25/03/07 Marcel Klajnberg - L'adolescente maghrebina in crisi d'identità. Con la madre: tra l'amore e l'amaro -
Vi propongo la lettura di questo testo del giudice minorile Marcel Klainberg sui conflitti familiari in cui si coinvolgono le ragazze mareghbine di seconda generazione in Francia. Di questo testo ho molto apprezzato la sensibilità nel cogliere le ragioni e la sofferenza di entrambe le parti, figlie e madri e padri. E' un invito ad entrare con delicatezza in questi conflitti e, al di là degli atti di rottura a volte temporaneamente necessari, ad aiutare la negoziazione, a costruire ponti, a non incoraggiare rotture definitive dei legami. Come crescere sole e vergognandosi delle proprie origini?
Giannina Longobardi
Marcel Klajnberg* L'adolescente maghrebina in crisi d'identità. Con la madre: tra l'amore e l'amaro.
in AAVV Destini di donne, realtà dell'esilio. Interazioni madre-bambini. A cura di A.Yahyaoui. Edizione La Pensee Sauvage , Grenoble 1994 pp 127-136
*Primo Giudice Minorile, Tribunale di Appello, Piazza ST.André, 38000 Grenoble
Ci arrivano un mattino, tese, ansiose, mandate da un'assistente sociale, o consigliate da una amica che ha già fatto lo stesso passo per sé stessa. Pongono nervosamente una richiesta. "Sono stata bastonata. Voglio essere messa in affidamento". Subito aggressive nella loro rivendicazione immediata " in ogni modo, non ritornerò dai miei genitori". Una lacrima al bordo del ciglio: seduzione, manipolazione: in parte è questo, ma anche una angoscia reale.
Ci arrivano tra due poliziotti: racket, violenze, aggressioni. Gli occhi pesanti di tutti i loro rancori, pesanti di sfida lanciata alle autorità, al padre, fingendo di ignorare i rimedi che cerchiamo di proporre, chiuse nel loro rifiuto di ogni soluzione che sarebbe vissuta come una sottomissione.
Ci arrivano dall'ospedale, dopo essersi tagliate le vene o aver ingoiato delle pastiglie, murate nel loro silenzio, la fronte abbassata, lo sguardo perso nella loro sofferenza di cui ci negano la chiave.
Soraya, Dalila, Assia, Nadia, Latifa...singoli destini di una realtà comune: esiliate della seconda generazione: l'esilio nell'esilio. Ma tutte hanno coscienza di avere attraversato un Rubicone difficilmente reversibile con l'introduzione del giudiziario nella sfera familiare. Hanno osato denunciare i loro genitori alla giustizia. Hanno osato opporre l'autorità del giudice all'autorità del padre. Con i loro atti e le loro parole hanno gettato l'obbrobrio, la vergogna sulla famiglia, svelato i segreti, i non detti nella scena pubblica, tutto ciò che di solito si regola tra i muri dell'appartamento o al limite, in seno alla comunità.
Divise tra la rivolta contro un autoritarismo spesso violento, e la colpevolezza pesante generata dall'atto che hanno deciso, ci domandano di dire dov'è il loro posto, di restituire loro un'identità compatibile con la loro dignità. Chiedono all'intervento giudiziario che esso restituisca loro la capacità di capire, di accettare e di amare di nuovo i loro genitori, ma in compenso d'avere il sentimento d'essere state capite, accettate nella loro identità e nella loro differenza, e di essere rassicurate sullo amore dei genitori nei loro confronti.
Tutto nella loro storia contiene in germe questo conflitto. Oltre al vissuto di esclusione che condividono con i loro fratelli e gli altri ragazzi immigrati della seconda generazione, esclusione sociale, culturale, economica, marginalizzazione nell'abitazione, discriminazione nel lavoro, itinerario disseminato di frustrazioni, di umiliazioni e di scacchi, le adolescenti sono doppiamente penalizzate per la loro posizione nel seno della cerchia familiare, in quanto appartenenti al sesso femminile ma doppiamente minori per il fatto che non sono sposate e che non possono nemmeno pretendere al riconoscimento sociale che viene conferito dalla procreazione soprattutto se il bambino è maschio.
