero che la gente spaventata le distruggeva, iniziarono a farlo su banconote di grosso taglio affidando la circolazione del loro messaggio a quel mediatore universale che è il denaro; andarono in chiesa la mattina presto, e nei libri di preghiera dove c’era il segno della liturgia del giorno, infilavano un foglio in cui era scritto, è venuta la polizia e si è presa mio figlio; stampare volantini era proibito, scrissero a mano ognuna di loro centinaia di cartoline che distribuivano all’angolo delle strade.
Le madri , come ha scritto Daniela Padoan in un bel libro a cui sono profondamente debitrice1, hanno sempre avuto una grande capacità di convertire una cosa nel suo contrario: un insulto pazze in un punto di forza si, siamo pazze d’amore per i nostri figli, una costrizione circolate in una libertà marciamo, un divieto non si fanno volantini in una invenzione.
Una delle armi più potenti da loro usate è stato il linguaggio. Le parole vanno scelte bene, usate per dire la realtà di ciò che avviene nel mondo, per dare agli avvenimenti il proprio senso e segno.
Nelle madri la cura della parola rimanda alla verità e quindi alla lingua materna:
una madre insegna al bambino a nominare le cose con parole che corrispondono al vero. Una mela è una mela. (Hebe).
E soprattutto è questione di responsabilità di fronte alle parole che si dicono: ogni parola è una promessa .
“Noi abbiamo imparato dai nostri figli la verità delle parole o per meglio dire la forza delle parole che contengono la verità” (Hebe).
Tale è la forza delle loro parole d’ordine.
Tutto l’opposto dell’uso che le dittature fanno del linguaggio, nel quale le parole servono per stornare la realtà dalla realtà; nel l’eufemismo “volo” invece che “gettare vivo in mare” è un modo per nascondere a se stessi e al mondo la realtà delle azioni compiute, nel quale l’etichettamento -pazze, terroristi - aiuta ad ingenerare in noi un senso di distanza e nell’altro un senso di non appartenenza al consorzio umano.
Sarà per questo che le madri non vogliono che si parli di bambini di strada: in questo modo diventano della strada e possiamo non occuparcene, ma se sono bambini, sono nostri, e a noi adulti spetta prendersi cura di loro.

Con tutti questi mezzi cominciarono a spezzare il muro di omertà e di silenzio.
Nel 1978 ci furono i Mondiali di calcio. Le madri in un momento in cui tutta l’Argentina tifava per la nazionale furono forse le uniche a non esultare per le loro vittorie. E per questo erano considerate antipatriottiche oltre che pericolose. Il loro progetto era approfittare della presenza straniera per far sapere al mondo che l’Argentina non era i tre stadi nuovi costruiti a tempo di record, le strade aperte per l’occasione, la sospetta bravura nel calcio: l’Argentina erano i loro figli desaparecidos e i campi di concentramento.
E ci riescono: la troupe olandesi non filma la cerimonia inaugurale dei giochi ma va in piazza a riprendere la marcia delle Madri e la loro nazionale di calcio, arrivata seconda, non ritira la coppa.
Il mondo incomincia a reagire .
Le Madri dicono sempre che quello che ha permesso loro di sopravvivere, che ha impedito ad una dittatura brutale di farle sparire tutte, fu aver rotto l’isolamento e la solidarietà internazionale.
Teniamolo a mente.
Non tutte però sono sopravvissute: tre di loro furono sequestrate nel dicembre del 1977 e poi scomparvero. In questa occasione, in riconoscenza per quanto hanno fatto, permettetemi di ricordarne i nomi delle Madri delle Madri: Azucena Villaflor De Vincenti, Esther Balestrino de Careaga, Mary Ponce.

Chiedere, incontrarsi, dire, stringere relazioni: è proprio quello che tutte le dittature maggiormente reprimono perché sanno che possono esistere solo se il legame tra generazioni viene spezzato, le relazioni famigliari sconvolte, i rapporti tra vicini avvelenati dal sospetto della delazione. Quando il tessuto sociale si sfrangia e si corrompe, la società si atomizza e tutto può succedere.
Per questo quando nel giugno 1982, dopo la catastrofica avventura delle isole Falkland, la dittatura cade, o oggi che l’attuale Presidente argentino Kirchner si dice figlio delle Madri di Piazza di Maggio, esse non sentono di aver raggiunto il loro scopo, perché sanno che il lavoro di tessitura sociale non ha fine.
Non si può che continuare a marciare…
Nel fare della lotta hanno imparato che perché in Argentina come nel resto del mondo, Nunca màs 2 (Mai più) non sia solo un urlo di dolore o un angoscioso richiamo, bisogna sempre continuare a tessere relazioni e occuparsi di chi ha difficoltà o stenta in questo tessuto ad inserirsi.
Che è poi il compito di ogni educatrice ed educatore, il senso “vero”del lavoro che noi tutte e tutti portiamo avanti nella Facoltà in cui lavoriamo, il senso vero del fare Università. Poter vivere in una società che non esclude e lavorare perché possa essere tale, operando nella quotidianità della vita e del lavoro, facendo di questo un sapere.

Storia vivente
Le Madri in più di una occasione hanno sostenuto che a loro non interessa la memoria o il ricordare come azione politica. Il ricordo, la memoria di quanto è successo ai loro figli è cosa intima. Non vogliono ricordare né le torture né gli abusi sessuali, né tutto un apparato di morte (sarebbe come violarli una seconda volta). Non vogliono risarcimenti, lapidi; non intendono fare di quanto è successo ai loro figli un monumento.
Nell’università de La Plata all’ingresso c’è oggi una lastra di marmo con su scritto i nomi dei desaparecidos: i ragazzi che vanno lì a studiare non sanno niente di loro, di quali vite e destino si celino dietro a quei nomi e non si chiedono perché questa lapide, cosa è successo. (Hebe)
La storia dei loro figli vogliono che sia storia vivente: continuare quello che i figli avevano iniziato a fare, fare anche loro quello che i figli facevano.
Per questo lavorano con i giovani e per loro, si occupano dei bambini che vivono nella strada, continuano ad andare puntualmente in piazza, luogo di lotta e di conquista, hanno aperto la casa delle Madri, una scuola, una università, una stamperia, un centro culturale, un caffè letterario. Fanno corsi di ceramica, laboratori di scrittura, di comunicazione mediatica. Lavorano e si preoccupano perché le nuove generazioni possano vivere con dignità, pensare, studiare, dissentire, criticare, far lavoro politico senza che nessuno li reprima come è successo ai loro figli.


Abbiamo preso un profondo impegno con i nostri figli di non abbandonarli mai

Come sono riuscite in questo? Le madri dicono che l’unica lotta persa è quella che si abbandona.
La loro bussola, la forza interiore che le ha sempre sostenute è stata la riconoscenza per quello che i figli e le figlie avevano fatto e per cui erano stati fatti sparire.
Abbiamo preso un profondo impegno con i nostri figli di non abbandonarli mai (Hebe).
Dopo aver accettato che non sarebbero più tornati, esse hanno fatto un doloroso passaggio dall’impegno per il loro ritorno, all’impegno con quanto loro avevano fatto, credevano e speravano.
Non erano stati fatti sparire a caso. Spariva chi voleva un mondo migliore e lavorava perché si potesse realizzare, sparivano i giovani e ci si impossessava dei bambini. Centinaia di bambini vennero dati in adozione alla nascita ad amici di chi ne aveva ucciso la madre, cancellandone nome ed origini.
Si eliminava la possibilità stessa di un futuro diverso da quello progettato dalla dittatura. Un vero e proprio genocidio generazionale, una rottura cinica e spietata di genealogie.
Abbiamo preso un impegno irrinunciabile con i nostri figli, dicono le Madri.
Le madri non possono rimetterli al mondo, ma possono fare qualcosa dell’ordine della vita, della creazione : e costruiscono legami sociali e un mondo più simile a quello che i figli desideravano.
Il loro dolore si converte in lotta..
E’ per questo, soprattutto per questo che le madri non hanno mai accettato la morte dei figli.
Per le madri niente morte. Vita” (Beba).
La loro vita è stata ed è testimonianza della resistenza della vita sulla morte, del dar vita materno sul dar morte dei regimi.
La morte che loro combattono non è l’umano fine di ogni vita. E’ alla morte imposta, alla morte anonima, che è la vera faccia del potere, che si ribellano.

