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23/03/07 Maria Zambrano da:- La tomba di Antigone -






E nel momento in cui entravamo in una città, sapevo già, per molto pietosi che fossero i suoi abitanti, per molto benevolo che fosse il sorriso del suo re, io sapevo bene che non ci avrebbero dato la chiave della nostra casa. Nessuno ci si è mai avvicinato dicendoci: 'Eccovi la chiave della vostra casa, non avete che da entrare". C'è stata, sì, gente che ci ha aperto la sua porta e ci ha fatto sedere alla sua tavola, elargendoci anche più di una buona accoglienza. Ma eravamo ospiti, invitati. Né in nessuna di esse siamo mai stati accolti come ciò che eravamo, mendichi, naufraghi che la tempesta getta su una spiaggia come un relitto che è allo stesso tempo un tesoro. Nessuno ha voluto sapere cos'è che andassimo chiedendo. Che andassimo chiedendo, lo pensavano, perché ci davano molte cose, ci colmavano di doni, ci ricoprivano, come per non vederci, con la loro generosità. Noi, però, non era questo, che chiedevamo, noi chiedevamo che ci lasciassero dare. Perché portavamo qualcosa che né li né altrove, dove che fosse, nessuno aveva; qualcosa che quanti abitano stabilmente in una città non hanno mai; qualcosa che solamente ha chi è stato strappato alla radice, l'errante, colui che un giorno si ritrova senza nulla sotto il cielo e senza terra; colui che ha provato il peso del cielo senza terra che lo sostenga.
Nella nostra casa cresciamo come le piante, come gli alberi; la nostra fanciullezza è lì, non se n'è andata, però si dimentica. Nella nostra casa, nel nostro giardino, non abbiamo bisogno di avere tutto presente, tutto il giorno, né di tenere tutta la nostra anima all'erta, tutto all'erta il nostro essere. No: in essa dimentichiamo, ci dimentichiamo. La patria, la propria casa, è prima di tutto il luogo in cui si può dimenticare. Perché ciò che è stato depositato in un suo angolo non si perde. E basta che un giorno la chiarezza vi splenda in un certo modo perché qualcosa che sembrava cancellato per sempre si presenti, come uscendo dal mare, purificato e pieno di vita. E, se è un dolore, è un sollievo poterlo lasciare in qualche luogo appartato per andarlo a cercare quando si abbia l'animo di sopportarlo.
Perché i silenzi della casa e il suo rumore, quel ronzio di api che vanno e vengono, purificano e accompagnano. E quel suo tempo inesauribile e rinascente, come il Mare.
Così è la patria, Mare che raccoglie il fiume della moltitudine. Quella moltitudine, il Popolo, in cui uno procede senza macchiarsi, senza perdersi, tenendo lo stesso passo dei vivi, dei morti.
E quando si esce da quel mare, da quel fiume, soli tra cielo e terra, bisogna raccogliere tutte le proprie forze, e accollarsi il proprio peso; bisogna unificare tutta la vita passata che ritorna presente, e tenerla sollevata perché non si trascini. Non bisogna trascinare né il passato, né l'adesso; il giorno che finisce di trascorrere, bisogna condurlo verso l'alto, congiungerlo con tutti gli altri, sostenerlo. Bisogna salire, sempre. L'esilio è questo, una strada in salita, quand'anche nel deserto. Quella strada che sale sempre e che, per ampia che sia la vista, è sempre stretta. E bisogna guardare, è chiaro, da tutte le parti, non farsi sfuggire nulla, come una sentinella sull'estremo confine della terra conosciuta. Il cuore, però, bisogna tenerlo in alto, bisogna sollevarlo perché non sprofondi, perché non ci sfugga. E per non venir riducendoci noi, noi stessi, a pezzi.
Da La tomba di Antigone, trad.C.Ferrucci, La tartaruga ed., Milano 1995