Questa situazione è per loro tanto più frustrante in quanto l'integrazione scolastica è globalmente soddisfacente. Vi investono in quanto sono coscienti che i loro risultati permettono di preservare uno spazio di libertà nel quale possono crescere in accordo con la famiglia. Le difficoltà di integrazione sociale a causa della loro origine in contrasto con ciò che vivono a scuola e ciò che vivono le adolescenti che accostano, sono loro doppiamente insopportabili.
Mentre le loro compagne d'origine francese gli rinviano un'immagine, spesso truccata, di libertà di movimento, di libertà nel vestirsi, di autonomia nella gestione del tempo libero, e anche di libertà sessuale, dal momento che non percepiscono della realtà familiare di queste compagne che l'immagine delle madri apparentemente a loro agio nella loro identità sociale, apparentemente in accordo con le loro figlie nella loro presentazione esteriore, il contrasto con la percezione che hanno del proprio vissuto familiare è per loro tanto più difficilmente tollerabile.
E' l'immagine tradizionale di sottomissione che è loro rinviata attraverso la cultura coranica, la preminenza dell'uomo, attraverso il padre e i fratelli maggiori.
Il Corano ha insegnato loro che "gli uomini sono superiori alle donne a causa delle qualità attraverso le quali Dio ha elevato questi al di sopra di queste, e che le donne virtuose sono obbedienti e sottomesse, in mancanza di che il marito ha diritto di batterle.
E' anche l'esigenza primordiale della castità prematrimoniale in nome della quale il padre e i fratelli maggiori controlleranno chi frequenta, le sue attività esterne alla famiglia e globalmente la sua sessualità. Questa sorveglianza sarà tanto più stretta quanto più sarà allentato il rapporto con il paese d'origine, per una sorta di fedeltà simbolica che tende ad irrigidire le regole di educazione più ancora che nel paese stesso.
Ciò nonostante quello che era possibile nella città o nel villaggio natale attraverso una gestione rigorosa dello spazio, una sorta di territorializzazione della sessualità attraverso la separazione dei sessi, non lo è più in un paese d'accoglienza come la Francia. Con lo sviluppo dell'istruzione e il processo di progressiva integrazione economica delle donne originarie dei paesi del Maghreb, si pone il problema del controllo di una sessualità che non è più contenuta socialmente.. E' il primo grano di sabbia; la prima falla.
Ma c'è qualche cosa di più grave: è la svalorizzazione delle immagini genitoriali. Il padre una volta onnipotente si vede squalificato nel suo statuto sociale: spesso vecchio, malato, logorato da lavori poco qualificati e mal pagati, si rifugia in atteggiamenti di fuga, alcoolismo, assenza, alternando la resa con un autoritarismo contro il quale i figli si ritrovano in alleanza con la madre.
In una sorta di fuga in avanti, il padre tenta di riconquistare il suo statuto all'interno della propria famiglia irrigidendo le sue pretese educative anche attraverso la violenza nei confronti della sposa accusata di aver fallito i suoi compiti educativi o contro le figlie che lo disonorano con il loro comportamento. Ritenendo di dover provvedere da solo ai bisogni della sua famiglia, la disoccupazione è doppiamente sconvolgente sul piano economico e culturale. Il suo sentimento di impotenza può arrivare al rifiuto del figlio deviante se ha il sentimento di essere squalificato nel suo ruolo di padre.
Di fronte alla figlia il padre maghrebino è, nel migliore dei casi, tollerante. O, per riprendere la formulazione di Claude Sahel, " la tolleranza è l'effetto secondario di una coscienza che fallisce nel riconoscimento dell'alterità". Il confronto tra differenze che reclamano ciascuna l'universale come propria proprietà non può condurre che allo scontro.