Socializzazione della maternità

Sopportare la scomparsa di un figlio non si può spiegare, non me lo spiego nemmeno io; noi Madri non ce lo spieghiamo ancora.
Le madri avevano iniziato a portare il fazzoletto bianco che oggi le distingue, negli anni della dittatura come un modo per riconoscersi ed identificarsi reciprocamente nei raduni che il regime faceva per autocelebrarsi, per imporre la loro lettura di quanto stava avvenendo. Le madri partecipavano per far sentire un’altra voce, per dare con la loro presenza esistenza ai figli.
All’inizio si misero in testa un pannolino dei figli , poi un fazzoletto bianco di batista su cui era scritto il nome dei figli, delle figlie scomparse, portavano una loro fotografia sul petto, cartelli con le loro immagini.
Ma quando iniziarono a vedere che c’erano madri che non venivano in piazza, madri che erano morte, altre che non osavano combattere o non volevano, altre che cercavano persino di ignorare la scomparsa dei figli, capirono che non potevamo lasciare soli e dimenticati tutti quei ragazzi e ragazze che non avevano nessuno a lottare per loro.
Abbiamo capito che dovevamo farci madri di tutti. E’ stato un passaggio lungo, che abbiamo chiamato socializzazione della maternità, anche se le parole, come sempre, sono venute dopo; prima è venuto il sentimento che ci ha spinte (.Hebe)
Togliere il nome dal fazzoletto, la fotografia dal petto, non portare più il cartello con la loro immagine, segnalò il passaggio. Alcune di noi perché la cosa non fosse troppo violenta cominciarono scambiandosi le foto dei figli e così si marciava con il figlio, con la figlia di un’altra; tutto così si realizzò più dolcemente. (
Man mano, lentamente, ognuna con il tempo che le era necessario, diventarono le madri dei trentamila desaparecidos: li rivendichiamo tutti, li amiamo tutti, li difendiamo tutti . Tutti stavano facendo qualcosa di giusto e di bello, tutti a modo loro e come hanno creduto e potuto.
La socializzazione della maternità fu una decisione molto importante: dimostra come tutto, a partire dalla cosa più sacra che è la maternità, si possa condividere e socializzare.( Beba)
Fu capire che non si poteva scegliere, escludere, privilegiare. Fu stare alla lezione dei figli e delle figlie, quello per cui avevano lottato: stavamo davvero imparando da loro che avevano a cuore tutti.
“Gli altri sono io” dicono le madri, facendo dell’ empatia e della responsabilità quotidiana della vita e del vivente il loro impegno e la loro politica.


Apprendere dai figli

Le Madri non si stancano di ripetere di essere figlie dei loro figli, messe da loro al mondo della consapevolezza di ciò che dobbiamo agli altri , oltre che a noi stessi e alla nostra famiglia.
Credo che sia bello per ogni mamma guardare i propri figli, già quando sono piccoli, pensare quanto ha da imparare da loro ogni giorno; il rapporto che un adulto può avere con un bambino è uno scambio meraviglioso (...)la loro allegria diventa la tua”. (Hebe)
Lo scambio generazionale è importante nell’accrescere l’esperienza di ciascuno di noi e non è a senso unico.
Ma le Madri non si fermano ad apprendere dai loro figli piccoli, attraverso la loro lotta hanno capito meglio i figli e le figlie e hanno capito che questo è lo scambio più vitale che ci può essere nelle famiglie, come nella scuola o all’università, sapere apprendere gli uni dagli altri.
L’energia che deriva dal riconoscimento di questo debito reciproco, il praticarlo insegnando ed apprendendo gli uni dagli altri , il saper restituire in forma accresciuta ed elaborata ciò che gli altri ci hanno dato è una delle cose più importanti che possiamo tutte e tutti guadagnare dalla loro esperienza.
Grazie alle Madri e a Hebe.

Letizia Bianchi


Intervento di Hebe Maria de Bonafini in occasione del conferimento della Laurea ad honorem in Pedagogia, Facoltà di Scienze della Educazione, Bologna, 17 settembre 2007.

Accetto questa laurea a nome delle mie compagne, a nome di tutti i nostri figli: la dedico ai trentamila desaparecidos argentini.
Condivido questa laurea con mia figlia Alexandra che sin da piccola mi ha accompagnata in questa lotta e ha permesso che io potessi realizzare tutto questo.
Questa lotta, anche se siamo state sole, non l’abbiamo fatta da sole.
Questa marcia che come una goccia che corrode la pietra noi continuiamo a fare, è una marcia che dice che abbiamo bisogno di continuare e di andare avanti, anche a cercare giustizia perché tanti ancora oggi sono gli assassini in libertà .
Quello che voglio dire , comunque è che la rivoluzione non finisce, che la rivoluzione si costruisce giorno per giorno. Noi ci sentiamo rivoluzionarie.
La rivoluzione si fa quando noi riusciamo a trasformare la società che ci dice che non si deve fare questo o quello, che non si può: ma noi sappiamo che si può.
La complicità è stata grande; non è stata solo la dittatura a fare quello che ha fatto, ma la chiesa, i partiti, i sindacati e la grande borghesia argentina che voleva la nostra patria tutta per sé. Noi Madres abbiamo inventate tanti modi per urlare, per gridare al mondo ciò che stava succedendo in Argentina, per dire la verità di quanto stava succedendo … e la solidarietà è arrivata. Molto di quanto abbiamo fatto lo dobbiamo a voi,qui in Italia e in tutto il mondo. Grazie.
Ci sono due cose importanti che voglio dire a voi tutti che siete presenti: intanto che per iniziare una lotta, non si deve pensare che per farla bisogna essere in tanti : una sola basta per iniziare e due è già un gruppo e da lì si può andare avanti…
Noi Madri sappiamo bene che la lotta individuale non serve: ciò che ci ha mantenute vive è stato lo stare insieme tutte le ore, tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi, gli anni, tutto questo tempo.
Soprattutto ci ha mantenuto vive aver ascoltato e continuare ad ascoltare i nostri figli. Sono stati loro che ci hanno insegnato il modo di ascoltare il mondo.
Ogni giorni ci siamo dovute inventare qualcosa. I primi anni non avevamo un posto dove riunirci, avevamo solo la strada. Ci portavano in prigione ogni giovedì, ci chiudevano nel commissariato e ci picchiavano.
Ma noi avevamo molto chiaro che la cosa più importante era la vita dei nostri figli, dovevamo fare di tutto per salvarla. E per noi continuano a vivere anche oggi, anche se sappiamo che li hanno buttati a mare: oggi sono qui con noi, tra noi.
Noi abbiamo socializzato la maternità: è molto bello avere trentamila figli e che ogni figlio abbia tante madri.
Ci hanno anche proposto un risarcimento in denaro per i nostri figli, per chiudere la vicenda. Noi non abbiamo accettato. Volevano pagare con denaro ciò che dovevano pagare con la giustizia.
E’ un onore per noi ricevere questa Laurea. Noi amiamo i giovani e i bambini.
Le Madri hanno tra gli ottanta e i novanta anni; finchè ce ne sarà una continuerà la lotta, poi la lasceremo ai giovani.
Noi abbiamo costruito biblioteche, università e oggi stiamo costruendo anche delle case : lo scopo è portare educazione.
Invito tutti coloro che vengono a Buenos Ayres a passare dalla casa delle Madres, passando per la Plaza de Mayo. Perché dovete sapere che tutto quello che abbiamo, che abbiamo messo in piedi in tutti questi anni non ci appartiene, ma appartiene al mondo che in tutti questi anni ci ha accompagnato.
Permettetemi infine di dialogare un momento con i miei figli, con tutti i trentamila : “Non sarà mai inutile il sangue versato, servirà per liberare questa America Latina abbandonata a se stessa”.

