06/05/07 da: "L'ambigua avventura" di Cheikh Hamidou Kane
La scuola dei bianchi e la decisione della Grande Principessa
Ci fu un brontolio breve, poi un brontolio più lungo. La gamma cambiò, il tono salì, ci fu un brontolio breve poi brontolio lungo. Le due gamme si unirono, ci furono due voci simultanee, una lunga l'altra breve.
L'onda cominciò a fluire a sbalzi. Qualcosa che prima non c'era si mise a zampillare lungo la spirale di ogni brontolio. L'onda si rafforzò. Le spirali si moltiplicarono. Lo zampillio giunse al parossismo. Samba Diallo s'era svegliato. Rulli di tamburo scuotevano il suolo.
Samba Diallo ricordò. “È oggi, disse fra sé, che la Grande principessa ha convocato i Diallobé. Quel tam-tam li chiama”.
Si alzò dal pavimento di terra battuta su cui aveva dormito, fece una rapida toeletta, pregò e uscì in fretta dalla casa del maestro, per recarsi alla piazza del villaggio dove si riunivano i Diallobé.
La piazza era già affollata. Samba Diallo ebbe la sorpresa, arrivando, di vedere che le donne erano altrettanto numerose quanto gli uomini. Era davvero la prima volta che vedeva una cosa simile. I presenti, disposti in parecchie file, formavano un grande quadrato, di cui le donne occupavano due lati, gli uomini gli altri due. La folla parlava basso, facendo un gran mormorio, simile alla voce del vento. D'un tratto il mormorio andò decrescendo. Uno dei lati s'aperse e la Grande Principessa entrò nell'arena.
«Gente del Diallobé», disse nell'alto silenzio, «ti saluto».
Le rispose un mormorio diffuso e potente. Continuò:
«Ho fatto una cosa che non mi piace e non è nelle nostre consuetudini. Ho chiesto alle donne di venire, oggi, a questa riunione. Noi Diallobé detestiamo ciò, e con ragione, perché pensiamo che la donna debba restare a casa. Ma avremo sempre più a che fare con cose che detestiamo, e che non fanno parte dei nostri costumi. Se ho chiesto di incontrarvi qui, oggi, è proprio per esortarvi a fare una di queste cose.
Vengo a dirvi questo: io, Grande Principessa, non amo la scuola straniera. La detesto. Ma il mio parere è che bisogna mandarci i nostri figli».
Ci fu un brusio. La Grande Principessa attese che si spegnesse. Continuò, calma:
«Debbo dirvi questo: mio fratello, vostro capo, e il maestro dei Diallobé non hanno ancora preso una decisione. Cercano la verità. Hanno ragione. Quanto a me, sono come il tuo bimbo, Cumba (e indicò il bambino all'attenzione generale). Guardatelo. Sta imparando a camminare. Non sa dove va. Sente solo che deve sollevare un piede e metterlo avanti, poi solleva l'altro e lo mette davanti al primo».
La Grande Principessa si volse verso un altro punto del gruppo.
«Ieri, Ardo Diallobé, mi dicevi: 'La parola può attendere, ma la vita, quella, non attende. È verissimo. Guardate il bimbo di Cumba».
I presenti restavano immobili, come pietrificati. Solo la grande Principessa si muoveva. Al centro del gruppo era come il seme nel baccello. «La scuola, alla quale vi incito a mandare i vostri figli, ucciderà in loro quello che amiamo e conserviamo con cura, giustamente. Forse morrà in loro anche il ricordo stesso di noi. Quando ritorneranno dalla scuola, alcuni non ci riconosceranno più. Propongo che accettiamo di morire nei nostri figli e che gli stranieri, dai quali siamo stati sconfitti, prendano in loro il posto che avremo lasciato libero».
Tacque di nuovo, benché nessun mormorio l'avesse interrotta. Samba Diallo si accorse che qualcuno, vicino a lui, tirava su col naso. Levò il capo e vide due grosse lacrime colare lungo il volto rude del capo dei fabbri.
“Ma, popolo del Diallobé, pensa ai nostri campi quando s’avvicina la Stagione delle piogge. Noi amiamo i nostri campi, eppure che facciamo allora? Li mettiamo a ferro e a fuoco, li uccidiamo. E pensa ancora: che facciamo delle nostre riserve di grano dopo la pioggia? Vorremmo ben mangiarle, eppure le seppelliamo sotto terra.
Il tornado che annuncia la grande stagione delle piogge nostro popolo è arrivato con gli stranieri, gente del Diallobè. Io credo, io, Grande Principessa, che le nostre sementi migliori e i nostri campi più cari siano i nostri figli. Qualcuno ha qualcosa da dire?».
Nessuno rispose. “Allora, la pace sia con te, popolo del Diallobè”, concluse la Grande Principessa.
(pp57-59)
CHEIKH HAMIDOU KANE
Nato nel 1928 a Matam, nel Senegal, appartiene alla razza fulbe, fiera di guerrieri e di un glorioso passato, ricca di un originale e profonda cultura sulla quale si è poi innestato l'Iliam, producendo una varia e notevole fioritura letteraria in lingua araba e una meditazione mistica che ha accentuato lo slancio ascetico verso la conquista della vera felicità attraverso il totale rifiuto delle cose del mondo.
Su tale substrato culturale si è poi sovrapposta, nel giovane Kane, la cultura occidentale, con i brillanti studi di filosofia e diritto compiuti in Francia, preludio ad una carriera di alto funzionario che lo vede, dopo l'indipendenza del Senegal, governatore nella regione di Thiés (1960), capo di gabinetto del Ministero dello Sviluppo e della Pianificazione (1962), quindi funzionario dell'UNICEF a Lagos e poi ad Abidjan. L'ambigua avventura è il suo primo romanzo; risale al 1952, ma è stato pubblicato solo nel 1961. Subito salutato come un capolavoro, nel 1962 vince il Gran Premio Letterario d'Africa Nera di espressione francese, divenendo un «classico» della letteratura africana.