Isabelle Taboada esprime in altri termini questo conflitto " Nell'epoca critica dell'adolescenza, il blocco che la giovane figlia oppone al padre riguardo l'appropriazione narcisistica del suo corpo e della sua sessualità, piacere a chi lei vuole e non solamente al marito imposto dai genitori, gli è senza dubbio insopportabile. Le rivendicazioni di sua figlia per disporre ella stessa del suo corpo, mostrarlo, rifiutandolo nello stesso tempo alla volontà degli uomini, rappresenta una doppia minaccia in quanto padre, ma anche in quanto uomo. Si capisce che la crisi avvenga quando il padre preso da un lato dai suoi propri fantasmi d'uomo minacciato dalle richieste fisiche di sua figlia e dalla pressione esercitata dal gruppo comunitario il cui sguardo è onnipresente e d'altro lato dalla sua aspirazione alla pace familiare, è incapace di cedere".
Altrettanto destabilizzanti sono i rapporti dell' adolescente con la madre e la difficoltà ad identificarsi con questa immagine materna: immagine di donna sottomessa, battuta dal padre, socialmente disprezzata, analfabeta nel 96% dei casi al momento dell'arrivo in Francia, una madre che ispira più sentimenti di imbarazzo o anche a volte di vergogna, che di rispetto quando compare a scuola o in mezzo agli amici. Ora è proprio questa madre che ha il compito di trasmettere la tradizione. E' attraverso di lei che passa la conservazione delle abitudini e dei costumi, cosa che rende la trasmissione tanto più difficile quando è fatta da un genitore squalificato agli occhi dei figli.. ma la madre è anche la sposa sottomessa all'autoritarismo e a volte alla violenza del padre, è donna coinvolta nel suo proprio confronto con la cultura dominante, in un processo più o meno rapido di integrazione , due campi nei quali si ritrova oggettivamente in alleanza con sua figlia. Se vi si aggiunge la superiorità culturale che la figlia acquisisce molto presto sulla madre, e la necessità da parte di questa di ricorrere ai servizi dell'adolescente per le pratiche amministrative cosa che offre qualche compensazione in termini di autonomia, si comprende facilmente come la relazione madre-figlia possa divenire il terreno di ingiunzioni contraddittorie. Qualche esempio:
- la madre si proietta negli studi di sua figlia e nel progetto di emancipazione ma, nello stesso tempo, l'adolescente viene tenuta a casa a scapito della sua frequenza scolastica per occuparsi dei più piccoli.
- madre e figlia sono alleate in quanto donne per denunciare la violenza del padre, ma nello stesso tempo la madre perpetua lo statuto privilegiato dei figli maschi riproducendo lo schema tradizionale, garantendo in particolare l'obbligo da parte della sorella di servire i fratelli o la violenza che esercitano su di lei.
-per timore delle reazioni del padre, madre e figlia utilizzeranno spesso l'alibi della scolarità per mentire e garantire delle uscite non autorizzate dal padre. Ma nel momento in cui la verità diventa evidente, , assenteismo scolastico nascosto per esempio, la madre per non incorrere lei stessa nelle reazioni del padre, avallerà le punizioni decise, comprese quelle che hanno la forma castigo corporale; l'adolescente si sentirà tanto più tradita quando la madre eserciterà lei stessa le violenze o quando farà appello ai fratelli maggiori per correggere la sorella. Non è raro in questo genere di situazioni vedere dei fratelli tanto più rigidi e violenti nel momento in cui essi stessi si confrontano con la marginalità attraverso la delinquenza o la tossicomania, da cui non riescono ad uscire.
Questo meccanismo è rivelatore del conflitto permanente che vivono le madri maghrebine, della loro difficoltà a superare la loro angoscia di fronte alle amicizie miste della figlia o di fronte ad un modo di vestirsi troppo emancipato.
A volte si liberano della pesantezza della legge degli uomini attraverso l'emancipazione delle loro figlie sentendo anche però questa emancipazione come un'aggressione contro la loro stessa identità e la frustrazione di ciò che non hanno potuto vivere. E questo anche quando nello stesso tempo mettono a profitto l'indebolimento del padre nel suo ruolo simbolico, il suo status economico, o anche il suo indebolimento fisico, per prendere il potere, per escluderlo dall'educazione dei bambini e dirigere tutta la vita familiare.