Grazie mille.




RED DE RESISTENCIA ALTERNATIVA (segue traduzione italiana)

Manifiesto Inaugural
1. Resistir es crear.
Contrariamente a la posición defensiva en la cual se encuentran a menudo los movimientos y
grupos contestatarios o alternativos, nosotros pensamos que la verdadera resistencia pasa por la
creación, aquí y ahora, de los lazos y las formas alternativas iniciadoras de movimientos, grupos y
personas que, a través de una militancia por la vida, superan al capitalismo y a la reacción. Nosotros
creemos que, a nivel internacional, asistimos hoy al comienzo de una contraofensiva, después de un
largo tiempo de dudas, marchas atrás y destrucción de las fuerzas alternativas. Este retroceso ha
sido aprovechado ampliamente por las fuerzas del neoliberalismo y el capitalismo para destruir una
buena parte de lo que cientocincuenta años de luchas revolucionarias habían construido. Así, resistir
es crear las nuevas formas, las nuevas hipótesis teóricas y prácticas que estén a la altura del desafío
actual.
2. Resistir a la tristeza
Vivimos una época profundamente marcada por la tristeza. No sólo la tristeza de los llantos sino, y
sobre todo, la tristeza de la impotencia. Los hombres y las mujeres de nuestro tiempo viven en la
certeza de que la complejidad de la vida es tal que lo único que podemos hacer, so pena de
aumentarla, es someternos a la disciplina del economicismo, el interés y el egoísmo. La tristeza
social e individual nos corroe y nos convence de que no tenemos más los medios de vivir una
verdadera vida y así nos sometemos al orden y a la disciplina de la sobrevida. El tirano necesita la
tristeza porque así, cada uno de nosotros se aísla en su pequeño mundo, virtual e inquietante, pero a
la vez los hombres tristes necesitan del tirano para justificar su tristeza. Nosotros creemos que el
primer paso contra la tristeza (la forma en que existe en nuestras vidas el capitalismo) es la creación
de lazos solidarios y concretos. Romper el asilamiento, crear solidaridades es el principio de un
compromiso, de una militancia que no funciona más "contra" sino "por" la vida, la alegría, a través
de la liberación de la potencia
3. Resistencia es multiplicidad
La lucha contra el capitalismo, que no puede reducirse a la lucha contra el neoliberalismo, implica
prácticas de multiplicidad. El capitalismo ha inventado un mundo único y unidimensional, pero ese
mundo no existe "en sí". Para existir exige nuestra sumisión y nuestro acuerdo. Ese mundo
unificado, que es un mundo devenido mercancía, se opone a la multiplicidad de la vida, se opone a
las infinitas dimensiones del deseo, de la imaginación y de la creación. Se opone,
fundamentalmente, a la justicia. Es por eso que nosotros creemos que toda lucha que se pretenda
global o totalizante contra el capitalismo queda atrapada en la estructura misma del capitalismo, es
decir, la globalidad. La resistencia debe partir y desarrollar las multiplicidades mediante la creación
de lazos de solidaridad y ayuda, pero en ningún caso una dirección o estructura que globalice, que
centralice estas luchas.
4. Resistir es un centro difuso
Una red de resistencia que respete la multiplicidad es un círculo que posee, poética y
paradojalmente, su centro en todas partes.
5- Resistir es no desear el poder
Ciento cincuenta años de revoluciones nos enseñaron que, contrariamente a la visión clásica, el
lugar del poder, los centros de poder, son a la vez centros de mínima potencia o bien de impotencia.
El poder se ocupa -por así decirlo- de la gestión, y no tiene, en sí mismo, la posibilidad de modificar
desde arriba la estructura social si la potencia de los lazos reales en la base no se lo permiten. La
potencia se encuentra así tendencialmente separada del poder constituido. Es por ello que nosotros
pensamos que lo que sucede "arriba" es del orden de la gestión y la política, en el sentido noble, es
lo que sucede "abajo", en el ámbito del poder constituyente. Es por ello que la resistencia alternativa
será potente en la medida en que abandone la trampa de la espera, es decir, el dispositivo político
clásico que posterga, invariablemente a un "mañana", a un después, el momento de la liberación.
Los "amos liberadores" nos piden la obediencia hoy en nombre de una liberación que veremos
mañana, pero mañana es siempre mañana. Es por esto que nosotros proponemos a los amos
liberadores (comisarios políticos, dirigentes burocratizados y otros militantes tristes) la liberación
aquí y ahora y la obediencia, mañana.
6. Resistir a la serialidad
El poder mantiene y desarrolla la tristeza apoyado en la ideología de la inseguridad. El capitalismo
no puede existir sin serializar, sin dividir, sin separar. Y la separación triunfa cuando, poco a poco,
la gente, los pueblos, las naciones viven obsesionados por la inseguridad. Nada es más fácil a
disciplinar que un pueblo de ovejas convencido de que son, todos y cada uno, un lobo para otro. La
inseguridad y la violencia son reales, pero solamente en la medida en que lo aceptemos; es decir,
que aceptemos esta ilusión ideológica que nos hace creer que somos, cada uno de nosotros, un
individuo aislado del resto. Vive el hombre triste como si hubiera sido arrojado a un decorado; los
otros son figurantes. La naturaleza, el mundo y los animales son "utilizables", y cada uno de
nosotros, el protagonista central y único de nuestras vidas. El individuo no es ya una persona, el
individuo es una ficción, una etiqueta; la persona, en cambio, es cada uno de nosotros pero a
condición de abrir los ojos a la realidad de nuestra pertenencia a este todo sustancial que es el
mundo. Se trata de rechazar las etiquetas de: profesión, nacionalidad, estado civil, desocupados,
empleados, discapacitados, etc., detrás de las cuales el poder intenta uniformar y aplastar la
multiplicidad que cada uno de nosotros es. Pero nosotros somos multiplicidades mezcladas con
multiplicidades. Es por eso que el lazo social no es algo que haya que construir sino, más bien,
asumir. Los individuos, las etiquetas, viven y refuerzan el mundo virtual. Reciben noticias de sus
propias vidas a través de la pantalla de la televisión. La resistencia alternativa implica dar un lugar
al real de los hombres, las mujeres, la naturaleza. Los individuos se encuentran como tristes
sedentarios atrapados en sus etiquetas y roles. Es por ello que la alternativa implica asumir un
nomadismo libertario.

