22/04/07 Donatella Franchi - Il mercato delle ragazze: intrecci, intrighi, tessiture
L'intreccio è: il mercato nel senso di scambio e spostamento di denaro, donne più o meno giovani che si muovono da un capo all'altro del mondo per guadagnarsi la vita e mantenere i figli, e la vecchiaia di mia madre, di cui mi devo fare carico.
Io sono al centro di questo intreccio, a cercare di trasformarlo in una tessitura armoniosa. E' un lavoro molto difficile, non credevo tanto.
La soglia dell'appartamento dove mia madre abita ora, esattamente di fronte al mio, da qualche anno ormai è luogo di transiti, passaggi di speranze, di inquietudini, angosce, di lacrime, e anche di rancori, di rabbie trattenute. E' come se parte della storia del secolo appena trascorso si ripercuotesse attraverso quella soglia in ondate di risacca, depositando delle vite che hanno cercato di mettersi in salvo da un naufragio.
Come fare per estrarre bellezza, saggezza, relazione umana vera da quello stato di necessità, di bisogno, che è loro, ma anche, se pur diversamente, profondamente mio?
Come fare per non cadere nella strumentalizzazione reciproca, perché il loro guadagno non sia solo centrato sul denaro, e il mio non sia solo più tempo libero dalla cura? Come fare perché questa tessitura forzata di destini non sia rozza e casuale, ma mostri filati preziosi, qualche disegno che esprima bellezza, nella sua totale imprevedibilità? Come fare perché il dono non passi solo attraverso lo sfavillio vuoto di merci mitizzate come promessa di benessere felice?
Quale è la vera soglia che permetta a queste nostre vite di confluire senza che il denaro e il bisogno siano l'unica mediazione?
Mi ha aiutato a volte la poesia dei piccoli gesti: una mano che porge un uovo dipinto sapientemente di trine colorate secondo la tradizione dell'Europa orientale. Voci di donne ucraine che leggono i loro pensieri poetici. Dei sorrisi su giovani volti che riescono a strappare mia madre dalla solita cupa malinconia. Gesti che ogni tanto fioriscono da questa nostra comune umanità. Un'umanità di corpi e sentimenti capace di farsi strada nella complessità delle nostre esistenze: la loro, quella di donne giovani o mature che il bisogno costringe ad accudire una donna sconosciuta tanto più vecchia della loro madre, spesso morta da tempo, la mia, quella di una donna per certi aspetti molto fortunata, ma bisognosa di aiuto per non dover vivere solo in funzione della cura della propria madre.
Il mio paziente, a volte disperato, lavoro, è far tesoro di questi piccoli gesti, trasformarli in capitale.
Fioriscono allora ricordi dell'infanzia, quando vivevo nel corpo il paesaggio aspro del Friuli, verso il confine con la Jugoslavia, dove i torrenti si facevano strada faticosamente tra gli intrichi delle forre di montagna, e poi scorrevano tra grandi rupi e arrivavano a valle in tanti rivoli di acque azzurre. Sul Carso invece, i fiumi fluivano sotterranei e poi sbucavano improvvisamente tra le ghiaie bianchissime.
Il confine mi dava la sensazione di vivere senza protezione alle spalle.
Dalla Slovenia venivano alcune tate della mia infanzia, Pierina, vissuta per tanti anni nella casa dei nonni, Teresa, giovane e fresca, con le lentiggini e i capelli ramati. Parlavano l'italiano e anche lo sloveno, che non capivo.
Forse per questa mia infanzia consapevole dei confini ho una grande passione per le mappe, i portolani, gli atlanti geografici. Apro quelle carte con tutti i loro intrichi di segni: i fili rossi delle strade oltrepassano catene di montagne, si addensano intorno alle città, le strisce azzurre dei fiumi sfociano nello stesso colore dei laghi e dei mari.
" Mostrami da dove vieni", " Che strada hai fatto per venire fin qui"? " Ecco, ho trovato, io sono proprio qui". E ci guardiamo negli occhi.
12 marzo 2007