Non è raro allora vedere dei confronti madre-figlia prendere l'aspetto di vere lotte per il potere con l'intervento dei fratelli maggiori come ultimo baluardo, spesso violento, per riaffermare la legge dell'uomo, la parola del padre simbolicamente sostituito e il peso della tradizione.
Tutte queste ingiunzioni contraddittorie si tradurranno in rapporti d'alleanza temporanei tra la figlia e la madre che come si è visto vivrà per procura l'autonomizzazione della figlia e saprà attraverso la figlia opporsi al marito, ma che rifarà alleanza con il padre contro la figlia per riaffermare la legge paterna e la tradizione culturale.
D'altra parte non è sorprendente vedere queste adolescenti lasciarsi maggiormente sedurre dai modelli culturali della società dominante perché valorizzati e fonte di benefici in termini di libertà, d'autonomia, piuttosto che dai modelli familiari percepiti come marginali, marginalizzanti e soprattutto più costringenti dal momento che l'immagine della donna emancipata diffusa dai media è quella di una donna che non ha paura né di vivere né di mostrare la sua sessualità.
Se la relazione con la madre dà luogo ad una molteplicità di ingiunzioni contraddittorie la scolarizzazione ne è un'altra illustrazione. La scuola è indubbiamente oggetto d'investimento da parte dei genitori, ma con un atteggiamento molto ambivalente. La scolarizzazione è un luogo d'alleanza su valori che possono essere comuni. L'Islam ammette in effetti che una donna istruita possa essere una madre migliore per i suoi bambini e una migliore moglie per suo marito. Ma al di là di questa percezione, eccezione fatta per gli ambienti integralisti, i genitori non rimetteranno in questione la scolarizzazione a partire dalla pubertà e al più tardi dai 16 anni, dal momento che nutriranno la speranza di una promozione sociale attraverso il sapere. L'atteggiamento legalista di sottomissione alle autorità del paese di accoglienza non è la sola spiegazione. Si può notare anche che gli studi permettono di fare accettare ai genitori che la figlia non sia sposata.
Per l'adolescente la scolarizzazione è anche una posta notevole: è incontestabilmente uno spazio di libertà, di movimento e di espressione. E' il luogo dove si confronta con una compagnia mista non controllata, dove annoderà delle relazioni, a volte delle alleanze con delle persone che si riferiscono alla cultura francese. Sono queste stesse persone che, con un atteggiamento ben intenzionato di protezione dell'adolescente, a volte radicalizzeranno il conflitto con i genitori offrendo una cassa di risonanza a lagnanze non verificate.
E' il pericolo maggiore che avvertono i genitori: aderiscono al progetto di integrazione e di riuscita sociale ma nello stesso tempo la paura della perdita d'identità induce degli atteggiamenti di sospetto verso la scuola e soprattutto dei comportamenti di inquadramento del tempo non scolastico estremamente rigidi come per compensare la loro perdita di influenza.
Ma questo atteggiamento è tanto più mal visto dall'adolescente in quanto questa identità nazionale alla quale i suoi genitori la vogliono riannodare non riposa su alcun vissuto concreto e non è percepita che attraverso le sue manifestazioni più autoritarie.
Il legame con il paese di origine si situa ancor più nel mito e nell'immaginario quando sono nate in Francia con tutt'al più dei soggiorni di vacanza o nella nostalgia del paradiso perduto quando erano state allevate dalla madre e dai nonni mentre il padre si trovava già in Francia.
Perciò la contraddizione si instaura tra una cultura di origine la cui trasmissione è difettosa perché sconnessa dalla realtà, e una cultura di accoglienza nello stesso tempo gratificante ma sospetta perché luogo di perdizione.