7. Resistir sin amos
La creación de una vida diferente pasa, fundamentalmente, por la creación de alternativas, de
modos de vida, de modos de desear. Si nosotros deseamos lo que posee el amo, si nosotros
deseamos de la misma manera que el amo, estaremos condenados a repetir las famosas revoluciones
pero, esta vez, en el sentido que en la física tiene la palabra "revolución", es decir, una vuelta
completa a un mismo punto. Se trata así de inventar y de crear en lo concreto nuevas prácticas e
imágenes de felicidad. Si nosotros pensamos que solamente se puede ser feliz a la manera
individualista del amo y pedimos una revolución que nos de satisfacción estaremos condenados
eternamente a cambiar de amos. Hay que crear un comunismo no de la necesidad sino del goce que
da la solidaridad. No se debe compartir a la manera triste, es decir, porque estemos obligados. Hay
que descubrir el goce de una vida más plena, más libre. En la sociedad de la separación, de la
atomización, es decir, en la sociedad capitalista, los hombres y las mujeres no encuentran lo que
desean, deben contentarse con desear lo que encuentran. La separación es separación así de los unos
con los otros, de cada uno de nosotros con el mundo, del trabajador con su producto, pero a la vez
de cada uno de nosotros, separados, exiliados de nosotros mismos. Es la estructura de la tristeza.
8. Una política de la libertad
En efecto, la política, en su sentido profundo, se conecta con las prácticas emancipatorias, con las
ideas y las imágenes de felicidad que derivan de ellas. La política es la fidelidad con una búsqueda
activa de la libertad. En contra de esta idea de la política se alza la política como gestión de la
situación tal como aparece dada.
La gestión es un momento, es una tarea, es un aspecto. Pero este elemento se pretende el todo. Se
reclama el todo de la política. Demanda toda la atención y jerarquiza las prioridades, limitando,
frenando e institucionalizando las energías vitales que la rebasan. La gestión es representación, y la
representación, como tal, es solo parte del movimiento real. Este -movimiento real- no necesita de
la representación para vivir, y ésta -presentación-, en cambio, tiende a acotar la potencia de la
presentación.
La política revolucionaria es aquella que persigue en todo momento la libertad pero no en tanto
asociada esencialmente a hombres o instituciones, sino como un devenir permanente que no acepta
atarse, fundirse, encarnarse ni institucionalizarse. La búsqueda de la libertad se vincula con la
constitución del movimiento real, de la crítica práctica, del cuestionamiento permanente y del
desarrollo ilimitado de la vida.
En este sentido la política revolucionario no es lo contrario de la gestión. En todo caso a lo que se
opone la política es a la separación y la reificación de la geatión. Esta, como parte del todo, es parte
de la política. La gestión como queriendo ser el todo de la política, en cabio, es precisamente el
mecanismo de la virtualización que nos sumerge en la imoptencia.
La política como tal no es sino la armonía de la multiplicidad de la vida en conflicto permanente
contra sus propios límites. La libertad es el despliegue de sus capacidades y potencias, la gestión es
solo un momento limitado y circunscrito en que este despliegue se representa.
9. Resistencia y contracultura
Resistir es crear y desarrollar contrapoder y contracultura. La creación artística no es un lujo del
hombre, es una necesidad vital de la cual las inmensas mayorías se encuentran privadas. En la
sociedad de la tristeza, el arte fue separado de la vida, más aún, el arte está cada vez más separado
del arte mismo, porque está poseído, gangrenado por los valores mercantes. Es por ello que los
artistas entienden, quizás mejor que muchos, que resistir es crear. A ellos también nos dirigimos,
para que la creación supere la tristeza, es decir, la separación, para que la creación pueda liberarse
de la trampa del dinero y recupere su lugar en el seno de la vida.
10. Resistir a la separación
Resistir es, a la vez, superar la separación capitalista entre teoría y práctica, entre el ingeniero y el
obrero, entre la cabeza y el cuerpo. Una teoría que se separa de las prácticas se transforma en una
idea estéril. Es así como, en nuestras universidades, existen miríadas de ideas estériles, pero a la vez
las prácticas que se separan de la teoría se condenan a desaparecer por fatiga en una suerte de
autoreabsorción. Resistir, entonces, es crear los lazos entre las hipótesis teóricas y las hipótesis
prácticas, que todo aquel que sepa hacer algo sepa también transmitirlo a aquellos que desean
liberarse. Creamos así las relaciones, los lazos que potencian teorías y prácticas de emancipación,
de espaldas a los cantos de sirena que nos proponen "ocuparnos de nuestras vidas" y, de esa manera,
respondemos que nuestras vidas, porque no son más sobrevidas, se extienden más allá de los límites
de nuestra piel.

11. Resistir a la normalización
Resistir significa, a la vez, deconstruir el discurso falsamente democrático que pretende ocuparse de
los sectores y la gente excluida. En nuestras sociedades, no existen los "excluidos"; en nuestras
sociedades, estamos todos incluidos de maneras diferentes, de maneras más o menos indignas y
terribles, pero incluidos. La exclusión no es un accidente, no es un exceso. Lo que ellos llaman
exclusión e inseguridad es lo que nosotros debemos ver como la esencia misma de esta sociedad
que ama la muerte. Es por esto que luchar contra las etiquetas implica nuestro deseo de contactarnos
con las luchas de los denominados "anormales" o discapacitados. Nosotros decimos que no hay
hombre o mujer anormal, no hay hombre o mujer discapacitados. Existen personas y modos de ser
diferentes. Las etiquetas actúan como minicampos de concentración donde cada uno de nosotros
está definido por un nivel dado de impotencia. Lo que nos interesa es la potencia, la libertad. Un
discapacitado existe solamente en una sociedad que acepta la división entre fuertes y débiles. Si
nosotros rechazamos esto, que es la barbarie, no podemos guardar el encasillamiento, la selección
del capitalismo. Es por ello que la alternativa implica un mundo donde cada uno de nosotros asume
su fragilidad y donde cada uno de nosotros desarrolla lo que puede, con los otros y por la vida.
Conocemos, por ejemplo, la increíble riqueza de la cultura sorda, creada una vez que hombres y
mujeres de coraje han sabido hacer estallar la prisión de la taxonomía médica, de la misma manera
la lucha contra la psiquiatrización de la sociedad, y tantas otras luchas que, lejos de ser pequeñas
luchas por un poco más de espacio, son verdaderas creaciones que enriquecen la vida. Por eso,
invitamos también a resistir con nosotros a los grupos de lucha contra la normalización disciplina
médico-social.
Otro tanto sucede con las formas de disciplinamiento propia de los sistemas educativos. La
normalización opera aquí como una amenaza permanente de fracaso o desempleo. Existen en
cambio experiencias paralelas, alternativa y diversas respecto de la escolarización en las que los
problemas ligados a la educación se despliegan en una lógica diferente.
Discapacitados, desocupados, jubilados, culturas marginadas, homosexuales, son todas formas de
clasificación sociológica que operan separando y aislando a partir de la impotencia, de lo que no
pueden hacer, tornando unilateral y pobre, lo múltiple, lo rico, lo que puede ser visto como pleno de
potencia.
12. Resistir al repliegue
Resistir es, también, rechazar la tentación de un repliegue de identidad que separe nacionales de
extranjeros. La inmigración, los flujos migratorios no son un problema, son una profunda realidad
de la humanidad, desde siempre y para siempre. No se trata de ser filantrópicamente bueno para con
los extranjeros, se trata de desear la riqueza que el mestizaje produce. Resistir es crear lazos entre
los "sin", sin techo, sin trabajo, sin papeles, los sin dignidad, los sin tierra, todos los sin que no
poseen el "buen color de piel", la buena práctica sexual, etc. Una unión de sin, una fraternidad de
los sin, no para ser "con" sino para construir sociedades donde no existan más los sin y los con.

13. Resistir a la ignorancia
Nuestras sociedades que se pretenden culturas científicas son, en realidad, desde un punto de vista
histórico y antropológico, el modo de sociedad que ha producido el máximo grado de ignorancia
que la epopeya humana haya conocido. Si en toda cultura los hombres poseían técnicas, nuestra
sociedad es la primera propiamente poseída por la técnica. Noventa por ciento de nuestros
contemporáneos son incapaces de saber lo que pasa entre el momento en que ellos aprietan los
botones y el momento en que el efecto deseado se produce. El noventa por ciento de nuestros
contemporáneos ignoran la casi totalidad de los resortes y mecanismos del mundo en el cual viven.
Así, nuestra cultura produce hombres y mujeres ignorantes que, al sentirse exiliados de su medio,
pueden destruirlo sin más. La violencia de este exilio es tal que, por primera vez, la humanidad se
encuentra frente a la real y concreta -quizás inevitable- posibilidad de su destrucción. Nos dicen que
dada la complejidad de la técnica los hombres deben aceptarla sin comprenderla, pero el desastre
ecológico muestra que aquellos que creen comprender la técnica están lejos de manejarla. Es
urgente crear colectivos, núcleos, foros de socialización del saber para que los hombres puedan
nuevamente hacer pie en el mundo real. Hoy en día, la técnica de la genética nos pone al borde de
una selección entre los seres humanos de acuerdo a criterios de productividad y beneficio. El
eugenismo, en nombre del bien, inhumaniza la humanidad. Nos dicen, desde las pantallas que
ordenan nuestras vidas, que ya podemos proceder a la clonación de un ser humano, y nuestra triste
humanidad desorientada ignora qué es un ser humano. Estas son cuestiones profundamente políticas
que no deben quedar en manos de los técnicos. La res pública no debe devenir en res técnica.
14. Resistencia permanente
Resistir es afirmar que, contrariamente a lo que pudimos creer, la libertad no será nunca un puerto
de llegada. Paradojalmente, la esperanza nos hunde en la tristeza. La libertad y la justicia existen
solamente aquí y ahora, en y por las vías que la construyen. No hay amo bueno ni utopía realizada.
La utopía es el nombre político de la esencia misma de la vida, es decir, el devenir permanente. Es
por esto que el objetivo de la resistencia no será jamás el poder. El poder y los poderes están ellos
condenados a no alejarse demasiado de lo que un pueblo desea. Es por ello que es siempre una
actitud de esclavo creer que el poder decide el real de nuestras vidas. Es por ello que el hombre
triste -decíamos- necesita al tirano. No es suficiente pedir a los hombres que ocupan el poder que
dicten tal o cual ley, separadas de las prácticas de la base social. No podemos, por ejemplo, pedir a
un gobierno que dicte leyes de solidaridad con los extranjeros si en la base social no construimos
esta solidaridad. La ley y el poder, si son democráticos, deben reflejar el estado de la vida real de la
sociedad. Es por esto que nuestro problema no es que el poder sea corrupto y arbitrario. Nuestro
problema y nuestro desafío es la sociedad que este poder refleja, es decir, nuestra tarea, como
hombres y mujeres libres, es que existan los lazos de solidaridad, de libertad y amistad que impidan
realmente que el poder sea reaccionario. No hay más libertad que las prácticas de liberación.
15. La alternativa es lucha
No se puede realmente ser anticapitalista y aceptar, al mismo tiempo, las imágenes de felicidad y
realización que el mismo sistema genera. Si se desea ser como el amo, tener lo que el amo tiene, se
está en la posición del esclavo. El camino de la libertad es incompatible con el deseo del amo.
Precisamente de la resistencia surgen otras imágenes de la felicidad y de la libertad, imágenes
alternativas, ligadas a la creación y al comunismo.
Desear el poder del amo es lo opuesto a desear la libertad. Y la libertad es devenir libre, es lucha.
La composición de lazos aumenta la potencia, la separación capitalista la disminuye. La lucha por la
libertad es ya lucha comunista por recuperar y aumentar la potencia. En cambio el capitalismo opera
por abstracción, por serialización y reificación, descomponiendo lazos y sumergiéndonos en la
impotencia. Por eso la lucha por la libertad y la democracia son devenir permanente que no
encuentran encarnación definitiva. Por eso la lucha es siempre por encontrarse con la potencia, por
componer lazos, por alimentar el deseo de la libertad en cada situación concreta.
16. Resistencia obrera
La resistencia y la creación de sociedades nuevas exige que pensemos a la vez la cuestión del
llamado sujeto revolucionario, es decir, la clase obrera, personaje mesiánico dentro del historicismo
moderno. Contrariamente a lo que pretenden los sociólogos posmodernos de la complejidad, la
clase obrera no tiende a desaparecer. Simplemente, la función obrera se desplaza y se ordena
geográficamente. Así, si en los países centrales numéricamente hay menos obreros, la producción se
ha desplazado hacia los llamados países periféricos, donde la explotación brutal de hombres,
mujeres y niños garantiza enormes beneficios a las empresas capitalistas. Así, en los países
centrales, mediante la evocación de la inseguridad y el miedo, se proponen a las clases populares
alianzas nacionales para mejor explotar al tercer mundo. Nosotros decimos que la producción
capitalista es una producción difusa, desigual y combinada. Es por ello que la lucha, la resistencia
debe ser múltiple, pero a la vez solidaria. No existe liberación individual o sectorial. La libertad se
conjuga solamente en términos universales, o dicho de otra manera, mi libertad no termina donde
comienza la libertad de otro, sino que mi libertad no existe sino bajo la condición de la libertad del
otro. Nosotros pensamos que si bien no existe un sujeto revolucionario, existen, de todas maneras,
sujetos múltiples revolucionarios. Hoy en día, vemos florecer coordinadoras, colectivos y grupos de
trabajadores que desbordan en sus reivindicaciones ampliamente las luchas sectoriales. Estas luchas
deben en cada singularidad, en cada situación concreta, superar los encasillamientos del amo, es
decir, rechazar la separación entre empleados y desocupados, entre nacionales y extranjeros. No
porque el empleado, el nacional, hombre, blanco sea caritativo con el desempleado, el extranjero, la
mujer, el discapacitado, el menor, sino porque toda lucha que acepte y reproduzca estas diferencias
-hay que decirlo, claramente y de una buena vez por todas- es una lucha que, por más violenta que
sea, respeta y refuerza el capitalismo.
Pero la función obrera también se desplaza en otro sentido. De la fábrica clásica como espacio
físico privilegiado de constitución de valor a la fábrica social, en que el capital asume la tarea de
coordinar y subsumir todas y cada una de las actividades sociales. El valor se difumina por toda la
sociedad. Circula a través de las múltiples formas del trabajo. La acumulación capitalista se amplía
al todo de la sociedad y, por tanto, puede ser saboteada en cualquier punto del circuito, mediante
actos de insubordinación. El trabajo valoriza al mundo de formas múltiples mediante la
combinación de un complejo de tareas puramente técnicas, profesionales, administrativas y
creativas sean manuales o intelectuales. En la base de todo el proceso está la potencia de la
cooperación como la fuerza productiva del valor.