I genitori si risentono si subire attraverso i loro figli l'influenza della cultura francese. L'adolescente percepisce molto presto la contraddizione tra il controllo della sua sessualità e la frequenza di un ambiente misto nella suola, tra il progetto di emancipazione sociale e lo status di sottomissione nel seno della sua famiglia. Uscendo dal suo ruolo di interfaccia tra le due culture, l'adolescente si rifugerà nella fuga, nella dissimulazione o in condotte devianti, dato che non ha la possibilità di nominare i suoi desideri reali in seno alla famiglia, ma anche perché l'accesso a questa femminilità più libera le provoca angoscia e la colpevolizza rispetto all'educazione che ha ricevuto.
E' quello che spiega in parte il fatto che in queste adolescenti la rottura non possa essere che brutale, violenta come se fosse inevitabile che avvenisse in modo traumatico o non avvenisse affatto. Il crescendo è spesso molto rapido tra la fuga, il tentativo di suicidio, la delinquenza, le condotte di tossicomania, le esperienze sessuali precoci senza reale investimento affettivo, un modo nello stesso tempo di realizzare la profezia familiare che aveva predetto che fuori dalla protezione familiare, lei non poteva essere che "puttana", ma in modo anche da scaricare la famiglia designandosi lei stessa come cattivo soggetto. "Questo corpo di donna che era negato e consumato nell'oscurità" per riprendere l'espressione di Tahar Benjeloun lei lo mostra nell'eccesso, ma con una percezione di se stessa reificata senza esistenza reale. E' la gravidanza indesiderata, l'aborto e, con la perdita della verginità, una forte perdita di stima di sé.
Perciò l'adolescente in crisi di identità dal momento che le manca la possibilità di trovare un ancoraggio dato che nessuno dei due modelli di riferimento è completamente tale, cerca di costruirsi un'identità nel luogo che le resta, cioè nel margine. E' questo vissuto di "stare tra" che troviamo in queste ragazze che non sono a proprio agio né presso i genitori né nelle case per minori. Il loro ambiente è la strada, luogo naturale di passaggio che si trasforma per loro in luogo di soggiorno. Di fronte ad una società che fa balenare davanti ai loro occhi i vantaggi dell'assimilazione scoprono che i meccanismi di integrazione sono bloccati, affrontando la xenofobia, l'esclusione. Questa adolescente che ha rifiutato la sua famiglia, la sua identità, si trova marginalizzata senza garanzia di essere accettata dalla società francese, vittima di scambio fraudolento. Dalla madre all'amaro.
Allora lei arriva una mattina con la sua rivolta, perché pestata nel corpo, ma l'hanno fatto dei genitori disorientati, sconvolti di fronte a questa adolescente che sfugge loro e che reagiscono, non avendo più altre risorse, come è stato insegnato loro a fare. Il giudice deve comprendere l'espressione di queste due diverse sofferenza e cercare che esse si incontrino, mantenendosi fuori da due eccessi contrari.
Il primo è un atteggiamento di mitizzazione della cultura d'origine: l'identità per l'identità. A questo riguardo la legge francese deve essere richiamata senza ambiguità per ciò che riguarda le punizioni fisiche, e nessun particolarismo potrebbe giustificare una protezione dei bambini al ribasso, soprattutto dopo la ratifica della convenzione internazionale sui diritti del bambino.
Il secondo eccesso sarebbe all'inverso una pratica imperialista che istituisce a priori una gerarchizzazione dei valori a profitto di quelli che sono sostenuti dalla cultura dominante.
In questa strada mediana il giudice interverrà con prudenza animato dalla doppia preoccupazione di proteggere l'adolescente che fa ricorso a lui, senza pertanto deresponsabilizzare i genitori. Deve sapere porsi tra due domande di legittimazione:
- quella della famiglia che rivendica il diritto di dare a suo figlio l'educazione di sua scelta in conformità con la propria identità,
- quella dell'adolescente che sta chiedendo il diritto di essere ascoltata nelle sue aspirazioni, nei suoi progetti personali, nel suo desiderio di autonomia, e la sua rivendicazione fortemente occidentalizzata di un altro status per la donna, soprattutto attraverso una maggiore padronanza della propria sessualità e il diritto di affermare le proprie scelte in questo campo.