17. Trabajo y el no trabajo
Parte de la construcción de las jerarquías y clasificaciones que se nos imponen parten de la
confusión de la división técnicas del trabajo y la división social del trabajo. Es que bajo la noción de
trabajo entendemos dos cosas diferentes. Por un lado una actividad constitutiva, antropológica u
ontológica del hombre, el conjunto de las relaciones sociales que nos conforman, la perspectiva
materialista de la sociedad y la historia. Pero por otro lado el trabajo es ese deber, alienante, esa
esclavitud moderna bajo la que el capital nos separa en clases. Es aquello que nos hace sufrir
cuando lo tenemos y cuando no lo tenemos. Abolir el trabajo en este último sentido es realizar las
posibilidades de la idea comunista del trabajo, la del primer sentido.
Las jerarquías que se fundan en la unimidimensionalización de la vida en la cuestión del trabajo
alienado, en el empleo, son las que deben quedar disueltas en la apertura a la multiplicidad de
saberes y prácticas de la vida.
El trabajo, desde el punto de vista ontológico, el conjunto de las actividades que efectivamente
valorizan al mundo (técnicas, científicas, artísticas, políticas)son, a la vez, una fuente de
democratización radical y un cuestionamiento definitivo y total del capitalismo.

18. Resistir es construir prácticas
Resistir no es, entonces, tener opiniones. En nuestro mundo, contrariamente a lo que se cree, no hay
"pensamiento único"; hay cantidades de ideas diferentes. Lo que ocurre es que opiniones diferentes
no implican prácticas realmente alternativas y por lo tanto esas opiniones son solo opiniones bajo el
imperio del pensamiento único o sea, de la práctica única.Hay que parar con este mecanismo de la
tristeza que hace que tengamos opiniones diferentes y prácticas únicas. Romper con el mundo del
espectáculo significa no ser más espectadores de nuestra vida, espectadores del mundo. Atacar al
mundo virtual, este mundo que necesita para disciplinarnos, para serializarnos, que estemos todos y
cada uno a la misma hora frente al televisor para informarnos, no es, entonces, decir cómo debe ser
el mundo, la economía, la educación de manera abstracta. Resistir es construir millones de
prácticas, de núcleos de resistencia que no se dejen atrapar por lo que el mundo virtual llama
"seriedad". Ser realmente serio no es pensar la globalidad y constatar nuestra impotencia. Ser serios
implica construir, aquí y ahora, las redes y lazos de resistencia que liberen la vida de este mundo de
muerte. La tristeza es profundamente reaccionaria. Ella es comprensible pero no deja de ser
reaccionaria. La tristeza nos hace impotentes. La liberación, finalmente, es también liberación de
los comisarios políticos, en síntesis, de todos estos agrios y tristes amos liberadores. Es por esto que
resistir es también esta invitación a crear las redes que nos saquen del aislamiento. El poder nos
quiere aislados y tristes, sepamos ser alegres y solidarios.
Es en este sentido que nosotros no reconocemos la militancia como una elección individual. Todos
tenemos un determinado grado de compromiso. No existen los no militantes o los independientes.
Todos estamos ligados. La cuestión es saber por un lado qué grado de compromiso se tiene y, por
otro, saber en que lado de la lucha está uno comprometido.
19. Conectarse es potenciarse
Resulta imprescindible reflexionar sobre nuestras prácticas. Pensarlas, volverlas visibles,
inteligibles, comprensibles. Poder conceptualizar lo que hacemos es parte de la legitimidad de
nuestras construcciones y, además, de la socialización de saberes entre quienes pensamos haciendo
y hacemos pensando. Ser nosotros mismos lectores, pensadores y teóricos de nuestras prácticas para
evitar que nos empobrezcan con lecturas normalizadoras. Ser capaces de apreciar el valor de
nuestro trabajo.
20. Resistir es crear lazos.
Este manifiesto es una invitación no a adherir a un programa o menos aún a una organización.
Invitamos simplemente a los hombres y las mujeres, a los grupos y colectivos que se sientan
reflejados en estas preocupaciones a tomar contacto con nosotros, a contarnos vuestras experiencias
e inquietudes para comenzar aquí y ahora a destruir el aislamiento.
Nosotros pedimos a quienes en los distintos países llegue por diferentes medios este manifiesto
fotocopiarlo o difundirlo por los medios que disponga.
De nuestra parte, sin privarnos ni rechazar métodos como internet, pensamos que sería mejor que
este manifiesto pueda circular de manera mas concreta de mano en mano.
Todos aquellos que solos o juntos quieran producir comentarios, propuestas o relatos que nos los
hagan llegar. Nosotros nos comprometemos a hacerlo circular por la RED DE RESISTENCIA
ALTERNATIVA.
Al no proponernos construir un centro o dirección ponemos a disposición de los compañeros y
amigos el conjunto de los contactos de la R.R.A. para que éstos, proyectos y diálogos no se hagan
de forma concéntrica.
21. Colectivo de colectivos
Muchos de nuestros colectivos y grupos poseen revistas o publicaciones. En ellas se encuentran a
menudo experiencias y saberes que pueden ser provechosos para los otros grupos. La RRA se
propone acumular y poner a disposición de los otros grupos estos saberes libertarios que puedan
ayudar y potenciar la lucha de los compañeros.
Cientos de luchas se agotan por aislamiento o por falta de apoyo. Cientos de luchas se ven
obligadas, por así decirlo, a empezar de cero. Y cada lucha que fracasa no es sólo una
"experiencia", cada fracaso refuerza, vacuna al enemigo. De ahí la necesidad de ayudarnos, de crear
"retaguardias solidarias" para que cada persona, que en cualquier lugar del mundo luche a su
manera, en su situación, por la vida y contra la opresión pueda; contar con nosotros, como nosotros
esperamos contar con ustedes.
22. Anticapitalismo activo
El capitalismo no caerá desde arriba. Es por esto que en la construcción de las alternativas no hay
proyecto chico o proyecto grande.


Desde el otoño de Buenos Aires, 1999.
Firmas:
El Mate (Argentina)
Asociación Madres de Plaza de Mayo (Argentina)
Colectivo Amauta (Perú)
Malgré Tout (Pasís-Francia)
Colectif Che (Toulon-Francia)
Cllectif contre les expulsins (liege-Bélgica)
Centre Social (Bruselas-Bélgica)




Rete di resistenza alternativa Manifesto inaugurale

1. Resistere è creare
Contrariamente alla posizione difensiva in cui si trovano sovente i movimenti e i gruppi alternativi o di contestazione, noi pensiamo che la vera resistenza passi per la creazione, qui e ora, dei legami e delle forme alternative che diano inizio a movimenti, gruppi e persone che, tramite una militanza di vita, superino il capitalismo e la reazione. Noi crediamo che oggi, a livello internazionale, dopo un lungo periodo di dubbi, marce all’indietro e di distruzione delle forze alternative, si assista all’inizio di una contro offensiva. L’arretramento è stato ampiamente utilizzato dalle forze del neoliberalismo e del capitalismo per distruggere buona parte di quanto si era costruito in centocinquanta anni di lotte rivoluzionarie. Per questo resistere è creare nuove forme, nuove ipotesi teoriche e pratiche che siano all’altezza della sfida attuale.

2. Resistere alla tristezza
Viviamo in un’epoca profondamente segnata dalla tristezza. Non solo la tristezza dei pianti e dei lamenti, ma soprattutto la tristezza dell’impotenza. Le donne e gli uomini del nostro tempo vivono nella certezza che la complessità della vita è tale che non si può far altro, a rischio di aumentarla, che sottomettersi alle regole dell’economicismo, dell’interesse e dell’egoismo. La tristezza sociale ed individuale ci corrode e ci convince che non ci sono più i mezzi per vivere una vita vera: così ci sottomettiamo all’ordine e alla disciplina della sopravvivenza. Il tiranno ha bisogno della tristezza perché così ognuno di noi si isola nel suo piccolo mondo , virtuale e inquetante, ma a sua volta gli uomini tristi hanno bisogno del tiranno per giustificare la loro tristezza. Noi crediamo che il primo passo contro la tristezza ( nella forma che esiste nelle nostre vite il capitalismo) è la creazioni di relazioni di solidarietà e concreti. Rompere l’isolamento e creare legami di solidarietà è il principio di un impegno di una militanza che non funziona più contro ma per la vita e l’allegria, tramite la liberazione della potenza.
3. Resistenza è molteplicità
La lotta contro il capitalismo che non può essere ridotta alla lotta contro il neoliberismo, implica pratiche di molteplicità. Il capitalismo ha inventato un mondo unico e unidimensionale, ma questo mondo non esiste di per sé. Per esistere ha bisogno della nostra sottomissione del nostro accordo. Questo mondo unificato, questo mondo mercanzia, si oppone alla molteplicità della vita, si oppone alle infinite dimensioni del desiderio, della immaginazione e della creazione. Si oppone, fondamentalmente, alla giustizia. E’ per questo che noi crediamo che ogni lotta che si dice globale o totalizzante contro il capitalismo si impiglia nella struttura stessa del capitalismo , vale a dire, la globalità. La resistenza deve fendere e sviluppare le moltiplicità mediante la creazione di legami di solidarietà e aiuto, ma mai una direzione o struttura che globalizzi e centralizzi questa lotta.

4.Resistere è un centro diffuso
Una rete di resistenza che rispetti la molteplicità è un circolo cha ha il suo centro, poeticamente e paradossalmente , in tutti i luoghi.

5. Resistere è non desiderare il potere
Centocinquanta anni di rivoluzioni ci insegnano che al contrario della visione classica, il luogo del potere, i centri di potere, cono contemporaneamente centri di minima potenza ovvero di impotenza.
Il potere si occupa – per così dire – della gestione e non tiene in sè la possibilità di modificare dall’alto la struttura sociale se la potenza dei suoi legami sociali con la base non lo permette.
La potenza quindi è tendenzialmente separata dal potere costituito. E’ per questo che noi pensiamo che ciò che succede “in alto” è dell’ordine della gestione e la politica, nel suo significato nobile, è ciò che succede “in basso”, nell’ambito del potere costituente. E’ per questo che la resistenza alternativa sarà potente nella misura in cui abbandona la trappola dell’aspettare, vale a dire, il dispositivo politico classico che rimanda invariabilmente ad un domani, a un dopo, il momento della liberazione.
I “padroni liberatori” ci chiedono obbedienza oggi in nome di una liberazione che vedremo domani, però domani è sempre il giorno dopo. E’ per questo che noi proponiamo ai padroni liberatori (commissari politici, dirigenti burocratici e altri militanti tristi) la liberazione qui e ora e la obbedienza, domani.

6. Resistere alla serialità

Il potere mantiene e sviluppa la tristezza appoggiandola alla ideologia della insicurezza. Il capitalismo non può esistere senza serializzare, senza dividere e separare. E la separazione trionfa quando, poco per volta, la gente, i popoli, le nazioni vivono ossessionati dalla insicurezza. Nulla è più facile da comandare che un popolo di pecore convinto che tutti e ognuno sono lupi per gli altri. La insicurezza e la violenza sono reali, ma solo nella misura in cui le accettiamo, vale a dire che accettiamo questa illusione ideologica che ci fa credere che ognuno di noi sia un individuo isolato dagli altri. L’uomo triste vive come se fosse stato inserito in una scenografia: gli altri sono dei figuranti. La natura, il mondo e gli animali sono “strumentalizzabili” e ognuno di noi il protagonista centrale e unico delle nostre vite.
L’individuo non è di fatto una persona, l’individuo è una finzione, una etichetta; la persona , invece, è ognuno di noi ma a condizione di aprire gli occhi alla realtà della nostra appartenenza a questo tutto sostanziale che è il mondo. Si tratta di respingere le etichette di professione, nazionalità, stato civile, disoccupati, occupati, disabili, ecc. dietro a cui il potere cerca di uniformare e plasmare la molteplicità che ognuno di noi è. E inoltre noi siamo molteplicità mescolate con altre molteplicità. E’ per questo che il legame sociale non è qualcosa che si deve costruire, lo si deve piuttosto assumere . Gli individui, gli etichettamenti fanno vivere e rinforzano il mondo virtuale. Sappiamo di esistere se ce lo dicono gli schermi televisivi. La resistenza alternativa comporta dare luogo alla realtà degli uomini, delle donne, della natura. Gli individui si trovano ad essere sedentari tristi intrappolati nelle loro etichette e ruoli.
E’ per questo che una azione alternativa implica assumersi un nomadismo libertario.

7. Resistere senza padroni
La creazione di una vita diversa passa, fondamentalmente attraverso la creazione di alternative di modi di vita e di modi di desiderare. Se noi desideriamo quello che possiede il padrone, se desideriamo allo stesso modo del padrone, saremo condannati a ripetere le famose rivoluzioni, nel senso che la parola rivoluzione ha in fisica, vale a dire un giro completo che porta allo stesso punto. Si tratta così di inventare in concreto nuove pratiche ed immagini della felicità. Se pensiamo che si può essere felici solo alla maniera individualista dei padroni e cerchiamo una rivoluzione per avere quelle soddisfazioni saremo condannati eternamente a cambiare di padroni. Dobbiamo creare un comunismo non della necessità ma del godimento che viene dalla solidarietà. Non bisogna condividere in maniera triste, vale a dire perché ci siamo obbligati. Bisogna scoprire il godimento di una vita più piena e libera. Nella società della atomizazzione, della separazione, cioè nella società capitalista, gli uomini e le donne non trovano quello che desiderano e si devono accontentare di desiderare quello che trovano. La separazione è quindi separazione gli uni dagli altri, di ognuno di noi dal mondo, del lavoratore dal suo prodotto, e contemporaneamente da noi stessi, separati, esiliati da noi stessi. E’ la struttura della tristezza.

8. Una politica della libertà.
In effetti la politica nel suo significato profondo si connette alle pratiche emancipatorie e alle idee e alle pratiche di felicità che ne derivano. La politica è la fedeltà alla ricerca attiva della libertà. Contro questa idea di politica si erge quella di politica come gestione della situazione come appare essere data.
La gestione è un momento, un compito, un aspetto.Però quello che è una parte, pretende di dirsi come tutto. Si proclama come il tutto della politica. Domanda tutta l’attenzione e gerarchizza le priorità , limitando, frenando e instituzionalizzando le energie vitali che la superano. La gestione è rappresentazione e la rappresentazione, in quanto tale, è solo parte del movimento reale. Questo – il movimento reale – non necessita della rappresentazione per vivere e quella – la presentazione – invece viceversa tende a delimitare???la potenza della rappresentazione.
La politica rivoluzionaria è quella che in ogni momento ricerca la libertà ma non in quanto associata essenzialmente a uomini o istituzioni, ma come un divenire permanente che non accetta di attaccarsi,
fondarsi, incarnarsi o istituzionalizzarsi. La ricerca della libertà si vincola alla costituzione del movimento reale , della critica pratica, della interrogazione permanente e dello sviluppo illimitato della vita.
In questo senso la politica rivoluzionaria non è il contrario della gestione. E comunque quello a cui si oppone la politica è la separazione e la reificazione della gestione. Questa, come parte del tutto, fa parte della politica. La gestione che vuole essere il tutto della politica, l’architrave del tutto, è precisamente è proprio il meccanismo della virtualizzazione che ci sommerge nell’impotenza.
La politica in quanto tale non è altro che l’armonia della molteplicità della vita in conflitto permanente con i suoi propri limiti. La liberà è lo spiegamente delle sue capacità e potenzialità, la gestione è solo un momento limitato e circoscritto in cui questo dispiegamento di rappresenta.