Rifiutando gli argomenti d'ordine culturale o tradizionalista, non può se non portare la sua domanda al di fuori della sua comunità nazionale: salvo che nelle situazioni in cui la sicurezza fisica dell'adolescente richiede una protezione immediata, il giudice dovrà evitare di fermarsi al primo livello espresso dalla domanda. In effetti quasi sempre la domanda reale è indirizzata ai genitori: " restituitemi il mio posto all'interno della famiglia, datemi la prova del vostro affetto e dell'interesse che avete per me accettandomi come sono, anche se sono diversa da voi".
Così il giudice si sforzerà di temporeggiare insistendo sulla gravità di una decisione di affidamento perché la minore accetti di reintegrarsi nella sua famiglia al meno fino alla data dell'udienza prevista con i suoi genitori. E se l'affidamento è inevitabile dovrà essere circoscritto nel tempo con delle scadenze precise, con valutazioni frequenti.
L'esperienza ci mostra in effetti che gli affidamenti accettati nell'urgenza senza reali ricerche sul vissuto familiare dell'adolescente e la realtà della sua domanda, generano un tale senso di colpa che sono molto presto messi in scacco da trasgressioni a ripetizione, che hanno la doppia funzione da una parte di designarsi come cattivo soggetto e d'altra parte di obbligarci a mettervi fine.
E' in effetti più facile rientrare nel domicilio familiare quando questo ritorno è ordinato dal giudice che quando si tratta si assumere da sola l'iniziativa di una tale richiesta. Tra Dunia che afferma domandando l'affidamento. "tra il suo onore di padre algerino onnipotente e la mia vita, scelgo la mia vita", e Soria che constata con amarezza " ci siamo tutti lasciati prendere. Ora io rimpiango, ma è troppo tardi. Mio padre non mi perdona quello che gli ho fatto. Mi sento sola", tra queste due espressioni ci sono alcune settimane di intervallo, con la scoperta della mancanza, del bisogno dell'altro.
In seguito è il lavoro educativo e il tempo che si incaricheranno di sanare le piaghe e di riannodare il dialogo.
L'intervento educativo consisterà in una negoziazione permanente tra il diritto del minore ad esistere in quanto essere distinto dal gruppo familiare e quello dei genitori di preservare attraverso i loro figli la continuità della propria identità.
Una tale negoziazione, evidentemente, non è semplice da condurre perché suppone il riconoscimento da parte di tutti di una nozione finora inaccettabile nello schema culturale della famiglia: quella di un diritto dell'adolescente alla parola sulle decisioni che lo riguardano e la possibilità di opporsi ai diritti risultanti dall'autorità parentale o dal potere paterno, quando appaiono abusivi o nefasti al proprio equilibrio.
Altra difficoltà notevole è quella che consisterà a fare ammettere all'adolescente e ai genitori che il loro conflitto non può risolversi unicamente attraverso un rapporto di forza e un atto di autorità in nome della cultura nazionale, ma che tra le loro rispettive rivendicazioni, c'è posto per la negoziazione , l'arbitrato e un certo mutuo riconoscimento: lì è la posta essenziale di questa negoziazione, l'obbiettivo essendo di fare riconoscere ai genitori stessi certe evoluzioni rivendicate dalla figlia come non significative di una rottura di identità e per questo non minacciose per l'equilibrio del gruppo familiare, e anche, all'estremo, la rivendicazione di comportamenti o di progetti che si sostengono su valori esterni rispetto alla cultura tradizionale della famiglia, ma che non per questo rimettono in causa l'affetto della minore per i suoi genitori e il suo sentimento d'appartenenza sia al gruppo familiare che al gruppo etnico.
Un modo di rifiutare l'alternativa tra la fedeltà e la morte, la sottomissione o il ripudio, e di considerare che in nome dei legami affettivi e dei legami di sangue, l'accettazione reciproca di un'identità altra da quella desiderata è preferibile alla perdita totale e definitiva dell'altro.