9. Resistenza e controcultura

Resistere è creare e sviluppare contropotere e controcultura. La creazione artistica non è un lusso per l’uomo ma bensì una necessità vitale di cui la grande maggioranza è privata. Nella società della tristezza l’arte è stata separata dalla vita, di più l’arte è sempre di più separato dall’arte stessa , perché è posseduta, incancrenita dai valori mercantili. E’ per questo che gli artisti capiscono, forse meglio di tanti altri, che resistere è creare. Anche a loro ci rivolgiamo perché la creazione superi la tristezza, vale a dire, la separazione, perché la creazione possa liberarsi dalla trappola del denaro e ricuperare il suo
posto nel senso della vita

10. Resistere alla separazione.

Resistere è allo stesso tempo superare la separazione capitalista tra teoria e pratica, tra ingegnere e operaio, tra testa e corpo. Una teoria che si astrae dalla pratica si trasforma in un’idea sterile. Per questo nelle nostre università esistono miriadi di idee sterili e allo stesso tempo le pratiche che si separano dalla teoria si condannano a sparire per fatica in una sorte di autoassorbimento.Resitere quindi è creare legami tra le ipotesi teoriche e quelle pratiche , che tutti quelli che sanno fare sappiano anche trasmetterlo a chi desidera liberarsi. Creiamo le relazioni, i legami che potenziano le teorie e le pratiche di emancipazione; non diamo retta ai canti di sirena che ci propongono “occupatevi di voi”e rispondiamo che la vita, quando non è solo sopravvivenza, si estende molto al di là dei confini della nostra pelle.

11. Resistere alla normalizzazione

Resistere significa, talvolta, decostruire il discorso falsamente democratico che pretende di occuparsi dei settori e delle persone escluse. Nella nostra società non esistono gli “esclusi”, nella nostra società siamo tutti inclusi in maniera diversa, in modo più o meno indegno o terribile ma tutti inclusi. La esclusione non è un caso , né un eccesso. Quello che viene chiamata esclusione e insicurezza noi dobbiamo vederlo come l’essenza stessa di questa società che ama la morte. E’ per questo che lottare contro le etichette implica il nostro desiderio di metterci in contatto con la lotta di quelli che vengono definiti “anormali” o disabili. Noi diciamo che non ci sono uomini o donne anormali, uomini o donne
disabili. Ci sono persone e modi di essere diversi. Le etichette agiscono come un mini campo di concentramento dove ognuno di noi viene definito da un livello dato di impotenza. Qello che a noi interessa è la potenza e la libertà. Un disabile esiste solamente in una società che accetta la separazione tra forti e deboli. Se noi rifiutiamo tutto questo, vale a dire la barbarie, non possiamo conservare l’incasellamento e la selezione del capitalismo .
E’ per questo che l’aternativa implica un mondo in cui ognuno di noi assume la sua fragilità e in cui ciuascuno di noi sviluppa ciò che può, assieme agli altri e a favore della vita.
Conosciamo, ad esempio, la incredibile ricchezza della cultura dei sordi, creatasi quando uomini e donne coraggiosi hanno saputo far scoppiare la prigione della tassonomia medica; allo stesso modo la lotta contro la psichiatrizzazione della società e tante altre lotte che, lungi da essere piccole lotte per avere poco più spazio, sono vere creazioni che arricchiscono la vita. Per questoinviamo a resistere assieme a noi, anche i gruppi di lotta contro la normalizzazione delle discipline medico sociali.
Altrettanto succede con le forme di disciplinamento proprie dei sistemi educativi. La normalizzazione qui lavora come minaccia permanente di fallimento o disoccupazione. Esistono però esperienze parallele, alternative e diverse rispetto alla logica della scolarizzazione, in cui i problemi legati alla educazione si leggono secondo una logica diversa.
Disabili, disoccupati, pensionati, culture marginali, omosessuali, sono tutte forme di classificazione sociologica che operano separando e isolando a partire da una mancanza, da quello che non si può fare, e facendo diventare unilaterale e povero ciò che è ricco, ciò che può essere visto come pieno di potenzialità.

12. Resistere al ripiegamento

Resistere significa anche allontanare la tentazione di fissarsi su una idea di identità nazionale che separa i locali dagli stranieri. L’immigrazione, i flussi migratori, non sono un problema, sono una profonda realtà umana, da sempre e per sempre.Non si tratta di essere filantropicamente buoni con lo straniero ma di desiderare la ricchezza che il meticciato porta con sé. Resistere è creare legami tra tutti i “senza” – senza tetto, senza lavoro, senza documenti, senza dignità, senza terra; tutti quei senza che non hanno quelli con “il coloro giusto della pelle”, con la pratica sessuale giusta, ecc. Una unione di “senza”, una fratellanza di tutti i senza, non per diventare dei “con”, ma per costruire una società in cui non esistano più dei senza e dei con.

13. Resistere all’ignoranza

Le nostre società che si vogliono colte e scientifiche, in realtà, da un punto di vista storico e antropologico sono delle società che hannpo prodotto il massimo di ignoranza che la storia umana abbia mai conosciuto. Se tutte le società hanno posseduto delle tecniche, la nostra è la prima che è posseduta dalla tecnica. Novanta per cento dei nostri contemporanei non hanno le competenze che permettano loro di sapere che cosa succede dal momento in cui pigiano un bottone a quello in cui si produce l’effetto desiderato. Il novanta per cento dei nostri contemporanei ignorano la quasi totalità dei mezzi e dei meccanismi del mondo in cui vivono. Così la nostra cultura produce uomini e donne ignoranti che, sentendosi esiliati dai loro mezzi, li possono distruggere senza pensarci troppo. La violenza di questo esilio è tale che, per la prima volta nella storia, l’umanità si trova davanti alla reale e concreta possibilità della sua distruzione.Ci dicono che data la complessità della tecnica , dobbiamo accettarla anche senza capirla, però il disastro ecologico dimostra che quelli che credono di capire la tecnica sono ben lontani da saperla maneggiare. E’ urgente creare collettivi, nuclei, forum di socializzazione del sapere che aiutino gli uomini nuovamente a situarsi nel mondo reale. Oggi giorno la tecnica genetica ci ha posto sull’orlo di una selezione del genere umano secondo criteri di produttività e ottimizzazione. La eugenetica, in nome di ciò che è bene, disumanizza l’umanità. Ci dicono, dagli schermi televisivi che dettano le nostre vite, che è possibile clonare un essere umano, e la nostra triste umanità disorientata non sa neppure cosa è un essere umano.
Si tratta di questioni prettamente politiche che non devono essere lasciate ai tecnici. La “cosa” pubblica non deve diventare la “cosa” tecnica.

14. Resistenza permanente

Resistere è affermare che contrariamente a quanto si possa pensare la libertà non sarà mai un punto di arrivo. Paradossalmente la speranza ci affonda nella tristezza. La libertà e la giustizia esistono solo qui e ora e nelle vie e nel cammino che la costruiscono.N