Bisognerà per questo far emergere dei valori comuni di appartenenza tra i valori sociali dominanti che la minore ha assorbito e quelli del gruppo familiare.
E' quindi in primo luogo l'assunzione da parte dell'adolescente , ma anche da parte dell'ambiente sociale dell'identità culturale dei genitori e della legittimità della loro volontà di affermare questa identità.
L'altra contropartita già evocata è la rivalutazione dello status del padre grazie al quale egli conserva il sentimento di poter controllare il processo di differenziazione nel quale è coinvolto questo o quello dei suoi figli e di definirne lui stesso le tappe e i limiti.
E' la restituzione alla madre della sua capacità di seguire lo sviluppo dei suoi figli attraverso l'alfabetizzazione, con una relazione più stretta con la scuola, con il suo inserimento nel quartiere.
Ciò nonostante quale che sia l'angolazione scelta dell'intervento l'esperienza mostra che l'obbiettivo primario deve essere di aiutare la minore ad assumere la sua identità, anche se la presa di coscienza di questa identità deve passare attraverso una separazione temporanea che permetta all'adolescente e ai suoi genitori di ritrovarsi meglio dopo aver potuto trovare tra di loro dei valori comuni, dei simboli di alleanza, e di verificare nella separazione, il loro bisogno di essere insieme.
In effetti è importante non cadere nella trappola di un'opposizione inconciliabile tra queste due differenze che come dice Claude Sahel pretendono ciascuna l'universale come proprietà esclusiva, il culto della tradizione da un lato che non offrirebbe altra scelta che la sottomissione e l'assimilazione di una cultura esterna dall'altro lato che condurrebbe ineluttabilmente all'annientamento.
Se l'adolescente maghrebina in crisi di identità può apparire ancora oggi come un'eretica che cerca di liberarsi dai dogmi delle ortodossie, al fine di aprirsi all'incontro di un altro differente, quella che rompe il silenzio, prende la parola, rifiuta la sottomissione, non bisogna perdere di vista che da una generazione all'altra il fossato culturale tra figli e genitori si riempirà e che questa evoluzione favorirà dei rapporti più egualitari e una più grande padronanza dei genitori sulla crescita dei loro figli.
Berthold Brecht diceva che si diviene adulti quando si sono compresi i propri genitori e quando si è perdonato loro. La rivolta finisce il giorno in cui si accettano i genitori come sono. Diventa allora possibile negoziare degli spazi di libertà che saranno accordati più facilmente quanto più la figlia mostrerà il suo riconoscimento dell'identità. Da allora i genitori non avranno più paura di perderla. Una buona integrazione non può essere fatta che attraverso la memoria.
In conclusione qualche riga presa ancora dall'articolo di Isabelle Taboada: evocando il conflitto tra il padre maghrebino e sua figlia.
" Non cede che quando la fatica, l'usura fisica e morale ve lo costringono. O meglio quando la profondità dei sentimenti esistenti tra padre e figlia trascina tutti due in un lungo percorso di concessioni e di prove di forza successive un codice tacito e sottile si stabilisce, che permette loro di vivere tutti e due in modo mitico l'immagine della buona famiglia. Per la figlia le concessioni sono a volte importanti ( non uscire, atteggiamento sottomesso) che offre in qualche modo in contropartita di quello su cui non cederà ( studi, matrimonio). queste concessioni mascherano anche una buona parte di finzione: ci si arrangia per nascondere certe cose, con l'aiuto delle cugine, delle sorelle, a volte della madre. In realtà questa finzione esprime a suo modo rispetto verso i genitori e il desiderio di non ferirli nella loro fierezza di padre o di madre maghrebina. Bisogna vedervi una sorta di omaggio all'identità culturale dei genitori spesso resa fragile dall'emigrazione."
Lascerò la parola finale a Nadia: intervistata all'interno di un'opera sulla generazione beur "Non ci si costruisce se si mente a se stessi. Io ho mentito troppo ai miei genitori per mentire ancora a me stessa. E' una questione di sopravvivenza."
(traduzione Giannina Longobardi)